CAST & CREDITS

Cast:
Vittorio Gassman, Jean-louis Trintignant, Catherine Spaak, Claudio Gora, Luciana Angiolillo, Linda Sini

Regia:
Dino Risi

Durata:
105'

Sceneggiatura:
Dino Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari

Fotografia:
Alfio Contini

Scenografie:
Ugo Pericoli

Montaggio:
Maurizio Lucidi

Costumi:
Ugo Pericoli

Musiche:
Riz Ortolani

pietra miliare

Il sorpasso

di Dino Risi

commedia, Italia (1962)

di Davide De Lucca

"Il Sorpasso", il viaggio cinematografico, a tratti antropologico, di Dino Risi attraverso l'Italia del boom economico e del miraggio del benessere, l'Italia delle vacanze e delle soste agli autogrill, delle canzonette, dei clacson e delle auto come status symbol, dei risparmi per la macchina e per le ferie, l'Italia dei Bruno Cortona e dei Roberto Mariani. "Il Sorpasso" è uno dei film più affascinanti all'interno del panorama cinematografico italiano degli anni sessanta, ma non solo italiano, se pensiamo che, per stessa ammissione di Dennis Hopper, ispirò "Easy Rider" (il titolo americano del film di Risi è "The easy life"); e non solamente per quanto riguarda gli anni Sessanta se consideriamo le implicazioni profonde dei personaggi costruiti a trecentosessanta gradi, così come la pregevole struttura narrativa a episodi emblematici, di pezzi messi l'uno accanto all'altro, additiva. Si fa presto a raccontare la storia: Bruno Cortona (un magnifico Vittorio Gassman), quarantenne inaffidabile e mefistofelico, incontra Roberto Mariani (un perfetto Jean-Louis Trintignant), timido e introverso studente di giurisprudenza, in un giorno di ferragosto a Roma e lo trascina con sé in un viaggio (interiore) attraverso il quale Roberto risulterà profondamente mutato, fino alle estreme conseguenze.

La storia dura esattamente un giorno circa, un giorno e mezzo. Tanto basta a Roberto per compiere quel percorso interiore che lo porterà sempre più a somigliare a Bruno, a staccarsi lentamente di dosso le convenzioni e il perbenismo della società borghese da cui proviene, e con essi tutti i (magari pochi, magari discutibili) valori che la contraddistinguono. Come ogni viaggio nel cinema, il percorso non è solo uno spostamento nel tempo e nello spazio, ma anche all'interno dei personaggi stessi. E qui, il personaggio che "viaggia" dentro la propria interiorità, è, come detto, Roberto-Trintignant, che non a caso Risi, Ettore Scola e Ruggero Maccarsi scelgono come "io narrante". L'intreccio è costituito magistralmente da una serie di episodi legati gli uni agli altri, quasi dei piccoli "quadri" attraverso cui i personaggi sono lentamente delineati. Il film si apre sulla città di Roma deserta a Ferragosto, con solo una Lancia Aurelia Sport che si muove veloce lungo le strade. A bordo un uomo alto e affascinante, impegnato a soddisfare uno dei suoi bisogni primari: fumare. Gli altri sono guidare, andare a donne e mangiare. Bruno Cortona fondamentalmente è tutto qui: intrigante e inaffidabile. Si ferma a bere ad una fontana e scorge un'ombra alla finestra di un palazzo. Si tratta letteralmente di un'ombra, perché al momento di girare questa prima scena dell'incontro tra i due, Risi non aveva ancora scelto l'attore per interpretare Roberto, quindi quello che vediamo nel campo lungo è una controfigura di Trintignant, che girerà in seguito i controcampi del dialogo. Con la scusa di fare una telefonata, Bruno sale in casa di Roberto, e in poco tempo lo convince ad andare a pranzo con lui. I due non si conoscono, ma intuiamo subito le loro differenze: Roberto, riservato, ben educato e impaurito ("Sono nelle mani di un pazzo") dalla guida "sportiva" di Bruno, e quest'ultimo chiacchierone, fanfarone, filosofo da supermercato, dispensatore di vacue pillole di saggezza, fulminato da passioni improvvise come la poesia (il disco di Lorca che recita ad alta voce in varie occasioni), la musica (la "profondità" de "L'uomo in frac" di Modugno e "quella roba che va di moda oggi: l'alienazione" - occasione per una frecciata spietata al cinema di Antonioni di quegli anni, e tutta un hit-parade che comprende gli immancabili Edoardo Vianello e Peppino Di Capri), e poi in seguito la campagna, il mare ("Eh, sì, io prima o poi mi imbarco"), uomo dai mille propositi che con la sua inaffidabilità non metterà mai in pratica, con un passato a pezzi e un futuro incerto. E le donne, ovviamente. I due abbandonano il proposito del pranzo per inseguire due turiste tedesche (preda d'eccellenza del vacanziere nostrano) che ritroveranno poi in un cimitero - primo simbolo di quello che sarà il finale. Il secondo avviso sarà poco dopo, l'incidente di un camion di frigoriferi dove ci scappa il telo bianco sopra un cadavere. Bruno prova a monetizzare l'occasione chiedendo all'autista del camion il numero del proprietario in modo da poter rivendere i frigoriferi incidentati, ma l'uomo è troppo disperato per rispondere. Questo è quello di cui vive Bruno Cortona, affari improvvisati, traffici provvisori. Il viaggio continua, con Bruno che lentamente mette in discussione tutte le certezze di Roberto, i suoi studi di giurisprudenza, le sue insicurezze nell'approccio con la ragazza di cui è innamorato, il suo stesso modo di vestire ("Pure la canotta, ma sei proprio un selvaggio"). Certezze e convinzioni anche dell'infanzia, spezzate una alla volta nella scena della visita in campagna ai parenti di Roberto, una delle scene più agrodolci e malinconiche del film, un'escursione nel passato. Qui Bruno si presenta in casa dei familiari di Roberto proprio come se il parente fosse lui e Roberto l'estraneo (per dirlo con le parole di Trintignant), e spiega a Roberto una serie di macroscopici dettagli che lui non aveva mai notato, dall'omosessualità del domestico alla vera paternità dell'ultra conservatore (ultra antipatico) cugino Alfredo, che tra l'altro si attesta come uno degli obiettivi (forse il destino sociale) della vita di Roberto, con la Fiat millecinque e la moglie che gli dà sempre ragione. A Bruno non solo è concesso di toccare la pendola che era un tabù dell'infanzia di Roberto, ma persino i capelli della zia di Roberto di cui lui era innamorato da bambino. Così come arriva in questa casa di campagna a spezzare la monotonia, in un momento Bruno se ne va, facendo ricadere la casa nel silenzio (con la splendida immagine della zia di Roberto che li osserva andarsene alla finestra e si risistema i capelli per ritornare alla noia della vita di campagna). Vita di campagna che Bruno vivrebbe per sempre, salvo poi ricredersi dopo mezz'ora.

