Michel Hazanavicius - Speciale The Artist | Speciale | Ondacinema

Michel Hazanavicius - Speciale The Artist

Michel Hazanavicius - Speciale The Artist

di Silvia Di Paola

Incontriamo Michel Hazanavicius, regista di "The Artist", film-rivelazione del 2011 che ha trionfato ai Golden Globe con tre premi, tra cui quello per la migliore commedia-film musicale

ROMA - Tutti i silenzi del mondo. Quelli del cinema muto di una volta che, però, nella Hollywood a un passo dal 1929 stanno per essere riempiti di parole. Il sonoro è alle porte, incombe ed è pronto a travolgere tutto ciò che gli si oppone. Chi non si adegua è perduto, chi resta ancorato al mondo remoto del muto è sul baratro dell'oblio.
Precipita cosi la star del muto George Valentin che si rifiuta di parlare. E "The Artist" (oggi vincitore di ben tre Golden Globe, Miglior commedia-film musicale, miglior attore protagonista in un musical o commedia, andato a Jean Dujardin, e migliore colonna sonora, firmata Ludovic Bource ) è la sua storia. O, meglio, anche la sua storia. Perché Michel Hazanavicius, regista di questo film premiato (nella persone del protagonista Jean Dujardin) anche allo scorso festival di Cannes, amante da sempre del pastiche e da sempre appassionato di mixaggio di generi e di parodie di generi, voleva fare solo (e finalmente) un film muto: "Ci pensavo da anni, anche perché i cineasti leggendari per me arrivano tutti dal cinema muto, da Lang a Ford, da Murnau a Lubitsch e perchè con un film muto tutto dipende solo dal regista che è carico di responsabilità, non può appoggiarsi allo sceneggiatore e neppure agli attori. Anche se, come diceva Orson Welles, è vero che il bianco e nero è amico degli attori che vengono divinizzati e poi il formato opera la stessa magia. Dunque sia il muto che il bianco e nero sono grandi opportunità per gli attori. Per me era una sfida gratificante ma tutti sorridevano quando lo proponevo".

Poi, però, qualcuno ci ha creduto e ha smesso di sorridere: "Per molti era una cosa non fattibile, ma io penso che bisogna sempre credere sino in fondo, contro tutto e tutti, in un progetto quando lo si abbraccia. Io credo nel  muto perché si può riempire, è una forma di narrazione pura e molto eccitante: si racconta una storia attraverso le immagini e basta. Non si cerca altro. E poi amo lavorare di sottrazione perché dove il regista mette meno, il pubblico ha spazio per mettere di più. Diciamo che la cosa più difficile è stato reperire i fondi ma, alla fine, il produttore Thomas Langmann, ha rischiato soldi personali, cosa che ormai non fa più nessuno".
In compenso il film ha avuto uno straordinario successo in Francia, successo nei festival di mezzo mondo e non è piaciuto solo ai signori critici:  ("Di certo non mi aspettavo tanto successo. A me interessa sedurre il mio pubblico,  di ciò che succede fuori dalla sala se ne occupano esercenti e distributori"). Come dire, ciò che conta è crederci. E, soprattutto, credere che il vecchio a volta parla più del nuovo: "All'inizio nessuno lo voleva questo film, oggi lo stanno vendendo ovunque".
Detto ciò, nulla da togliere al sonoro e all'oggi e al futuro: "Il sonoro ha dato grandi cose ma se fosse arrivato un po' più tardi, magari dieci anni dopo, si sarebbero potuti fare dei film muti bellissimi, che sarebbero rimasti ai posteri".

E, dopo il silenzio, la violenza esplosiva della guerra. E della Cecenia insanguinata: "Sarà il mio  prossimo progetto e ancora una volta sarà protagonista mia moglie, Berenice Bejo. Mi ispirerò a un film del '47, 'The Search' di Fred Zinnemann, con un giovanissimo Montgomery Clift, un film che ha contato molto per me. Ma sto pensando anche a un film a episodi ispirato ai vostri 'Mostri', 'Les infidéles', sempre interpretato da Jean Dujardin".
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