CAST & CREDITS

regia:
Isao Takahata

distribuzione:
Lucky Red

durata:
137'

produzione:
Dentsu, Hakuhodo DY Media Partners, KDDI Corporation, Mitsubishi Motors Corporation, Nippon Televisi

sceneggiatura:
Isao Takahata, Riko Sakaguchi

montaggio:
Toshihiko Kojima

musiche:
Joe Hisaishi

La storia della Principessa Splendente | Recensione | Ondacinema

La storia della Principessa Splendente

di Isao Takahata

animazione, drammatico, fantastico, Giappone (2013)

di Giuseppe Gangi

Voto: 9.0

Una premessa: Isao Takahata 

Takahata Isao (classe 1935), mentore e socio di Miyazaki Hayao, è stato, soprattutto all'estero, soperchiato dalla popolarità di quest'ultimo, nonostante la sua opera sia stata miliare tanto per l'animazione giapponese quanto per l'amico di qualche anno più giovane, che ne ha subito l'influenza. Probabilmente Takahata ha scontato il fatto di essere molto attaccato alla storia e al folklore del suo paese, di non creare mondi ma di plasmare in maniera ambivalente la realtà che lo circonda: da una parte il taglio neorealista e in alcuni casi addirittura antropologico-documentarista (come dimostrano certe sequenze del meraviglioso "Only Yesterday"), dall'altra escursioni nel fantastico e nell'onirico tramite uno stile decisamente più espressionista. Chi è rimasto a "Una tomba per le lucciole" (1988), il suo titolo più celebre, difficilmente avrà visto "My Neighbors, The Yamadas", il suo penultimo lavoro del 1999 tuttora inedito in Italia e, pertanto, rimarrà spiazzato dalla tecnica utilizzata ne "La storia della Principessa Splendente" che trova negli sketch rubati alla quotidianità degli Yamada l'approdo della ricerca stilistica takahatiana: partendo da una celebre serie yonkoma manga, basata sul dialogo di quattro vignette (come accade nei "Peanuts", per intenderci), il regista raccontava, per mezzo di scene e di gag di varia durata, i componenti di una normale e stramba famiglia giapponese. Il disegno sembrava animarsi direttamente dalle tavole del manga, il tratto di carboncino era grossolano, definendo attraverso il design la caratterizzazione dei personaggi, i fondali minimalisti davano uno sfondo alla narrazione senza perdersi in dettagli, riducendo a figure inespressive e anonime passanti e personaggi ininfluenti nelle giornate degli Yamada. Questo gioiello poco noto, ma in mostra permanente al MoMA di New York, è il risultato di una grande sintesi umanista e cinefila: nei décor à la Ozu, Takahata riversa sofisticazioni fantasiose, aumentando la carica umoristica sino a sfociare nel demenziale, ma rivela in più parti la rassegnazione Zen del saper guardare, senza giudicare, alle miserie degli uomini, sorridendo per la capacità di restare uniti nonostante le piccole grandi difficoltà della vita. Nella lunga fantasticheria iniziale, vediamo i coniugi Yamada viaggiare per mare e per terra, fino a un campo di cavoli dove raccolgono il primo figlio, mentre la secondogenita viene trovata tagliando una canna di bambù. Ed è qui che, inconsapevolmente, Takahata stava mettendo il primo seme che sarebbe germogliato in "Kaguya-hime no Monogatari", la leggenda citata in quella tenera immagine.

