Intervista con Lamberto Sanfelice, regista di "Cloro" | Speciale | Ondacinema

Intervista con Lamberto Sanfelice, regista di "Cloro"

Intervista con Lamberto Sanfelice, regista di "Cloro"

di Stefano Santoli

Abbiamo incontrato Lamberto Sanfelice, che esordisce nel lungometraggio con il film "Cloro"

"Cloro" è uno degli esordi italiani più interessanti che ci sia capitato di vedere da molto tempo a questa parte. E' stato presentato al Sundance Film Festival lo scorso gennaio e, subito dopo, al festival di Berlino fuori concorso: in entrambe le occasioni ha riscosso un notevole successo.
Sanfelice, molto affabile, discorre volentieri delle scelte stilistiche che caratterizzano "Cloro", e non cela la sua vocazione autoriale. Parla della protagonista Jenny come fosse una creatura indipendente da lui, quasi una persona realmente esistente. Riconosce quali idee sono state suggerite o condivise con gli altri professionisti che hanno collaborato al film, come il montatore o il direttore della fotografia o la stessa Sara Serraiocco, che interpreta la protagonista e ha dato un contributo personale alla caratterizzazione del personaggio.

Pur preferendo discutere del film, non ci nega alcune riflessioni sulla produzione e sulla distribuzione del cinema in Italia, deficitarie con riguardo al cinema d'autore. Al contrario che in altri paesi (ci indica l'Argentina), in Italia è difficile esordire (definisce il proprio un caso fortunato), mentre il cinema d'autore, anche quello estero cui sembra guardare con interesse, rimane quasi invisibile.

"Cloro" incuriosisce sin dalla locandina, particolarmente curata ed evocativa (circostanza abbastanza inusuale nel panorama italiano). La nostra conversazione con Sanfelice inizia con l'analisi di alcune immagini che ci hanno colpito, a partire dal rovesciamento insito nella bella locandina.

 

cloro_in_piscinaNella parte superiore della locandina di "Cloro", l'immagine è rovesciata, e la ragazza immersa nell'acqua pare sospesa nell'aria. Una suggestione richiamata da un'inquadratura in cui Jenny si esercita in un numero di nuoto sincronizzato: l'inquadratura è rovesciata e Jenny sembra danzare priva di gravità, come fosse la sua condizione ideale.

Nella scena precedente Jenny va a letto, poi improvvisamente ci troviamo in piscina: volevo dare un'impronta onirica a quell'inquadratura, per raccontare non tanto quello che sta realizzando Jenny, quanto quello che lei sogna. Con il montatore Andrea Maguolo abbiamo pensato di rovesciare l'inquadratura anche per esprimere un senso di solitudine. Hai presente quei carillon in cui c'è una ballerina che danza da sola? A me hanno sempre dato una sensazione di grande solitudine: quella ballerina ballerà da sola per tutta la vita. Quella scena racconta Jenny in un momento in cui è molto sola.


La locandina richiama anche la duplicità di fondo del film, tra i sogni di Jenny che si realizzano in acqua, e il suo destino legato alla montagna. Una duplicità richiamata dall'ultima inquadratura del film sulle montagne, che viene subito dopo l'inquadratura del mare. 

"Cloro" parla di uno sradicamento. Il contrasto fra mare e montagna rappresenta i due mondi nei quali Jenny si trova a vivere: uno è quello dove l'ha portata il destino, l'altro quello dove vorrebbe trovarsi. Quelle due inquadrature sono presenti già in apertura di film, e l'idea di recuperare nel finale anche quella sulle montagne mi è stata suggerita da Michele Paradisi, mi pare, il direttore della fotografia. Mi è piaciuta perché dava circolarità alla storia chiudendo una fase della sua vita. Jenny adesso può ripartire: non sappiamo bene verso dove, però può muovere i primi passi nella direzione che decide lei, finalmente. Questa ragazzina che ha nuotato sempre nel cloro ora ha davanti a sé il mare, uno spazio per percezione sconfinato. Non è più chiusa in piscina, può scegliere. In fondo ha solo 17 anni. Volevo dare respiro al film senza chiuderlo con Jenny costretta a prendere una decisione. Lei adesso ha infinite possibilità di fronte a sé. Una di esse magari sta proprio in montagna.

cloro_fratelliNelle note di regia dici che "alla fine ci accorgiamo che la storia mette in luce il rapporto di Jenny con il fratellino". Il suo ingresso nell'età adulta è segnato dal legame con il fratello?

Il fratello le tira fuori delle responsabilità, quasi a tirarle fuori una maternità. Una maternità che Jenny non aveva mai sentito, ma di fatto nel corso del film si deve sostituire alla madre, e verso la fine ne diviene consapevole. Arriva allora anche a mettere in dubbio i suoi sogni, a mettere in crisi la sua scelta. Il fratellino è il perno della sua maturazione.


