Haneke, Trintignant - Speciale Amour | Speciale | Ondacinema

Haneke, Trintignant - Speciale Amour

Haneke, Trintignant - Speciale Amour

di Silvia Di Paola

Il regista Michael Haneke e il protagonista Jean-Luis Trintignant raccontano il film che vinto la Palma d'Oro a Cannes

ROMA - L'amore al tempo della morte. Della malattia. Della vecchiaia. L'amore secondo Michael Haneke, che corteggia sadicamente il dolore da sempre. Per lui il regista del dolore e del sadismo, cui già era andata la Palma d'Oro nel 2009 con "Il nastro bianco", e che con "Amour" è tornato a trionfare a Cannes lo scorso anno, l'amore non può che odorare di morte. E, infatti, il suo film (dal 25 nei cinema) gronda tristezza nerofumo e si consuma tra finestre chiuse e in un appartamento tombale e non solo perché è la storia di una donna che si ammala, del marito che la accudisce sino alla stremo, della figlia che guarda da lontano ma perché, come dice Haneke: "Non volevo fare una pellicola che rifletteva sulla società. Sono partito dal fatto che prima o poi nella vita bisogna confrontarsi con la sofferenza di qualcuno che ami. E poi non ho mai scritto un film per provare qualcosa. Quando raggiungi una certa età, sei inevitabilmente pervaso da un senso di sofferenza. Io non voglio mostrare altro se non questo e proprio per questo ho girato il film interamente in un appartamento. Non mi interessava ritrarre la sofferenza all'interno di una stanza d'ospedale, perché credo sia qualcosa che abbiamo già visto e rivisto: volevo farlo dentro una casa e in modo semplice".

Per raccontare questo, Jean-Louis Trintignant è tornato, a 82 anni, su un set, al fianco di Emmanuelle Riva e dell'attrice feticcio di Haneke, Isabelle Huppert. Ma ammette che "il film è storia d'amore ma tra anziani, mentre di solito quando si parla di amore, si tratta di amore sensuale, non certo di ultraottantenni. E, se non lo avessi fatto, non lo avrei consigliato perché è un film che mostra il dolore. Io ho vissuto molti dolori nella vita e, dopo la morte di mia figlia, 9 anni fa, sono rimasto prostrato per parecchi mesi. Per mesi non riuscivo neanche a parlare. Volevo rifiutare di vivere senza di lei, finché non mi sono detto che o mi uccidevo o mi ributtavo nella vita. E ho fatto così. Io credo che a 82 anni questa storia mi tocca moltissimo, è un film difficile da vedere, ma tutti noi finiremo così, è un film che riguarda tutti noi. Per questo alla fine anche se è triste bisogna vederlo".

Questo, per Trintignant, è un grande ritorno. Perché proprio ora? "Era dal 1998 che non recitavo al cinema. Preferisco di gran lunga il teatro. Anche perché odio riguardarmi sullo schermo. Ho sempre stimato Haneke, quindi non ho esitato quando mi ha chiamato per il film. Penso però che questa sia l'ultima volta che mi vedete al cinema. Certo, si tratta di un'esperienza dolorosa ma bellissima. Non ho mai conosciuto un regista che ti chiede così tanto. Sa cosa vuole e conosce ogni mezzo per fare cinema: sul set parla con tutti, dagli attori agli specialisti del suono, con tutti nessuno escluso. Io, del resto, ci sto. Di questo mestiere amo il fatto che ti permette di vivere la vita fianco a fianco con la gente. Ho lavorato molto sul mio essere attore, all'inizio non sapevo fare granché e ora sono pronto ad accettare anche i registi esigenti come Haneke". Insomma, la ragione del suo ritorno sullo schermo si chiama solo Haneke? "Sì, avevo detto ai miei amici che non avrei recitato più, poi Haneke mi ha chiamato e io sono andato. Ho letto la sceneggiatura, l'ho trovata troppo triste e pensavo che non avrei potuto fare questo film, poi mi hanno convinto. E ora sono convinto che si tratti di uno dei più grandi film della storia del cinema".

Un grande ritorno al cinema , "dopo circa 130 film, 100 dei quali dimenticabili", mentre esce in Italia la sua aggiornatissima autobiografia, a quasi 10 anni dalla tragedia della morte violenta della figlia Marie. E lui: ''In questo film ho visto me stesso, nel mio personaggio mi sono raccontato ma non è un vero ritorno al cinema, alla mia età bisogna scegliere". E poi indietreggia nei ricordi di dolore: "Nel libro racconto della piccola Pauline, morta in culla a Roma improvvisamente, durante la lavorazione del ‘Conformista'. Con Nadine e le nostre figlie Pauline e Marie abitavamo in un appartamento, quando una mattina, uscendo per andare sul set, trovai Pauline senza vita, dissi a Nadine, ‘non mi suicido solo se viviamo per Marie'. Ma Marie, è stata uccisa di botte a Vilnius nel 2003 dal suo compagno Bertrand Cantat. E questa è la storia del mio dolore. Anche io, come il protagonista di questo film, ho sofferto molto".

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