La fiaba e la riflessione sull'animazione
Alla base della sceneggiatura vi è Taketori Monogatari, una delle più antiche storie del Giappone, risalente al X secolo: si narra di un tagliatore che trova, all'interno di una canna di bambù, una minuscola bambina e la tiene con sé insieme alla consorte; la bambina è una principessa proveniente dalla Luna, inviata lì per scontare la propria pena conducendo una vita umile insieme agli uomini. Al momento di dover tornare a casa, Kaguya-hime (quasi letteralmente "principessa splendente") prende coscienza della sua origine e, sebbene voglia vivere sulla Terra, dovrà a malincuore abbandonarla. Takahata aveva scritto una riduzione del "Racconto di un tagliabambù" quando, giovanissimo, aveva iniziato a lavorare alla Toei Animation, ma l'idea rimase chiusa in un cassetto per oltre mezzo secolo. A quanto pare, il regista non aveva poi molta voglia di fare questo film e ci è voluto lo strenuo corteggiamento portato avanti per più di un anno dal produttore Yoshiaki Nishimura e dal direttore delegato della Nippon Television Network Seiichiro Ujiie che, a detta  di Toshio Suzuki (presidente dello Studio Ghibli), è stato il vero mecenate della pellicola (che non riuscirà però a vederlo finito, morendo nel 2011) - in vero, "La storia della Principessa Splendente", con il suo budget di 5 miliardi di yen, ha assunto le dimensioni di un blockbuster live action. In tempi di animazione digitale e di fotorealismo, Takahata ha cercato uno stile che fosse classico all'apparenza ma tecnicamente innovativo, per non dire sperimentale. Il regista torna alle radici dell'arte del racconto per immagini tipica della tradizione nipponica (come testimonia quel lunghissimo rotolo, aperto dalla protagonista), ma si confronta anche con la sua carriera e con l'arte degli animatori che ha stimato, come il canadese Frederick Back di cui è difficile non vedere l'ombra (si pensi alle inarcazioni di stile del film e a "L'uomo che piantava gli alberi"). Affiancato dagli esperti Kazuo Oga (art director, ruolo che aveva rivestito anche in "Principessa Mononoke") e dal capo animatore Osamu Tanabe, Takahata ha scelto una via impervia, proseguendo la sua riflessione formalista sul disegno animato. "La storia della Principessa Splendente" è stato realizzato con un'attenzione puntigliosa a ogni aspetto tecnico-artistico (si pensi all'importante ruolo giocato dalla pista sonora, in continuità con "Si alza il vento"), disegnando personaggi e fondali contemporaneamente, in maniera tale che il movimento degli elementi presenti sulla tavola riuscisse vivificato: il mondo esperito con forza primigenia dalla protagonista dispensa allo spettatore la medesima vibrazione emotiva, sia per un filo d'erba mosso dal vento, sia per il primo allattamento della principessa neonata. È un'animazione che mette in primo piano la luce del sentimento piuttosto che la superfetazione realista: a completare la messa in quadro, gli impressionistici cromatismi ad acquarello colorano i paesaggi bucolici della prima parte e, nella seconda, prevalgono le campiture sature e, spesso, a tinta unita, che ingabbiano i personaggi nei fondali urbani. Non bisogna sottovalutare l'ambizione sottesa a questa fiaba, poiché contiene in sé un'intera Weltanschauung: evidenziando il dispositivo linguistico in un'operazione estetica di raffinata retroavanguardia, Takahata costruisce la summa teorica e artistica del suo cinema; il suo ecologismo non si tramuta in ingenua propaganda, è bensì la contraddittoria presa di coscienza di un intellettuale che riesce ancora a raccontare il mondo con gli occhi di una bambina. 

