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6.0/10

Chi ha ascoltato o letto le interviste che Steve McQueen ha rilasciato negli ultimi anni a varie tv o giornali sa che il personaggio è davvero stravagante ed esuberante. A parte i salti incontenibili davanti a tutto il mondo durante la notte degli Oscar in cui trionfò "12 anni schiavo", il regista inglese ha sempre avuto, coerentemente con una fisicità imponente, un modo di fare e di porsi che si potrebbe definire opposto rispetto al suo cinema. Tanto sopra le righe e allegramente indisciplinato l'uomo, quanto rigoroso e spietato nell'autocontrollo lo stile. Lo abbiamo verificato in ognuna delle sue tre precedenti opere, pur con le dovute differenze, dato che, da "Hunger" fino alla pellicola sulle drammatiche avventure di Solomon Northup, passando per il capolavoro "Shame" che fulminò e sconquassò la Mostra di Venezia del 2011, l'arte di McQueen si è cimentata in temi e linguaggi sempre nuovi.

"Widows" è il film che più somiglia al carattere del suo autore, invece. È un dramma caotico, chiassoso, urlato a più non posso. Diventa poi opera di genere, allorché si cimenta anche con il filone dell'heist movie, per poi tornare a farsi serio(so) pamphlet sul decadimento dei costumi contemporanei, sulla perdita di ambizione di questa società occidentale, per cui competenza, sacrificio e impegno hanno perso valore a favore di altri elementi, come la forza, la prepotenza, il culto della scorciatoia. "Widows" è un adattamento, molto libero in verità, di un format televisivo britannico andato in onda negli anni 80. Un gruppo di vedove (è questo che significa la parola "widows", vedove, appunto) decide di organizzarsi per portare avanti il lavoro dei propri mariti, caduti durante l'espletamento del proprio servizio. Peccato che ciò di cui si occupassero questi uomini rimasti uccisi fosse ben poco legale: formavano una spietata banda di rapinatori, caduta in un'imboscata della polizia che ne ha interrotto violentemente le scorribande. Ma, avendo in precedenza rubato molti soldi a personaggi di spicco della criminalità locale, lasciano alle proprie mogli, come recita il titolo italiano, un'eredità criminale. Per estinguere questi debiti e mettere in salvo le proprie famiglie, queste quattro donne dovranno improvvisarsi rapinatrici e imbracciare le armi.

McQueen, che aveva amato da giovane il telefilm, si è fatto aiutare in fase di sceneggiatura dalla penna sofisticata e talentuosa di Gillian Flynn, già osannata autrice di quel "Gone Girl" di David Fincher che avevamo apprezzato qualche anno fa (su questa webzine lo avevamo premiato come il miglior script dell'anno). Di comune accordo, la coppia Flynn-McQueen decide di spostare le vicende delle vedove da Londra a Chicago e decide di allargare il raggio di osservazione a ciò che è l'ambiente metropolitano che circonda le protagoniste. Non più solo rapine, inseguimenti e sparatorie, ma anche politica, corruzione, degrado urbano. E qui c'è sia l'elemento che segnala un'ambizione encomiabile, sia ciò che azzoppa il film. McQueen, a differenza delle opere precedenti, non riesce a filtrare i tanti spunti narrativi attraverso la lente del suo approccio videoartistico; al contrario, resta travolto dagli eventi, dalle parole, dalle scene action, dalle prevedibili svolte narrative. E alla fine, "Widows" perde la sua anima, la smarrisce nei meandri del cinema di genere, finendo per risultare un (pur godibile) prodotto di mero intrattenimento.

L'entusiasmo, l'esuberanza, la foga del cineasta britannico irrompono nella pellicola, dalla costruzione del plot fino alle scelte pratiche di messa in scena. Troppo convenzionale il versante thriller, troppo telefonato quello più strettamente drammatico. La questione razziale, la parità dei sessi nell'America del nuovo millennio, ma anche la crisi economica, il decadimento dei valori che tengono insieme una società, l'ipocrisia del denaro che tutto muove. Tanti temi, troppi, inseriti forzatamente come sottotesti volutamente sottolineati. Certo, McQueen è un grande regista e ce lo dimostra ancora in diversi momenti. Senza svelare troppo del film, possiamo dirvi che anche stavolta la sua macchina da presa si muove con grande maestria per le strade cittadine. È davvero uno dei migliori, McQueen, nel saper riprendere il contesto metropolitano nelle sue contraddizioni. Ci aveva colpito per come aveva letteralmente ritratto la New York di "Shame", ci ha colpito per come ha saputo valorizzare la bellezza di Chicago, senza edulcorarne gli aspetti più brutti e osceni.

C'è poi un virtuosismo tecnico che sa ancora sorprendere. Senza gli eccessi e l'integralismo dello stile utilizzato in "Hunger", McQueen torna a fare uso di piani sequenza funambolici, con la sovrapposizione delle voci fuori campo e l'accompagnamento musicale di un ispirato Hans Zimmer. Insomma, l'uomo che ci aveva saputo agitare e trasmettere un contagioso senso di irrequietezza con i suoi titoli precedenti, questa volta si è preso una sorta di "vacanza", pur non abdicando al suo mestiere ormai consolidato. Restano, oltre a questo, le prove convincenti del cast corale, a cominciare dalla carismatica Viola Davis, ormai elevatasi, dopo le ultime prove attoriali, al rango di vera diva hollywoodiana. Ma dal maestro McQueen è lecito e doveroso aspettarsi sempre di più.



Cast e credits

cast:
Viola Davis, Michelle Rodriguez, Elizabeth Debicki, Cynthia Erivo, Colin Farrell


regia:
Steve McQueen


distribuzione:
20th Century Fox


durata:
128'


produzione:
Regency Enterprises, See-Saw Films, Film4, New Regency Pictures, River Road Entertainment


sceneggiatura:
Steve McQueen, Gillian Flynn


fotografia:
Sean Bobbitt


scenografie:
Adam Stockhausen


montaggio:
Joe Walker


musiche:
Hans Zimmer


Trama
Ambientato a Chicago nei giorni nostri, è la storia di quattro donne accomunate dai debiti lasciati loro in eredità dall'attività criminale dei mariti defunti e dalle conseguenze di tutto questo.