Recensioni

Zombie contro zombie - One Cut of the Dead

di Shinichiro Ueda

commedia, horror, Giappone (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Takayuki Hamatsu, Yuzuki Akiyama, Harumi Shuhama, Kazuaki Nagaya

regia:
Shinichiro Ueda

distribuzione:
Tucker Film

durata:
96'

produzione:
Koji Ichihashi

sceneggiatura:
Shinichiro Ueda

fotografia:
Takeshi Sone

montaggio:
Shinichiro Ueda

musiche:
Kairu Nagai

Zombie contro zombie - One Cut of the Dead | Recensione | Ondacinema

Zombie contro zombie - One Cut of the Dead

di Shinichiro Ueda

commedia, horror, Giappone (2017)

di Matteo Pennacchia

Voto: 8.0

Infinite possibilità del cinema. Asiatico. E così, quando pensi che ogni abuso sia stato perpetrato ai danni di uno dei generi pop più consumati (lo zombie-movie), un filone in cui anche papà Romero arrancava prima di lasciarci, arrivano gli orientali e ci mettono una pezza. Ecco l'exploit del forse un po' sopravvalutato "Train to Busan", Corea, e poco dopo la sua antitesi giapponese "Zombie contro zombie". Antitesi realizzativa, di intento e risultato: filo-commerciale a testa alta il primo, fieramente low budget il secondo, il quale infatti guarda al mondo delle produzioni artigianali d'altri tempi (o underground) con gli occhi luccicanti e spalancati dell'innamorato pazzo. 20.000 dollari di budget e (finora) oltre 27 milioni incassati solo in patria, tralasciando gli enne festival internazionali che lo celebrano da oltre un anno (solo in Italia: Premio del Pubblico al 20° Far East Film Festival; Miglior Film e Premio del Pubblico al 18° TOHorror Film Fest).

In sala per tre giorni con la formula evento cinema grazie alla Tucker Film, "Zombie contro zombie" (ma meglio il più significativo "One Cut of the Dead") merita tutto ciò di buono gli stia capitando in giro. Basato su una singola idea metacinematografica che continua a moltiplicarsi di minuto in minuto, come un'immagine in due specchi contrapposti, ma senza esaurirsi in se stessa, la commedia (ché di questo si tratta, zombie a parte) di Shinichiro Ueda inizia come il più insulso degli horror amatoriali: attori cani, trucco pessimo, sceneggiatura risibile, e intanto zitto zitto si produce in un pianosequenza di quasi quaranta minuti che sguscia veloce (pom!) fra gli impacci di alcune situazioni che sfiorano una sottospecie di cinema dell'assurdo (attori che restano immobili e in silenzio dopo aver pronunciato le loro battute? Cosa non quadra?)
Una troupe scalcagnata alla prese con uno zombie-movie a zero budget viene attaccata da veri zombie. Così fino al minuto 37. Poi, salto indietro di un mese: un regista scalcagnato viene ingaggiato da un canale televisivo per girare in pianosequenza (e in diretta TV) un mediometraggio di 37 minuti in cui una troupe scalcagnata alle prese con uno zombie-movie a zero budget viene attaccata da veri zombie. E tutto ciò che hai visto nella prima parte del film, con qualche perplessità eccetto non sia fan del so bad it's so good, pur restando sul piano della fiction è spiegato, riacquista logica, diventa la messa in scena della messa in scena più genialmente comica degli ultimi anni.

Ma dietro la comicità (irresistibile) che scaturisce dall'intrusione nel dietro le quinte, dalla ripresa delle riprese, con tutti gli svelamenti demenziali che si incastrano a ritroso (attori che restano immobili e in silenzio dopo aver pronunciato le loro battute? Ecco cosa non quadrava!), Ueda e la sua armata di Don Chisciotte giocano con estrema intelligenza con i gradi della rappresentazione, lanciandosi contro i mulini a vento dell'industria dello spettacolo (tele/cinematografico) moderna e la sua brama di avere tutto, subito, in maniera perfetta. Un mondo dove l'errore non è contemplato, mentre in "Zombie contro zombie" è l'errore (ovvero l'applicazione nel tentare di risolverlo) il cardine principale di una sceneggiatura che brilla ogni scena di più, e si appropria di innumerevoli livelli narrativi ed empatici, complementari gli uni agli altri. Nel segno dell'amore per il concetto di indipendenza artistica, costi quel che costi, trovano spazio anche frammenti di vita quotidiana e caratteri tanto difettosamente umani e ben scritti (a penna leggera, pochi tratti essenziali) da essere commoventi, manco si parlasse di una delle famiglie di Kore-eda.
Tanto che, sui veri titoli di coda, quando la ripresa delle riprese diventa la ripresa documentaria della ripresa delle riprese, ci si accorge di quello che forse è l'unico fallimento dell'operazione: voleva essere un piccolo film e non ci è riuscito.