CAST & CREDITS

cast:
Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Matthew McConaughey, Margot Robbie, Kyle Chandler, Rob Reiner, Jean Dujardin, Joanna Lumley, Shea Whigham

regia:
Martin Scorsese

distribuzione:
01 Distribution

durata:
179'

produzione:
Sikelia Productions; Appian Way; Red Granite Pictures; EMJAG Productions

sceneggiatura:
Terence Winter

fotografia:
Rodrigo Prieto

scenografie:
Bob Shaw

montaggio:
Thelma Schoonmaker

costumi:
Sandy Powell

musiche:
Robbie Robertson, Randall Poster

The Wolf of Wall Street | Recensione | Ondacinema

The Wolf of Wall Street

di Martin Scorsese

commedia, drammatico, Usa (2013)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.5
Lo specchio deforme in cui si riflettono i disvalori dell'American Way of Life è un centro propulsore di storie di cui il cinema si è sempre nutrito, almeno tanto quanto si è nutrito del classico sogno americano. In tale percorso, "Spring Breakers" di Harmony Korine si è inserito per la deflagrante iniezione di allucinazione psichedelica nel raccontare la formazione di un gruppo di giovani ragazze che della vita vogliono prendere solo "le fette di torta", lo spring break, fregandosene del resto: l'accumulo feticistico di soldi, armi e droga è il lasciapassare per la maturità e per il vincente ritorno nella società di tutti i giorni; il contraltare realistico è stato il gruppo di ladruncoli di "Bling Ring" che Sofia Coppola ha messo in scena per mezzo di un'essiccazione stilistica che l'ha portata quasi alla negazione del racconto: una documentazione di fatti (realmente accaduti) che rivelano la banale quanto inquietante ossessione di una generazione per il raggiungimento di uno status sociale attraverso abiti, gioielli e oggettistica appartenenti ai divi residenti a Hollywood.

Facciamo un passo indietro. Alla fine degli anni 80 a New York si fa strada Jordan Belfort, un ragazzo che in pochi anni s'inventa una società finanziaria e la rende tra le più aggressive del mercato americano. La parabola di Belfort è naturalmente quella del self-made man: il ragazzo della middle class che arriva a Wall Street con l'unico intento di fare soldi, migliorare la propria condizione sociale, diventare ricco. Inserendo "The Wolf Of Wall Street" in un filone di rielaborazione di certe tematiche non ci preme la semplicistica reductio ad unum (volendo, si potrebbe tornare indietro fino a "Quarto potere" di Welles o al "Satyricon" di Petronio), quanto l'interesse a sottolineare un tracciato intertestuale che ha un preciso comune denominatore: denudare il processo pervertivo del capitalismo mettendone in scena l'esplosione euforica, la partecipazione a un party con la speranza che non finisca mai. Il carnevale non come pausa e sovversione della legge e delle divisioni sociali, ma come perpetua valvola di sfogo del vivere al massimo.

A 22 anni, Belfort fa un apprendistato con Mark Hanna (Matthew McConaughey in un breve quanto azzeccato cameo) che gli insegna la regola d'oro di Wall Street: prendere i soldi dalle tasche degli investitori e infilarli nelle proprie; come corollario gli intima di masturbarsi di più e di cominciare ad assumere cocaina, se no lo stress l'avrebbe fatto implodere (e se fosse diventato bravo, avrebbe cominciato a toccarsi pensando ai soldi). Peccato che il suo primo giorno di lavoro sia l'infausto "black monday" del 1987: l'agenzia cola a picco e il giovane ambizioso dovrà reinventarsi. Scopre per caso i penny stock, titoli di pochissima rilevanza la cui vendita fruttava ai broker il 50% per la commissione. Si mette in proprio, aprendo la Stratton Oakmont insieme all'amico Donnie Azoff e a un gruppo di loschi venditori di terza categoria sui quali non avrebbe puntato nessuno, motivandoli a dovere fino a farne degli spietati squali. "Vendevo spazzatura ai netturbini", dice in una battuta del film, ma, grazie a un involontario suggerimento della prima moglie, finirà per piazzare la spazzatura anche sotto il tappeto dell'upper class, mentre questa lo ringrazia profumatamente con il pagamento delle commissioni che rendono in breve tempo lui e la sua società spudoratamente ricchi.

