CAST & CREDITS

cast:
Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Massimo Ghini, Micaela Ramazzotti, Valerio Mastandrea, Elio Germano, Valentina Carnelutti, Edoardo Gabriellini, Laura Morante

regia:
Paolo Virzì

distribuzione:
Medusa

durata:
117'

produzione:
Medusa Film e Motorino Amaranto

sceneggiatura:
Paolo Virzì, Francesco Bruni

fotografia:
Nicola Pecorini

Tutta la vita davanti | Recensione | Ondacinema

Tutta la vita davanti

di Paolo Virzì

commedia, Italia (2008)

di Diego Capuano

Voto: 7.5

Paolo Virzì è dal 1994, anno del suo debutto con "La bella vita", il più credibile testimone della vecchia e gloriosa commedia all'italiana. Da sempre ancorato ad un cinema dedito a descrivere l'Italia di oggi attraverso piccoli e grandi gesti quotidiani, di persone prevalentemente comuni che costruiscono man mano un unico grande affresco del nostro paese.

"Tutta la vita davanti" è la felice sintesi del suo cinema, una summa di un'idea affettuosa e personale di rappresentazione audiovisiva di tutto ciò di cui sopra.

In primo luogo il film riesce ad abbracciare l'intera nazione pur essendo ambientato quasi esclusivamente a Roma: il dialetto, che pure c'è, evita le facili battute che potrebbero scivolare in un risaputo provincialismo, scansato anche dallo sguardo della protagonista. Interpretata dalla semi-esordiente Isabella Ragonese (vista in un piccolo ruolo in "Nuovomondo" di Crialese), Marta è una palermitana neo-laureata - in filosofia teoretica all'università di Roma - a pieni voti, che arranca tra un colloquio e un altro, tra un "le faremo sapere" e l'altro, finché si aggrappa a un'ultima spiaggia, ovvero a quell'arte di arrangiarsi che sempre più affligge il nostro paese, e trova lavoro in un call center. Gli incontri della protagonista sono narrati con arguzia e con i suoi stessi disincantati occhi: sfiora le vite di molte persone senza per questo stravolgerle, o almeno non lo fa in prima persona.

Il call center è visto come arena di agghiacciante metafora dell'Italia tutta, dove le canzoni di matrice televisiva e i reality show che rimbombano ovunque si sono ormai impossessati del quotidiano. Non è un parallelo facile e a buon mercato, soprattutto perché Paolo Virzì affonda gli artigli andando ben oltre la superficie. Sarebbe facile vedere nei personaggi di Sabrina Ferilli o Massimo Ghini i cinici artefici di questo sfacelo, così come nell'inquadrare il Grande Fratello come male assoluto dei nostri problemi; e invece è proprio attraverso personaggi del genere che emerge un patetismo che cade nelle più buie solitudini, pronte a portare a tragedie e omicidi che non a caso imperversano con inesorabile puntualità nei telegiornali.

Il bello (o se preferite il brutto) è che sono ben pochi gli individui che Virzì salva: una ragazza madre che trascura la propria figlia, un giovane sindacalista della Cgil immaturo e approfittatore, un ossessionato venditore aziendale che non esita a rubare soldi a un'anziana e così via. Eppure ognuno ha delle ragioni più o meno valide a proprio carico.

C'è poco da essere allegri, sembra dirci il film, che trova spiragli di ossigeno nelle sequenze surreali: il mondo che si risveglia al ritmo dei Beach Boys, il leggiadro e felliniano valzer con la madre ormai defunta, il pranzo finale che comunque non chiude per nulla il film con toni consolatori, anzi: a ben vedere le inquietudini che affliggevano i personaggi, quando non definitivamente esplose, restano intatte.

Il ritmo scorre incessante ed è intelligente Virzì nel concentrare una voce off, quella di Laura Morante, soltanto nei primi e negli ultimi minuti, tanto per dare quel giusto tocco che si fa saggistico/favolistico senza precipitare nella pedanteria.

Straordinario il lavoro sugli attori: se è vero che la sceneggiatura di Virzì e Francesco Bruni ha saputo caratterizzare brillantemente ogni personaggio, la direzione attoriale sorprende sia con i volti noti (da quanto tempo la Ferilli e Ghini non convincevano come in questo caso?), sia con quelli giovanissimi (la già citata Ragonese, ma anche la bellissima Micaela Ramazzotti). Per non parlare di conferme come quelle ricevute dal versatile Elio Germano e dall'irrinunciabile Valerio Mastandrea.

