CAST & CREDITS

cast:
Tony Leung Chiu-wai, Maggie Cheung

regia:
Wong Kar-wai

distribuzione:
Lucky Red

durata:
98'

produzione:
Wong Kar-Wai

sceneggiatura:
Wong Kar-Wai

fotografia:
Christopher Doyle

scenografie:
William Chang

montaggio:
William Chang

costumi:
William Chang

musiche:
Michael Galasso

pietra miliare

In the Mood for Love | Recensione | Ondacinema

In the Mood for Love

di Wong Kar-wai

drammatico, sentimentale, Hong Kong (2000)

di Matteo De Simei

Sembra quasi di viverlo in prima persona il ricordo "sfocato e indistinto" della bellissima Li-Zhen. "In The Mood For Love" (ovvero "nello stato d'animo per amare") è la semplice/complicata storia sentimentale tra Chow (Tony Leung, Coppa Volpi al Festival di Venezia nel 2000 e migliore interpretazione maschile a Cannes, sempre nel 2000) e Li-Zhen (la leggiadra Maggie Cheung) entrambi uniti dalla sofferenza dell'abbandono e dell'amore impossibile.

Eleganza e stile sono le chiavi per accedere al mondo creato da Wong Kar-Wai, un capolavoro di emozioni implose negli animi dei due protagonisti. Eleganza negli oggetti, eleganza nei dettagli, eleganza come poetica. Ogni dettaglio tende ad uno sguardo molto più profondo di quello che all'apparenza racconta: gli specchi in cui spesso si riflettono gli attori, le scarpe, il fumo delle sigarette, gli abiti. Sono proprio i raffinati e colorati cheongsam indossati da Li-Zhen ad interrompere la grigia e monotona quotidianità vissuta tra stanze, corridoi e ambienti di lavoro. Eleganza nella figura impagabile di Maggie Cheung ("sempre troppo ben vestita", come nota la vicina di casa, "per andare al cinema e a fare spesa da sola"), dalla quale si avverte l'estrema cura con cui tutto il film è costruito. La scenografia, le luci soffuse che esaltano le cromie, la fotografia di Christopher Doyle pregna di effetto flou capace di rendere l'immagine morbida e luminosa (soprattutto nei primi piani) creando un'impressione di "sfocato" pur conservandone la definizione. Non da ultimo, il tema portante della colonna sonora firmata da Michael Galasso che, ossessivamente riproposta, accompagna lo svolgersi al ralenty di movimenti carichi di passione. Tocca invece allo stile unico di Nat King Cole infiammare la tensione emotiva (già rovente) con la celebre "Quizás, quizás" di Osvaldo Farrés. E ancora, l'eleganza registica di Wong Kar-Wai, che gioca su tenui dialoghi e sulla forza delle immagini. Se i due protagonisti sono circondati da un'aura di tristezza e di "vuoto" a tutto tondo, i loro coniugi sono solo inquadrature fuori campo, voci al telefono, borse e cravatte recapitate dai viaggi di lavoro.Solo gli accurati splendori di quadri ralenty, ripetizioni e dettagli rendono vivi i ricordi e vigorose le pulsioni passionali ("il ricordo è qualcosa che può vedere ma che non può toccare").

Il binomio sensualità-castità è la seconda chiave fondamentale dell'opera, (il titolo originale cinese significa "l'età della fioritura", dal romanzo di Liu Yichang), unito a un irrefutabile senso di intimità. Come degli insoddisfatti voyeur, veniamo volutamente esclusi dagli atti prettamente confidenziali dei due. Lo spettatore è testimone solo di frustrazione e di una paradossale, per quanto avversa, bramosia d'amore ("Visto che è successo, che importa chi ha cominciato") perennemente ostacolata dal buon senso e dalla ragione ("Ieri sera la signora Suen mi ha fatto la predica") che attanagliano i Nostri come il peso dell'inganno e della superficialità. Lo stesso peso a cui sono sottoposti anche il capo di Li-Zhen, al quale lei gestisce regali, appuntamenti mancati o confermati con una moglie e un'amante più giovane, e l'amico di Chow, sempre perso nelle sue avventure mondane. Eppure, dietro la porta chiusa, avvertiamo tutta la carnalità di questo amore incorporeo, doloroso e sospeso; non è importante che esso venga realmente consumato, perché l'emozione è tanto palpabile da andare oltre l'atto in sé. L'erotismo non è mai ostentato e la sensualità di Li-Zhen viene enfatizzata unicamente dalla mdp, che segue i suoi movimenti in inquadrature parziali e dettagli del suo viso e del suo corpo (sempre vestito), quasi ad accarezzarli, come se lo spettatore si trovasse a spiarla dal buco di una serratura.

Le rovine cambogiane di Angkor Vat, allegoria di una civiltà sepolta dal tempo, fanno da sfondo alla conclusione della storia: una serie di stacchi dove l'eleganza delle arcate e l'innocenza del silenzio riassumono la sublimità e il pathos della pellicola. È il punto più alto della poetica del film e sono anche le uniche sequenze girate in esterno. Il tempo scorre, la memoria perdura. Come le immagini sgranate di un cinegiornale che segnano la storia nella storia: la seconda metà degli anni 60 in cui l'estremo oriente asiatico fu scosso dal crollo imperiale e la Cambogia riceveva il generale de Gaulle in visita a Phnom Penh nel 66 ("De Gaulle è parte della storia coloniale che sta per dissolversi", confermerà poi il regista, motivando l'espediente delle immagini).

Per quanto l'oriente di "In The Mood For Love" sia distante anni luce nella sensibilità dal manierismo occidentale (in cui tutto sembra dover essere reso esplicito e addirittura ostentato), non si può non rimanere percossi dal modo struggente e solenne con cui Wong Kar-Wai tramuti la sua banale storia in un mood, uno stato d'animo totale e collettivo. Raccontando nient'altro che una storia d'amore, il regista (poeta, se preferite) cinese rivela quale può essere ancora oggi l'emozione che regala il cinema: la consegna di un segreto all'interno di una fenditura in un tempio immerso nel silenzio, che, come avrebbe fatto un albero secolare, lo conserverà per sempre.