La "conversione" di Roberto in Bruno avviene per piccoli passi, fondamentalmente tre. Il primo è quando approccia una ragazza torinese alla stazione dei treni utilizzando una storia riciclata da Bruno. Bruno e Roberto giungono ad un night-club dove Bruno trova un certo "socio", un commendatore milanese a cui aveva raccontato di essere altrove (una delle sue solite balle praticamente), e in un attimo, per questioni di affari, è costretto a mollare Roberto, che quindi, ritenuta l'avventura conclusa e scoperta la vera natura di Bruno (come se ci fosse stato bisogno di un ulteriore chiarimento), si reca alla stazione per rincasare da solo. Qui incontra la ragazza torinese, ma non ha fortuna, e in più non ci sono treni per Roma fino al mattino, e quindi raggiunge nuovamente Bruno al night-club. Qui la mdp indugia sulle danze (le danze che scattano in un attimo all'autogrill, e che saranno poi preludio del finale), sull'atmosfera notturna, su Bruno che balla con la moglie del "commenda" (ventre contro ventre, con la lapidaria battuta di Gassman, "Modestamente"), ed è sempre Bruno motore dell'azione, che scatena una rissa nel momento in cui viene raggiunto da altri due automobilisti che per colpa sua hanno subito un incidente. Il commendatore con la propria compagnia se ne va indignato, e Bruno e Roberto sono di nuovo soli. Secondo passo, Roberto comincia a bere e si ubriaca. Il che ci porta alla terza e ultima fase, quella in cui Roberto guida la Lancia Aurelia, a strattoni e brusche frenate, fino a una villetta della riviera toscana, appartenente a "gente" che Bruno conosce, e che si rivela essere niente meno che la sua famiglia. L'ex moglie e la giovane figlia. "Da quanto tempo vi conoscete, Lei e Bruno?" chiede la moglie di Bruno a Roberto. "Da questa mattina" risponde Roberto. "Allora lo conosce bene. La prima impressione che si ha di lui è quella che conta". Poco dopo la figlia di Bruno, la pupa - come continua a chiamarla lui, inconsapevole del fatto che la ragazza è una giovane indipendente (simbolo della prima libertà sessuale degli anni) - rientra a casa in compagnia di un milanese di mezza età. Inevitabilmente scatta lo scontro/confronto tra Bruno e il fidanzato attempato e ricco della figlia, che si condensa nella dicotomia stereotipata Roma/Milano. In questo momento, tornato a casa dopo anni, Bruno tenta di fare per pochi minuti il padre modello. La commedia dura poco, dato che prova un approccio improbabile con l'ex moglie, viene cacciato e ripara nella spiaggia con Roberto per passare la notte su delle sdraio. Il giorno dopo, Bruno e Roberto lo passano in spiaggia, in una sorta di tableau vivant della vita di mare dell'epoca (in qualche modo eredità del neorealismo rosa), dove come al solito Bruno si rende protagonista di acrobazie (scambia la figlia con la parrucca per un'altra ragazza e tenta di abbordarla) sulla spiaggia, sugli sci nautici, in una sfida a ping-pong col futuro genero, e in un'ammissione di inadeguatezza a fare il padre che però Lily (Chatherine Spaak) minimizza confidandogli di amarlo così com'è, e durante la quale Roberto prende una decisione che ha un sapore di cambiamento deciso, fatale. Dopo una sequenza di ballo (Don't play that song) dove la mdp nuovamente indugia su volti e parti del corpo, Roberto decide di chiamare Valeria, la ragazza di cui è innamorato. Ma non riesce a parlarle, quindi chiede a Bruno di andare a raggiungerla di persona. I due ripartono in macchina, eseguono una serie di rischiosi sorpassi incitati da Roberto in un impeto di euforia, fino alla curva finale, con il salto della Lancia Aurelia dal burrone, da cui soltanto Bruno si salva lasciando Roberto al proprio destino, segnato in qualche modo dall'ubris greca, l'arroganza di andare oltre le proprie capacità: nel momento in cui Roberto decide di "buttarsi" nella vita, nell'amore, di vivere diversamente la propria vita, inconsciamente, alla Bruno Cortona, muore.