Volti memorabili in un affresco ampio su cui bisognerebbe riflettere a fondo. Come soltanto le nostre vecchie commedie sapevano fare.


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di Pier Eugenio Torri

A Virzì si è perdonato di tutto. Si è riusciti addirittura a perdonare uno scempio scellerato come "N (Io e Napoleone)", invisibile visione anche per il suo inner circle di appassionati. Già perché Paolo Virzì ha il suo bel salotto buono di illuminati amici, protagonisti dello spettacolo, giornalisti e quant'altro, tutti rimasti ammirati, ormai una decina d'anni fa, da Ovosodo. Del resto va riconosciuto a Virzì di essere riuscito a declinare la commedia italiana costruita sugli stereotipi (il cinema dei fratelli Vanzina) in chiave "medio-alta", così da regalare anche ai radical-chic il loro film del disimpegno e dello svago: "Ferie d'Agosto". Il tutto suona forse troppo circolino intellettual-snob-di sinistra, ma pare sia la realtà.
Viste le premesse e i ricordi nebulosi di cose dell'altro mondo accreditate a suo nome (a memoria "Baci e abbracci" e "My Name Is Tanino), è stato sorprendente rilevare una promozione quasi fin troppo ingombrante e fastidiosa; il tema certamente lo richiedeva, visto che la trama si snocciola intorno a vicende di precariato, argomento mai così attuale e già affrontato anche da Soldini in "Giorni e nuvole" lo scorso anno.
Veniamo alla storia. Una ragazza laureata con bacio accademico, davanti ad una commissione di professori con cartella clinica ben più lunga del curriculum vitae, si ritrova a vivere la situazione di senza lavoro, disillusa da una ricerca infruttuosa di un'occupazione che potesse soddisfare le aspettative di anni passati a studiare e a immaginarsi seduta dietro una scrivania/cattedra. Le circostanze della vita e un fidanzato/cervello volato all'estero le impongono di guardarsi intorno. Da qui le cose cambiano: Marta, la protagonista disillusa e disoccupata, si ritrova promettente telefonista in un call-center, coinquilina di una ragazza madre con prospettive basse di una serena vita futura, baby-sitter nel tempo libero e con il sogno nel cassetto di diventare ricercatrice.
Il call-center è il vero protagonista della storia: qui si consumano i legami e gli addii dei protagonisti, gli incontri/scontri tra colleghi, qui si descrive un luogo/non-luogo dove tutto sembra finto e costruito, ma al tempo stesso così crudele e reale. Una Ferilli al suo massimo interpreta la direttrice sadica del call-center, pungente e stimolante, amante illusa del capo, fragile nel privato, ma spietata sul lavoro. Il call-center diventa una famiglia benevola con la canzoncina del mattino, quell' inno all'autostima (sulla scia del "siamo le migliori, le più belle e il mondo ci ama") ormai metodo abusato di formazione e incentivazione del personale in molte aziende, e con i premi di produzione tanto apprezzati quanto ridicoli (un portachiavi per la "miglior promessa del mese"). Dall'esterno è una situazione alienante, che di fatto spersonalizza l'individuo rendendolo una pedina di un sistema mangia soldi; dall'interno invece è un luogo familiare e tranquillo, almeno fino a quando non si viene licenziati. A fare da critica al sistema interviene la figura del sindacalista (l'onnipresente Valerio Mastandrea, indie-attore de facto), inascoltata voce di protesta, sbertucciato e ridicolizzato dalle lavoratrici del call-center che vengono descritte con un quoziente intellettivo da velina/tronista. Il rischio di tutta questa operazione era quello di disegnare un quadro costruito su stereotipi, banale da raccontare e da vedere: a tratti, soprattutto all'inizio, il timore è sembrato una desolante realtà, ma nel suo sviluppo la storia si è rinsaldata e ha preso la direzione giusta. L'impianto dell'opera sembra un sogno, raccontato da una voce narrante (Laura Morante, che non compare mai nel film): la cornice (l'incipit e la conclusione) è affidata a scene di musical dove tutti i personaggi della storia si ritrovano a ballare e cantare "fuori dalla scena". Il tema musicale viene poi ripreso all'interno della storia con le esibizioni scenografiche delle centraliniste alle prese con l'inno auto stimolante prima di iniziare il turno.
Una commedia gradevole quella di Virzì, capace di schivare il fantasma dei luoghi comuni e di ravvivare l'interesse per un regista di cui si erano perse un po' le speranze.