Terence Winter, autore de "I Soprano" e showrunner di "Boardwalk Empire", sviluppa sul grande schermo la strategia narrativa dei serial: prende un personaggio e lo sviscera in lungo e in largo facendone il metro di misura dell'intero racconto. Belfort è l'epitome del wasp, per gran parte del film frega tutti mostrando anche una fortuna sfacciata e non fa altro che celebrare questa vittoria: che sia fine giornata o fine mese o il fine settimana, è sempre un buon momento per fare baldoria; essere milionari - afferma il protagonista - ti migliora come persona, e l'illogica conseguenza di quest'assunto è il dirito di godere di più, di migliorare anche i propri vizi. Nella sua brokerage house ci si droga e si fa sesso nei bagni, la sua dimora è una magione degna di Jay Gatsby, organizza persino un viaggio in aereo come un baccanale. La voracità sviluppata da Belfort aumenta a dismisura mano a mano che viene alimentata dai primi successi: la Jaguar diviene una Ferrari bianca (come quella di Sonny di "Miami Vice") e l'appartamento si trasforma nel più costoso immobile del mondo, sette acri di proprietà a Long Island. Belfort è affetto dalla più sintomatica tra le malattie americane: l'eccesso. E lo dimostra ammettendo, non senza una punta d'orgoglio, di avere ogni dipendenza che può permettersi, dai soldi al sesso, dalla cocaina ai tranquillanti; gli manca il senso del limite, una volta arrivato in cima, una volta provata l'ebbrezza del successo, non vuole mollare la presa. Nella (titanica) scena della tempesta, grida a Donnie che non morirà sobrio, perché l'unico modo per mandare avanti un sistema drogato è drogandolo ancora di più, e poco importa se si tratta del sistema nervoso o di quello finanziario.

Martin Scorsese, facendosi guidare da questo sguardo febbricitante che patina di follia il microcosmo rappresentato, ritorna quel bulimico frullatore di forme cinematografiche girando con stile fluido e ipercinetico, dove le carrellate aprono la jungla di Wall Street, coi broker che sembrano gorilla urlanti al ritmo della musica di Jimmy Castor, e il montaggio alla metanfetamina della Schoonmaker regala una sbornia di immagini senza peso lunga tre ore. Al pari del suo protagonista, anche lo stile va avanti per un accumulo che sbanda spesso verso l'assurdo: si veda l'effetto rallenty di alcune sequenze, come quella in cui Donnie ha l'idea di coinvolgere un suo amico d'infanzia dopo l'assunzione di quaalude (e farfuglia sbavando "Steeeeeve Maaadden"), la velocizzazione innaturale di altre, la contrapposizione di segmenti eterogenei nei quali il pensiero corre più rapido della parola e si può pure ascoltarlo; poiché, in fondo, ci troviamo in una perenne e sovreccitata soggettiva di Belfort che stoppa il flusso delle immagini, cambia colore alle Ferrari, urla sguaiato il suo invasamento a una folla sempre più adorante, sfonda la quarta parete notificandoci le sue speculazioni, come se fossimo quei ragazzini affamati di denaro che affollano la hall della Stratton Oakmont - dopo che l'articolo di Forbes aveva fatto di Jordan non un bieco truffatore ma un modello da seguire.

Si potrà accusare Scorsese di aver soltanto riportato all'alta finanza il concept che stava alla base di "Goodfellas" e di "Casinò"; e, sicuramente, non si è lontani dalla verità se in apertura Belfort ammette che voleva diventare ricco fin da bambino, strizzando l'occhio al Ray Liotta di "Quei bravi ragazzi". La scarica di adrenalina nel fare soldi, l'eccitazione del fregare il prossimo può essere simile, ma in "The Wolf Of Wall Street" niente è mai veramente pericoloso, magari illegale, ma nessun broker rischia la pelle: a sorprendere è l'assoluta gratuità del meccanismo innescato. Ci sono colpe, peccati e depravazioni di ogni tipo ma non c'è alcun momento in cui appaia la benché minima voglia di redenzione. La volgarità di Belfort sta nella sua immoralità esibita, nella totale mancanza di un codice d'onore e, di conseguenza, il viaggio amorale di Scorsese diviene la satira più lucida e grottesca verso la mentalità del nostro tempo. Quello che fa il regista del Queens, a settant'anni suonati, è riuscire ancora a provocare, a dividere, a porsi problematiche che vanno al di sopra del quesito (che gli è stato più volte propinato dai giornalisti) se sia giusto rappresentare con una tale carica di iperrealismo fortune e misfatti di Jordan Belfort: Scorsese costruisce l'ennesima parabola autodistruttiva, con la famelicità che si orienta verso l'autofagocitazione finché l'impero non viene raso al suolo a causa del medesimo tsunami di appetiti che l'ha edificato.

Leonardo DiCaprio sfodera una performance che attraversa qualsiasi registro interpretativo, dal comico al drammatico, passando per gag slapstick di alta scuola: l'episodio del Lemmon 714 non ha nulla da invidiare a "Paura e delirio a Las Vegas", né per istrionismo attoriale, né per montaggio allucinato che sconfessa la realtà distorta percepita dal protagonista (l'analogia "spinaci di Popeye-cocaina" è poi un demenziale colpo di genio). Se Margot Robbie è una "pupa" formidabile e Jonah Hill la rivoltante controparte del vecchio Joe Pesci, DiCaprio è il volto e il corpo in cui si iscrive la parabola scorsesiana. Senza di lui e senza le iperboli visive di Scorsese, "The Wolf Of Wall Street" non sarebbe la chiassosa e disgustosa orgia nichilista che ci ha conquistato.