I sogni della Principessa Splendente e il suo senso per la vita
A proposito della difficile e lunga gestazione dell'opera, va aggiunto che Takahata stava meditando su una possibile trasposizione dell'Heike Monogatari, poema in prosa del XIII secolo: al centro vi è un sanguinoso scontro tra clan, attraverso il quale poteva riflettere sul senso della vita e della morte. La storia, che non sarebbe dispiaciuta ad Akira Kurosawa, non convinceva granché il suo capo animatore e, infatti, ha finito per mettere in scena una favola, una ninna nanna. I tarli e le ossessioni che affollano la mente, lucidissima, del regista settantanovenne, sono però i medesimi e nella "Storia della Principessa Splendente"  si rintracciano i classici temi adulti takahatiani, variati sotto la forma del mito. L'autore firma dunque un nuovo archetipo e, ancorandosi alla leggerezza infantile della fiaba, lo innerva delle sue tematiche predilette, addensandolo di simbolismi e metafore che non gravano sull'ariosa struttura del racconto.
Il quinto lungometraggio Ghibli di Takahata è una profonda meditazione sulle stagioni della vita, sul trauma della crescita e dello spostamento, sulla diffrazione esistenziale tra la vita in campagna e la vita in città. Kaguya è un'eroina protofemminista che non si lascia incantare dalle lusinghe dell'aristocrazia urbana, agognando il ritorno all'arcadia della sua giovinezza, quando, spensierata, poteva giocare con i compagni della montagna, mentre scopriva il mondo e con esso il naturale succedersi delle stagioni. È dalla violenza dello sradicamento che nella Principessa Splendente sorgono le vere difficoltà di adattamento alla vita. A contrappunto di ciò, vi è un'analisi della società giapponese in formidabile coerenza col percorso autoriale del regista, che ha sempre toccato temi sociali e politici; la contraddizione più insanabile è quella riferibile al culto della bellezza di cui la Principessa Splendente si fa incarnazione: per essere conforme al codice nobiliare, la sua purezza deve macchiarsi, deve essere corrotta. La disamina takahatiana della sezione centrale pare avere come modello i capolavori di Kenji Mizoguchi, in particolare "La vita di O-haru - Donna galante", ribaltandone la figura e l'itinerario narrativo; stritolata dai raggelanti ingranaggi della mentalità della sua epoca, la donna perduta O-haru si barcamena di gradino in gradino, scendendo sempre più in basso nella scala della società. Alla caduta libera della protagonista mizoguchiana, Takahata oppone la netta integrità di Kaguya: il padre adottivo, consapevole della provenienza aliena della figlia, vorrebbe farne una donna del "gran mondo", così da realizzare la sua felicità alla corte imperiale. La scalata sociale della ragazza si blocca, però, dopo i primi passi, poiché rigetta i propri pretendenti arrivando a negarsi persino al Mikado - un peccato mortale, considerando che l'imperatore è per i giapponesi dio in Terra. Le regole che la imprigionano in una maglia impenetrabile di vacui gesti ne offuscano la vitalità solare, il gioioso sorriso: la Principessa viene soggiogata dalla grigia abitudine, lasciandosi vivere tramite la simulazione della felicità, con la musica del koto opposto alla tessitura portata avanti in segreto con l'aiuto materno, o il giardino coltivato come miniatura del bosco montano.

Nello scarto dalla norma, il mutabile stile grafico lancia il film verso le vette della  poesia più elevata: quando, cioè, la Principessa Splendente o altri personaggi sognano, immaginano, unica forma di resistenza e liberazione da imposizioni e da auto-imposizioni. Nella dialettica tra sogno e realtà, tra visioni a occhi chiusi e a occhi spalancati, il film verifica i moti interiori dei personaggi, in un disegno che brilla nella trasfigurazione di tutti gli ambienti, anche quando si incupisce fino a fare di Kaguya una irrequieta presenza spettrale che si sposta rapidamente attraverso le tavole sempre più astratte e lunari, inseguita dalle musiche inquiete di Joe Hisaishi; la fantasmatica fuga della principessa dal banchetto per la sua entrata in società, causata dalla volgarità degli invitati, per tornare nella vecchia casa disadorna dell'umanità che aveva amato, il volo libero e fanciullesco col fratello oramai cresciuto, che si conclude con un tuffo al cuore, ma anche, soltanto, osservare il debordante stupore di una bambina che muove i primi passi o la sorpresa di una nuova primavera segnata dai colori dei ciliegi in fiore, sono sequenze che faticheremo a dimenticare e che settano un'altezza emotiva raramente imitabile.

"La storia della Principessa Splendente" diviene quindi la metafora del nostro cammino mondano: la civiltà della Luna viene immaginata dall'autore come un Eden in movimento, con un Buddha che attende il ritorno di Kaguya; indossato un velo, la ragazza verrà mondata dalla sporcizia che l'ha macchiata e, raggiungendo la felice incoscienza del Nirvana, sarà dimentica di ogni attimo della sua esistenza terrestre. Ma il termine "sporcizia" non scevera l'amore e l'odio, la gioia e il dolore, la comprensione e il rancore, i contraddittori impulsi comuni all'umanità, moti dell'anima che la Principessa Splendente ha respirato e di cui si è nutrita. E così, tra immagini di struggente lirismo, la nostra protagonista impara l'ennesimo sentimento, l'ultimo che potrà provare: la nostalgia per la vita, per gli attimi che ne hanno autenticato la presenza su questa Terra.

Con la stessa eleganza, a metà tra disincanto e amara rassegnazione, Takahata segue Miyazaki in un testamento artistico dall'ardita e radicale potenza espressiva. Chiudendo il ciclo di una stagione irripetibile, si può solo rimanere in attesa di un'altra primavera...