CAST & CREDITS

cast:
Askhat Kuchencherekov, Ondas Besikbasov, Tolepbergen Baisakalov

regia:
Sergei Dvortsevoy

distribuzione:
Bim

durata:
100'

produzione:
Karl Baumgartner, Thanassis Karathanos

sceneggiatura:
Sergei Dvortsevoy, Gennadi Ostrovsky

montaggio:
Petar Markovic, Isabel Meier

costumi:
Gaziza Korshiyeva

Tulpan - La ragazza che non c'era | Recensione | Ondacinema

Tulpan - La ragazza che non c'era

di Sergei Dvortsevoy

commedia, drammatico, Germania/Kazakhstan/Polonia/Russia/Svizzera (2008)

di Claudio Zito

Voto: 8.0
Il pubblico italiano, completamente ignaro di quella Nouvelle Vague kazaka di cui furono artefici nei primi anni 90 cineasti come Amir Karakulov, Ardak Amirkulov e Darezhan Omirbayev, ha finalmente l'opportunità di entrare in contatto con questa cinematografia poco prolifica ma estremamente interessante. L'occasione è ghiotta, poiché il primo film di fiction dell'apprezzato documentarista Sergei Dvortzevoy, cui il festival Visions du Réel di Nyon sta dedicando una retrospettiva, è davvero un gioiello, impreziosito dalla vittoria a Cannes 2008 nella sezione Un Certain Regard. E poiché, per una volta, anche il doppiaggio italiano si rivela all'altezza.

Chi si aspetta un'opera dal fascino esotico, scoprirà invece un protagonista (Asa, ex marinaio di leva) e una realtà (la steppa) complessi e contraddittori. Il primo, che cova una frustrazione latente sfociante in improvvisi attacchi d'ira, vive una sorta di corto circuito sociale, simbolico della realtà che lo circonda: è costretto a prendere moglie per avere un gregge, ma i genitori della ragazza (il cui rifiuto poggerà invece su frivoli fattori estetici) non intendono darla in sposa a un disoccupato. La seconda sembra appartenere a nessun luogo e nessun tempo, sospensione resa alla perfezione dalle nuvole di polvere con cui significativamente si apre e si chiude la vicenda. La comunità che vi abita non vive una situazione elegiaca, ma è attraversata da tensioni strutturali interne e costantemente in lotta per la sopravvivenza. In questo caso, la minaccia è una oscura epidemia che fa nascere già morti gli agnelli, metafora - forse - della condizione umana dei personaggi. Non sarà così, tuttavia, per una di quelle bestiole, il cui parto viene mostrato in un indimenticabile piano-sequenza di una decina di minuti.
Il mondo esterno è invece conosciuto soltanto tramite poche e provinciali news radiofoniche, qualche immagine pornografica, i racconti iperbolici del protagonista, una canzone in voga trent'anni fa. È però una costante attrazione, come per Asa lo è Tulpan, l'invisibile e irraggiungibile ragazza che non a caso decide di trasferirsi in città. In sostanza, lo sguardo antropologico è sì preponderante, ma sempre affiancato da un lato esistenziale, mentre memorabili squarci poetici emergono in maniera del tutto inaspettata.

Il regista esordiente, poi, si rivela impressionante per padronanza tecnica, personalità e chiarezza di idee: sa esattamente cosa mostrare e cosa nascondere, sia quando farlo. Ci fa vedere due attori che posano immobili alla maniera del teatro brechtiano, per poi svelare con uno dei suoi nervosi ma assai precisi movimenti di macchina (a mano) che stanno osservando la carogna di un agnello. Ci fa immergere negli accecanti polveroni della steppa, riesce a circoscrivere spazi immensi in piani ben definiti, alterna sequenze in cui domina la violenza della natura a pacate (ma non concilianti) scene di intimità familiare, dimostrando di saper impiegare con intelligenza anche il tempo morto. Il tutto con una sceneggiatura che sembra molto scritta, ma che in realtà è stata largamente improvvisata, in uno snervante lavoro di quattro anni, con alcune scene girate anche trenta volte. Un lavoraccio che ha dato però i suoi frutti, tra cui quello di far sembrare credibili pastori attori provenienti da una realtà cittadina. Al primo film, insomma, Dvortsevoy è già un maestro e sarebbe un vero peccato non iniziare a conoscerlo.