CAST & CREDITS

cast:
Jim Morrison, Ray Manzarek, John Densmore, Robby Krieger

regia:
Tom DiCillo

distribuzione:
GA&A Productions

durata:
86'

produzione:
Wolf Films, Strange Pictures, Rhino Entertainment

sceneggiatura:
Tom DiCillo

fotografia:
Paul Ferrara

montaggio:
Kevin Krasny, Micky Blythe

musiche:
The Doors

When You're Strange | Recensione | Ondacinema

When You're Strange

di Tom DiCillo

documentario, Usa (2009)

di Matteo De Simei

Voto: 6.0

A quarant’anni dalla morte di Jim Morrison le porte dei Doors tornano a schiudersi. L’ultima volta che il cinema aveva cercato di imprimere per immagini il blues psichedelico della band fu nel 1991 quando Oliver Stone scrisse e diresse un biopic rimasto nella memoria dei più soprattutto per le dure critiche espresse dagli stessi componenti del gruppo (il tastierista Ray Manzarek in primis, il quale denunciò la storpiatura generale che ricevette il vocalist e personaggio chiave Morrison) che per la sua efficacia nel descrivere vita e morte di uno tra i gruppi rock più amati e controversi di sempre. Quasi dieci anni dopo, Tom DiCillo, direttore della fotografia con all’attivo una manciata di opere da regista, decide invece di privilegiare il genere documentaristico, alternando in 80 minuti di pellicola le origini e l’evoluzione della band in stile reportage (molte delle immagini sono inedite) con la camaleontica prospettiva socio-culturale propria della seconda metà degli anni sessanta che avrebbe segnato il passaggio di testimone tra la generazione ribelle dei “sixties” e quella nuova più conservatrice che finirà catalogata col nome di “me generation”.

Ciò nonostante la vera natura del film è sicuramente quella di svelare una volta per tutte chi davvero fosse il Re Lucertola, rispondendo in via definitiva al pasticcio di Stone. Significativa a tal proposito la scelta del titolo, ad inquadrare la complessa natura del personaggio, e soprattutto il collage al montaggio realizzato al fine da rendere la star sempre al centro dell’attenzione, un sole a cui attorno girano tutti gli altri pianeti. Accompagnato da una narrazione piuttosto blanda e che sicuramente poteva offrire maggior spunti e dettagli (Johnny Depp nella versione originale, Marco Castoldi in arte Morgan in quella italiana), il film di DiCillo si sofferma, quindi, in particolar modo sulle traversie di Morrison: il rinnegamento dell’amore paterno e materno, amore che, per contro, virò verso la letteratura e la poesia, la scuola di cinema dell’Ucla e la nascita dei Doors, il concerto di Miami del marzo ’69 e la presunta leggenda che lo volle mostrare i genitali di fronte al pubblico, avvenimento che portò al suo arresto e che di fatto pose le basi per la sua fatale metamorfosi in “Jimbo” come ha sempre sostenuto Manzarek. Sempre del ’69 sono le immagini che lo ritraggono nei suoi due lungometraggi diretti da Paul Ferrara, “Hwy”, col deserto del Mojave a fare da sfondo al viaggio verso la città, e “Feast of Friends”, compendio di eccessi nonchè inno alle ipnosi lisergiche tanto imprescindibili per i suoi componimenti poetici.

Il contesto socio-politico è un altro importante tassello che il film proclama a più riprese: significativa la sequenza in cui la celeberrima “The End” in sottofondo riassume il triennio maledetto che segnò gli omicidi di Sharon Tate, Martin Luther King, Robert Kennedy e che nel contempo portò sulla via del suicidio Jimi Hendrix e Janis Joplin, seguiti un anno dopo proprio da Jim Morrison. La libertà verso un mondo migliore in realtà stava portando dritto dritto all’inferno. I Doors rappresentarono l’ultimo baluardo di questa generazione prima che l’intero Paese cambiasse radicalmente negli anni settanta, parallelamente alla fine della guerra in Vietnam, adottando una visione del mondo “individuale” basata sul benessere personale e su quello che Christopher Lash chiamerà la “cultura del narcisismo”. DiCillo avverte costantemente, seppur lasciando la questione sempre in superficie, l’importanza dei Doors e del suo leader nel quadro di un’epoca che ha visto frantumare ed infine dissolvere le sue speranze in un arco di tempo troppo limitato ma comunque fondamentale per il proseguo degli anni a venire (“Blood will be born in the birth of a nation” canterà Morrison in “Peace Frog”).

Cercare di tratteggiare il pensiero di Morrison, intravedere oltre l’ermetismo della sua poetica, è impresa ambiziosa e sicuramente non facile. DiCillo, con la benedizione di Manzarek e Robby Krieger, riesce quanto meno a consegnare allo spettatore ciò che Stone aveva colpevolmente rimosso e deformato. Come ad esempio il sorriso di un ragazzo che forse troppo presto scoprì di essere l’alter ego di William Blake e della sua poetica, finendo per uccidere se stesso ma non la meravigliosa musica dei Doors.