Jacques Audiard - Speciale Un sapore di ruggine e ossa | Speciale | Ondacinema

Jacques Audiard - Speciale Un sapore di ruggine e ossa

Jacques Audiard - Speciale Un sapore di ruggine e ossa

di Silvia Di Paola

Il regista de "Il Profeta" racconta il suo nuovo film, una love story al tempo della crisi

ROMA - Il sapore di ruggine e ossa che è il sapore del sangue che si diffonde in bocca quando per un impatto le labbra si rompono sui denti. È il sapore che sente il pugile Schoenaerts quando viene colpito, ma anche quando sferra colpi nei combattimenti clandestini con cui riesce a racimolare qualche soldo. È il sapore della sua vita. Perché a volte "bisogna scavare sino alle ossa per arrivare al cuore".
Capirete di che cosa parliamo vedendo "Un sapore di ruggine e ossa", firmato dal grande Jacques Audiard, costruttore di drammi e melodrammi selvaggi, brutale dolcezza ed estetica definita dai contrasti. "Estetica espressionista", dice lui.

Tre anni fa colpì al cuore Cannes (e mezzo mondo) con "Il profeta" e ora sta per arrivare (dal 4 ottobre) con questa storia scritta a quattro mani con Thomas Bidegain, interpretata da Marion Cotillard e Matthias Schoenaerts, tirata fuori dai racconti ''Rust and Bone'' del canadese Craig Davidson, tutti zoomati sui battiti di uomini e donne feriti dalla vita: "Storie da cui emerge il quadro di un mondo vacillante - chiosa Audiard - una rappresentazione degli Stati Uniti come un universo razionale dove i corpi lottano per procurarsi un loro spazio, per tentare di stravolgere il loro destino". E storia di Ali che va a vivere dalla sorella, con suo figlio Sam di 5 anni senza una lira, senza un lavoro, senza nulla sapere di ciò che a un bambino serve, senza nulla sapere di ciò che serve a se stesso. Quando incontra Stephanie, addomesticatrice di orche in un parco marino, gli appare come una moderna principessa "vestita da puttana". Non siamo dentro una favola ma dentro la realtà, per di più guardata dall'occhiale di Audiard, per cui il peggio accade quasi subito e la sua vita sembra distrutta.

Eppure "i personaggi di Ali e Stephanie non esistono nei racconti di Davidson, ma la brutalità e la potenza del racconto, la volontà che i personaggi vengano sublimati dal dramma ci hanno spinto a creare una relazione amorosa tra due persone vittime di una realtà sfortunata che fosse continuamente in contrasto con le immagini ed è questo tipo di estetica, che definiamo ‘espressionista', che ci ha guidato nella scrittura della sceneggiatura. Da qui deriva una storia d'amore che è il vero eroe del film, con i personaggi che riescono a mostrare la loro sensibilità nonostante tutto''.
Così il regista che sa di non aver realizzato un melò e basta. Dietro la macchina da presa c'è pur sempre il cineasta duro e puro che ha firmato "Sulle mie labbra", "Tutti i battiti del mio cuore", oltre che l'indimenticabile  "Il profeta", e che ammette: "Il mio ultimo film era interamente interpretato da uomini ed era ambientato in una prigione. Questa volta volevo una storia d'amore con spazi luminosi. È una specie di ‘love story' ai tempi della crisi. Quello che mi interessa è portare i miei personaggi in un viaggio in cui la destinazione finale è la riscoperta di loro stessi. Marion all'inizio del film è come una principessa arrogante. Quando la vita la colpisce, lei va incontro a un viaggio di riabilitazione. Un percorso terribile che però la salva. Come l'amore che salva".

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