CAST & CREDITS

cast:
Nicholas Hoult, Teresa Palmer, John Malkovich, Analeigh Tipton, Rob Corddry, Dave Franco

regia:
Jonathan Levine

distribuzione:
Lucky Red

durata:
98'

sceneggiatura:
Jonathan Levine

fotografia:
Javier Aguirresarobe

scenografie:
Martin Whist

montaggio:
Nancy Richardson

costumi:
George L. Little

musiche:
Marco Beltrami, Buck Sanders

Warm Bodies | Recensione | Ondacinema

Warm Bodies

di Jonathan Levine

commedia, horror, Usa (2013)

di Alex Poltronieri

Voto: 5.0
Per oltre quarant'anni metafora della paure più recondite dell'animo umano, nonché sintomo dell'apocalisse in atto (grazie soprattutto all'opera di George A. Romero), ora anche i morti viventi si redimono. Grazie alla forza dell'amore. "Warm Bodies" è un successo letterario di qualche anno fa (a dirla tutto, sconosciuto da noi) nato sulla scia del filone young adult-sovrannaturale capitanato dalla temibile saga di "Twilight" (è in arrivo pure "Beautiful Creatures - La sedicesima luna", adattamento di un altra serie di libri, questa volta incentrati sulla stregoneria, uff). Sulla carta, però, l'operazione solletica la curiosità: un tentativo di rinnovare il "genere", innestandovi elementi romantici e abbondanti dosi di ironia, e al contempo riflettere con ironia sul possibile futuro di un filone, che tra serie tv (l'ormai celeberrimo "The Walking Dead"), film, fumetti e videogames, sta perdendo la propria carica eversiva e "politica", prestandosi ad una saturazione industrial-commerciale pressoché senza fine.

La scelta di affidare il progetto al regista Jonathan Levine, autore di un cinema "giovanilista", ma mai banale (e che già aveva flirtato con l'horror, recuperate il suo esordio "All the Boys Love Mandy Lane", slasher violento e semi parodico con una Amber Heard da infarto), sembrava anch'essa vincente. Il risultato, però, è così così. Le idee migliori sono tutte concentrate nella prima mezz'ora: lo spleen interiore dello zombie, la sua condizione di freak ed emarginato, la sua solitudine come condizione universale (i morti tornano ad essere "vivi" solo quando imparano a comunicare tra di loro e a conoscersi), sono raccontati con il giusto piglio scanzonato e malinconico. Divertono i goffi tentativi del protagonista, il cui nome può pronunciarsi gutturalmente "R"(omeo), di conquistare l'affetto della sua bella vittima Julie(etta), ma poi la pellicola pare come incepparsi e girare a vuoto. E non osa assolutamente nulla più del necessario.

A Levine è lasciato pochissimo spazio; trattasi, in fondo, di un lavoro su commissione. Nonostante il tema della pellicola, il tasso di sangue è a zero, non c'è nessun approfondimento di alcuni dei punti potenzialmente più spinosi per il giovane pubblico, come la sessualità del protagonista, ma, in compenso, il pedale è premuto su un romanticismo annaquato (d'altronde i produttori son gli stessi del già citato "Twilight", e da lì non si sgarra) che lentamente fa affondare il ritmo e l'assunto paradossale dell'incipit. Per una volta, la durata pare insufficiente a sviluppare psicologie e svolte drammaturgiche, e in dirittura d'arrivo tutto si risolve nella maniera più semplice e affrettata, a discapito della tensione e dell'interesse della platea. E i puristi del genere potrebbero trovare fastidiosa la rappresentazione dello zombie come un bamboccione, vorace ma sostanzialmente innocuo, che ha solo bisogno di amore per ritrovare la propria umanità. Cosa resta? Poco. Un passatempo sciocchino e moderatamente divertente che scorre senza lasciare nessuna traccia, e che lascia l'impressione di un'occasione perduta.

All'attivo, nonostante tutto, la coppia di protagonisti, che mostra buona alchimia (lui, Nicholas Hoult è il ragazzino di "About a Boy", enorme e irriconoscibile; lei, Teresa Palmer, la versione bionda di Kristen Stewart) e le scelte musicali, eclettiche e azzeccate come negli altri film del regista (si va da Springsteen e Dylan a Feist e i The National).