CAST & CREDITS

cast:
Zinedine Zidane

regia:
Douglas Gordon, Philippe Parreno

distribuzione:
UIP

durata:
90'

produzione:
Anna Lena Films

fotografia:
Darius Khondji

montaggio:
Hervé Schneid

musiche:
Mogwai

Zidane: A 21st Century Portrait | Recensione | Ondacinema

Zidane: A 21st Century Portrait

di Douglas Gordon, Philippe Parreno

videoarte, Francia (2006)

di Massimo Versolatto

Voto: 6.5

Un'ora e mezza di inquadrature, varie, molto diverse tra loro (nonostante più d'una ripetizione, inevitabile) tutte strette su Zinédine Zidane durante una partita di campionato (Real Madrid - Villareal del 2005). Questo, niente più, niente meno, è "21st Century Portrait". Presentato a Cannes, ha ricevuto uno scroscio d'applausi infinito ed è stato definito il miglior film sul calcio di tutti i tempi.

Ecco, partiamo da un presupposto: per vedere questo film senza addormentarsi bisogna amare profondamente Zidane. Amarlo come giocatore, come campione, come atleta "purissimo" (con tutto ciò che la purezza concerne: negli ultimi minuti si fa espellere, per intervento violento su un avversario). Chi scrive è convinto che Zidane, nel complesso della sua carriera ormai conclusa, abbia dimostrato di essere uno straordinario giocatore e vederlo così ravvicinato, analizzato in ogni movenza e situazione è, per certi versi, affascinante. Bene, nonostante ciò il sottoscritto si è addormentato. Merito della cura del sonoro della pellicola - con un sottofondo di puro "rumore" da stadio, molto conciliante - e delle bellissime musiche dei Mogwai - e non è una battuta questa, le musiche sono splendide, ma sono così d'atmosfera che unite a questa pellicola provocano un effetto tremendamente soporifero. Se però non ci si addormenta guardando "21st Century Portrait", se ne rimane sicuramente colpiti. È inevitabile, considerando che le inquadrature sono molto mobili e ripetutamente variegate, alcuni primi piani "ballano" parecchio a causa dell'eccessivo zoom utilizzato ma è accettabile, nel complesso dello stilizzato gioco di fuoco-controfuoco. Non si capisce nulla della partita, o quasi - è una scelta, ma chi scrive non la condivide - e in pratica ciò che traspare alla fine è che l'individuo Zidane è solo uno dei ventidue giocatori che partecipano al match. Partecipa, non lo domina. Ne è parte integrante e ne detta pure una sferzata, ma ne rimane comunque solo un "tassello". Interessati al "tassello", i due registi hanno optato dunque per non considerare il resto dei calciatori in campo né il risultato della partita.
Punto e basta. Sarà finita qua? Un analisi di un giocatore e fine della storia?
In realtà non è così, perché nell'intenzione dei due registi c'è anche dell'altro, ma se avessero fatto un cortometraggio ne sarebbe venuto fuori un piccolo capolavoro. Ne hanno fatto un film di un'ora e mezza - la durata intera della partita - e il risultato è inevitabilmente una "visione" più ampia, d'insieme che è stata osannata come miglior film sul calcio. Va bene, non ci vuol molto, i concorrenti principali sono "Goal", "Best" e "Fuga per la vittoria"...

Analizzare "21st Century Portrait" significa porre l'interrogativo cardine: perché fare questo film? Perché parlare di Zidane, senza neanche un dialogo, un'intervista (semplicemente alcune sue frasi sono riportate in sovrimpressione)? Tranquilli, la risposta, per sicurezza, la danno i registi stessi. A metà pellicola c'è un "inserto" di immagini da telegiornale, in cui molto brevemente viene citato ciò che succede nel resto del mondo, in quella giornata lì, contemporaneamente alla partita che sta giocando Zidane. Come dire che ci sono cose molto più importanti, ma ai due registi interessa raccontare qualcosa di più "normale" - anche se il calcio attuale, di normalità ha ben poco... - e raccontarla completamente, intensamente e "veramente" - quindi un sacco di telecamere puntate sul calciatore come in un reality show. Zidane è un uomo del ventesimo secolo, e come tale si porta dentro tutte le caratteristiche di questo secolo. Parlare, nella sua normalità, di un uomo qualsiasi, preso dalla strada, sarebbe stato troppo neo-realistico. E allora è molto meglio prendere un "simbolo" ed esprimere la propria analisi attraverso di lui. Tutto ciò non traspare poi così chiaramente. Bisogna strapparla via, questa analisi, intrappolata com'è tra le sfocature di certe immagini, tra i repentini cambi di inquadratura e tra le goccioline di sudore sulla fronte zoomata di Zizou. Ma la cifra stilistica di questo "esperimento" filmico - come dice Morandini "è più vicino alla videoarte che al cinema" - è così alta da provocare comunque delle sensazioni in chi guarda. Film muto, di fatto, conclude l'"intermezzo giornalistico" di cui sopra con una interessante sovrimpressione:

"Who could have imagined that in the future an ordinary day like this might be forgotten or remembered as anything more or less significant than a walk in the park"

Scelgo di chiudere così questa analisi. Perché in fondo, a parere di chi scrive, non stiamo parlando del grandissimo, strepitoso capolavoro del cinema sportivo, ma forse questo non è nemmeno ciò che i due registi volevano quando hanno deciso di realizzarlo. Nel loro intento "ordinario" e "normale" c'è probabilmente un omaggio sentito a un grande campione del calcio. Su questo, artisticamente e stilisticamente, hanno fatto centro.