CAST & CREDITS

cast:
Lorenzo Richelmy, Stefano Cassetti, Margherita Laterza, Stefania Rocca, Pier Giorgio Bellocchio, Germano Gentile, Edoardo Pesce, Franco Ravera, Gianluca Vicari

regia:
Enrico Maria Artale

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
94'

produzione:
CSC Production, Filmauro

sceneggiatura:
Enrico Maria Artale, Francesco Cenni, Luca Giordano

fotografia:
Francesco Di Giacomo

scenografie:
Laura Boni

montaggio:
Paolo Landolfi

costumi:
Irene Amantini

musiche:
Ronin

Il terzo tempo | Recensione | Ondacinema

Il terzo tempo

di Enrico Maria Artale

drammatico, Italia (2013)

di Lorenzo Taddei

Voto: 5.5

Un film genuino, positivo. Ma anche visto e rivisto. Non si capisce perché a Venezia sia stato inserito nella sezione Orizzonti. All'orizzonte proprio niente di nuovo. La sceneggiatura nel complesso funziona, è corretta, ma stipata di luoghi comuni, e il film troppo scontato e prevedibile.

Il "terzo tempo" è il tempo che segue la fine della partita. L'arbitro ha fischiato e l'oggetto del contendere - sia esso in primo piano la conquista del pallone, o via via allargando il campo la segnatura della meta, la vittoria, la gloria - è svanito, e i giocatori di colpo perderebbero il senso del loro esistere. Oltre che un esempio di sportività e un buon motivo per far bisboccia, il terzo tempo è dunque un eccellente viatico che riaccompagna il giocatore alla vita quotidiana, oltre i fumi della furia agonistica. Rispetto agli altri sport, il rugby prevede il terzo tempo come parte integrante del gioco. Se applicato alla vita, ne ricaviamo che non importa il risultato, ma provarci fino in fondo. Questo è parzialmente vero. Visto che Artale non resiste alla tentazione di paragonarlo al calcio, ecco, la filosofia centrale del calcio, a differenza del rugby, può riassumersi così: l'importante è vincere, non importa se abbiam giocato male. L'opportunismo più smaliziato, il rispetto spesso sul filo delle regole,  sono valori necessari, quasi tecniche di gioco. Certo su un piano di nobiltà d'animo, non ci sono paragoni. Ma sfido chiunque a provare e riprovare, senza ottenere alcun risultato. Prima o poi si smette di festeggiare, e forse anche di giocare. Saper perdere è importante quanto saper vincere. Mica è un caso che alla fine del film di vittoria si parli, e su tutti i fronti.

Artale è regista e sceneggiatore - insieme a Francesco Cenni e Luca Giordano - di un film che si dichiara non moralista e che quindi senza dubbio lo è. Niente di insopportabile, anzi a tratti ripaga pure di quel bisogno di causa-effetto fra impegno costante e buoni risultati, che spesso nella realtà non trova questa corrispondenza. 

Due generazioni sono messe a confronto, il "padre" che finalmente ricorda cosa significa essere giovani e il "figlio" che si affida alla saggezza paterna, in uno scambio di fiducia che libera entrambi. Quando Samuel (Lorenzo Richelmy) esce dal carcere minorile non ha alcuna intenzione di redimersi. E' presuntuoso, esuberante, recidivo nel midollo, refrattario a ogni forma di regola, ferocemente incazzato col mondo intero e pronto a prenderlo a testate. Samuel non ha mai fatto sport in vita sua e incarna in effetti il modello dell'indisciplina, dell'antisportività. Come il peggiore dei calciatori.

Questo si ritrova davanti, il povero Vincenzo (Stefano Cassetti). Lui che è un rugbista dalla nascita, lui che sa bene cosa siano abnegazione  e lealtà, si può capire il disagio a trovarsi dinanzi questa specie di Omar Sivori di borgata. La tentazione è arrendersi, subito, senza indugi. Vincenzo ha perso il coraggio, vive nel ricordo e affoga il dolore per la moglie scomparsa, nell'alcol e nella solitudine. Ma poi la soluzione gli compare dinanzi agli occhi, così ovvia da averla ignorata: il rugby. Samuel potrebbe essere un ottimo giocatore. Lentamente i due cominciano a fidarsi l'uno dell'altro, a combattere la paura di rimettersi in gioco. Non manca certo la storia d'amore fra Samuel e Flavia (Margherita Laterza), cioè la figlia di Vincenzo, che certamente scoprirà la tresca, con tutte le conseguenze del caso. Ma niente paura, tutto s'aggiusterà.

Più che alle interpretazioni degli attori - nessuna sopra le righe - va reso merito alla rappresentazione abbastanza credibile del rugby, rispetto ai tentativi spesso ridicoli di altri film di genere. Salvo qualche azione palesemente cinematografica, l'effetto è convincente, complice anche la scelta di servirsi di veri giocatori. C'è una scena al rallenti, sul finale, con Samuel che corre verso la meta, che ricorda molto "Fuga per la vittoria" di John Huston, certo lì in palio c'era un'altra posta, ma insomma alla fine il risultato non cambia. Alla fine Artale ci mette un bel trionfo, tanto per goderselo appieno, il terzo tempo.