Il film potrebbe essere considerato come un buddy movie, costruito da una coppia, ma che certamente supera il concetto precedente di coppia comica all'italiana con l'attore principale e la spalla. Qui siamo lontani dalla farsa comica degli anni cinquanta, dai Totò e Peppino, dal concetto di commedia leggera, dalle maschere comiche e dalle caricature, ma in un ambito di cinema tout-court, con personaggi veri, reali, formati, modellati, che respirano oltre la loro ombra sullo schermo. Non è una forzatura riconoscere caratteri psicologici associabili alla distinzione di Nietzsche di apollineo e dionisiaco, l'uno legato alla ragione (Roberto/Trintignant), l'altro legato al puro istinto (Bruno/Gassman). Non è difficile, più banalmente, riconoscersi o nell'uno o nell'altro, o intravedere un po' di se stessi in entrambi, con quello stesso meccanismo di commedia didattica, momento di riflessione, che era proprio dell'antica Grecia. L'iniziazione, dunque, di un giovane per mano di un adulto smaliziato, un tema che nel cinema di Risi tornerà, ad esempio, in "Profumo di donna". Una scena emblematica di questa, al di là di tutto l'intero percorso del film, si svolge nel bagno dell'autogrill, dove Bruno insegna letteralmente il banale utilizzo della toilette a Roberto. Prima di tutto Roberto non è in grado di aprire la porta, e Bruno gli dimostra di dover spingere e non tirare. Poi Bruno utilizza il bagno delle signore fingendo una voce da donna nel momento in cui una signora bussa per entrare - cosa che Roberto non sognerebbe mai di fare. Roberto in seguito rimane incastrato nel bagno, si spezza la maniglia. E nel momento in cui arriva un'Eccellenza per usare i servizi, è lo stesso Bruno che va a recuperare l'amico e lo fa uscire. La scena è apparentemente inutile, un banale intermezzo comico, se non nascondesse "l'educazione" insegnata da Bruno a Roberto. In questo film ritroviamo alcuni dei topoi tipici della commedia all'italiana. Prima di tutto la critica sociale, la satira di costume oltre le situazioni comiche, di un umorismo però sempre amaro, nostalgico e malinconico, mai di pancia, mai liberatorio, mai fine a se stesso.