Nel film ci sono alcune scene, che staccano rispetto allo stile prevalente: una di queste è la sequenza in cui Jenny si reca a trovare il padre alla badia: mi sembra sottolinei il punto di svolta nella sua maturazione. Introduci la sequenza con una macchina all'indietro sul portone della badia. Poi sulla soglia del padre non ha il coraggio di entrare, si accascia, ma quella caduta diviene un tuffo in piscina.

Quella macchina indietro esce in effetti dal linguaggio del film, che è molto crudo, quasi documentaristico. Soltanto nelle scene in piscina siamo stati più morbidi, ma sempre usando la macchina a mano. Ci siamo presi quella libertà per evidenziare come questa ragazzina, che è ancora una bambina, si senta completamente abbandonata a se stessa. Non ha più appigli. Poi davanti alla porta del padre per la prima volta crolla emotivamente, non ce la fa ad entrare perché non ce la fa a riconoscere che il suo destino è legato ad avvenimenti che le sottraggono molto di quello che lei chiede alla vita. Ma questo crollo psicologico non è definitivo. Lei si rialza e riparte correndo.


Subito dopo infatti fugge dalla badia: in montaggio alternato, vediamo scene di nuoto, con un sottofondo musicale.

Continuando a uscire dal linguaggio molto realistico usato per gran parte del film, avevo bisogno di accompagnare con la musica quella fuga per sottolineare il contrasto fra quello che le succede nella realtà e quello che vive dentro di sé. In realtà, in questo momento è quasi imprigionata in quella piscina. Nel corso del film la piscina le si stringe un po' attorno. Il film inizia con la piscina dove Jenny si realizza atleticamente e artisticamente: però man mano le si chiude attorno, i suoi bordi diventano sempre più stretti. Perciò abbiamo deciso di chiudere il film al mare.


L'apertura del finale è anticipata da una sequenza in montagna sulla neve, in cui, con il fratello, passa una giornata in allegria. Il loro rapporto sta maturando.

Lì Jenny per la prima volta fa un regalo al fratello, decide di regalargli un momento di gioia. Ma non si sa se è un regalo che gli sta facendo prima di andarsene via per abbandonarlo: semplicemente non sa più cosa fare. Ci sono probabilmente diverse opzioni dentro di lei. Ma lì finalmente Jenny smette la durezza che aveva avuto sinora nel rapporto col fratello, gli va incontro.


Anche questa scena è accompagnata dalla musica. Quali sono le musiche che hai usato?

Per la scena sulla neve, all'inizio, non immaginavo un accompagnamento musicale, volevo raccontarla solo con il vento e le risate fra loro. Poi Andrea Maguolo ci ha messo sopra "Comets" dei Fanfarlo e ci è piaciuta: avevamo bisogno di uno sfogo emotivo in senso positivo. La coreografia in piscina è accompagnata invece da "Guillotine" degli sloveni Silence, da loro riadattata per il film. Noi l'abbiamo fornita a Laura De Renzis, il Commissario Tecnico della Nazionale di nuoto sincronizzato, che ha disegnato la coreografia e allenato le ragazze. La musica sulla scena in cui Jenny fugge dalla badia è una traccia scritta da Piernicola Di Muro, che l'ha riadattata appositamente. In particolare la sua dilatazione di bassi mi sembra funzioni bene in quel momento.

cloro_fotopromoIl film è sostenuto dalla bravura di Sara Serraiocco. Come l'hai scelta?

Ho subito capito che con lei si poteva costruire insieme il personaggio. Abbiamo lavorato parecchio: otto, nove mesi, finché a un certo punto Sara si è presa il personaggio. Io l'ho scritto, lei l'ha trasformato in carne. Abbiamo anche riscritto delle parti insieme. Ha dato veramente un contributo autoriale, non è arrivata sul set e ha pronunciato le battute. Ha passato parecchi mesi in un club di nuoto sincronizzato, per capire lo spirito e i sacrifici delle ragazze che fanno di questo sport la priorità della loro vita.


Senti di appartenere, se esiste, a una scena italiana il cui cinema magari, come è già accaduto al tuo film, viene particolarmente apprezzato all'estero (penso a nomi come Alice Rohrwacher, Michelangelo Frammartino, o a Roberto Minervini che all'estero ci lavora proprio)?

Non credo che il cinema vada guardato più tanto con delle "bandierine". Non importa da dove viene: il cinema che mi parla e che apprezzo può arrivare dall'Italia come da altri paesi. Dobbiamo uscire da questo ragionamento in termini di cinema italiano e cinema estero. Per me fare un tipo di cinema che viene fatto soprattutto all'estero non è stata una scelta, è semplicemente il cinema che mi è venuto. I miei riferimenti possono essere italiani o stranieri, la nazionalità non ha tanta importanza. Quello che andrebbe un po' corretto magari è il fatto che molto del cinema straniero di valore che apprezzo, e che altrove è sostenuto da scelte culturali diverse, fa fatica ad arrivare in Italia. Il pubblico italiano dovrebbe essere stimolato di più ad apprezzare il linguaggio, del cinema. Ma ti dico la verità: non mi va tanto di parlare dello stato del settore. Almeno per il momento preferisco parlare di "Cloro". 

 

Per saperne di più: la recensione al film

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