Le musiche, poi, i suoni e i rumori in questo film sono fondamentali. Per non parlare del continuo chiacchiericcio vuoto di Bruno, le sue perle di saggezza (alcune effettivamente degne di nota, "L'età più bella è quella che uno c'ha, giorno per giorno, finché muore"), e i rimproveri a Roberto, ci sono il clacson della Lancia Aurelia, vero e proprio simbolo e leitmotiv del film, e le musiche d'epoca che costituiscono una vera e propria hit-parade, colonna sonora di quegli anni, che rende ancora maggiore l'effetto di verosimiglianza e ci porta ulteriormente dentro l'atmosfera dei jukebox coi quarantacinque giri che facevano immediatamente partire le danze in qualunque posto (l'autogrill, la spiaggia, la sagra di campagna). Le figure tipiche dell'Italia dell'epoca: oltre ai protagonisti (l'affascinante viveur cialtrone - o come definirlo? -, e il timido studente), la storia è costellata di eccellenze, preti, commendatori, contadini, vacanzieri, ragazze disinibite e giovani che si accompagnano a ricchi distinti "signori". E ovviamente le auto, pagate a rate, per cui ogni veicolo rappresenta esattamente la persona che lo guida; qui la Lancia Aurelia Sport di Bruno porta su di sé tutte le cicatrici delle modifiche, e si tratta di un'auto simbolo, che nasce come modello elegante e all'avanguardia, per poi diventare l'auto degli adulti che vogliono fare i ragazzini, aggressiva, facile da manipolare, da tombeur de femme, da Bruno Cortona, insomma. Le code lungo le strade delle vacanze, dei sorpassi e delle curve pericolose, delle carreggiate a tre corsie (la tristemente nota e famigerata "corsia della morte"), del benessere e del meritato riposo estivo frutto dei risparmi dell'anno. La famiglia, che nella commedia italiana non è certamente il perfetto nucleo che la Chiesa si aspetterebbe, ma qualcosa di moderno, di diverso, di indefinibile: questa di Bruno è disgregata, con lui lontano e assente, che torna a casa dopo anni e una notte, per una mezz'ora si mette a fare il padre. Scene di stampo leggermente neorealista, quasi documentaristiche, se non pasoliniane comunque verosimili, come quella alla stazione delle corriere dove una ragazza viene derubata della valigia e Roberto si propone di aiutarla dimostrando tutta la sua disponibilità, mentre Bruno col suo cinismo lo persuade a lasciar perdere per evitare di passare il ferragosto in un posto di polizia a testimoniare un furto, e lo trascina letteralmente via. La risata, sicuramente amara, malinconica, spesso dolorosa nel processo di riconoscimento/catarsi che coinvolge lo spettatore dell'epoca (e anche quello moderno) nel vedersi nello specchio deforme del film. I dialetti, il romanesco di Bruno, il toscano, il bolognese, il veneto, il milanese, il siciliano e il torinese. Le regole, del codice stradale, delle convenzioni sociali, da seguire (Roberto) o infrangere regolarmente (Bruno). Le feste, che siano in campagna (vero e proprio spaccato d'epoca), al mare, o nei night club. E la spiaggia, con la sua atmosfera vuota, superficiale, fatta di chiacchiere sotto l'ombrellone, avventure, costumi da bagno - i primi sintomi della libertà sessuale che si manifesterà apertamente qualche anno dopo -, e ancora di musica, uscite in barca, partite a ping-pong, fotografie, gessi da firmare. E ovviamente un finale amaro, che più amaro non potrebbe essere, impietoso, estremo per una commedia, con la morte di uno dei protagonisti - per quante volte ormai io l'abbia visto rimango sempre congelato. Per di più considerando che a morire è l'"io narrante" del film in un processo simile a quello di "Sunset Boulevard" di Wilder e in seguito di "Casinò" di Scorsese. I personaggi di Risi erano inizialmente dei poveri ma belli, ma sono col tempo diventati dei mostri, brutti, grotteschi ("I mostri"), persone fragili che vogliono fare i forti ("Il sorpasso"), deboli che vogliono riscattarsi ("Una vita difficile"), con grandi progetti futuri e grandi drammi passati.

Lo sguardo di Risi è clinico (non per niente studiò medicina), radiografico, caustico, tra Checov e Billy Wilder, disincantato e distaccato, pedagogico ma senza tirate moralistiche, asettico nel cogliere a caldo i mutamenti della società dell'epoca. Società condensata in qualche modo nel finale del film: muoiono i Roberto Mariani, muore l'Italia con principi e valori del passato, sopravvivono i Bruno Cortona, sopravvivono gli arrivisti, cialtroni, infingardi, arrampicatori sociali del boom economico, e restano a guardare incuriositi tutti gli altri, impassibili testimoni di un'epoca che si trasforma, senza fare niente. Muore l'Italia che sognava il cambiamento, non raggiunge il miraggio della svolta, delle vacanze tutto l'anno, di qui a poco nuovi cambiamenti socio-politici interverranno e gli anni di piombo, della paura, e dell'inasprimento delle lotte politiche non sono lontani. La fine è quella di un sogno che si infrange ad una curva presa troppo velocemente, perché troppo è quello che si voleva, su un'auto che non è mai stata "governata" come si dovrebbe.