Virzì, Bruni Tedeschi, Golino, Bentivoglio, Gifuni - Speciale Il capitale umano | Speciale | Ondacinema

Virzì, Bruni Tedeschi, Golino, Bentivoglio, Gifuni - Speciale Il capitale umano

Virzì, Bruni Tedeschi, Golino, Bentivoglio, Gifuni - Speciale Il capitale umano

di Silvia Di Paola

Paolo Virzì e il suo ricco cast raccontano "Il capitale umano", nuovo lavoro del regista livornese, in uscita a gennaio

ROMA - Umano, troppo umano. Anche negli stereotipi. Che, però, esistono anche nella vita. Figuriamoci in un film che si finge commedia, cerca il sapore del thriller e gioca al puzzle. Figuriamoci per il Paolo Virzì che cambia tono e umore nel suo ultimo film, "Il capitale umano", pronto per l'uscita da 300 copie il 9 gennaio. Una corsa in forma di indagine: "I poliziotti indagano sull'omicidio del ciclista mentre noi e lo spettatore indaghiamo sulla natura e i caratteri dei protagonisti". Così chiosa il regista presentando il film e la sua folla di attori - da Valeria Golino a Valeria Bruni Tedeschi, da Fabrizio Bentivoglio a Fabrizio Gifuni a Luigi Lo Cascio - oltre che l'americano Stephen Amidon, autore dell'omonimo romanzo da cui è tratto il film. Una storia che però Virzì ha riletto, trascinato in Brianza, riempito di italiano disagio ma anche di desiderio di andare "oltre la nostra commedia anche gloriosa, oltre Risi, oltre un nostro splendido passato cinematografico davanti cui però nel frattempo sono passate molte cose e molte esperienze".

Già, cose, esperienze e attori. Cominciando dal lavoro delle protagoniste, da una Bruni Tedeschi che regala un'intera gamma di sfumature malinconiche a una Golino che offre pacata gioia dove sembra non potercene essere. Come si sono preparate per tutto questo? "Io ho lavorato come sempre - dice la Bruni Tedeschi - Cerco il massimo di onestà nel guardare il personaggio e portarlo a me e cerco di capire quali sono i suoi sogni, i suoi bisogni, le sue solitudini, soprattutto cerco di trovare la guerra interiore del personaggio. E poi mi lascio andare alle conseguenze, mi sorprendere da me stessa. Stavolta il personaggio mi toccava particolarmente per le sua solitudine, per il suo aver messo un coperchio sui propri sogni, sensazione che conosco bene, per la sua crudeltà, perché tutti diventiamo crudeli quando ci sentiamo annegare e anche questo è qualcosa che mi tocca da vicino. È stato fondamentale lo sguardo di Virzì, che mi ha fatto sentire bella guardandomi, cosa che succede molto raramente".
E la Golino: "Io invece ho cercato durante il tragitto del personaggio il tentativo di dare credibilità a un rapporto con un uomo come Fabrizio. Io sono una donna coerente, aperta, giudiziosa e dovevo trovare il sentimento tra loro due. La mia tensione era nel trovare il senso di un legame tra due persone che non avrebbero niente da dirsi, anche se lei non vede o non vuol vedere il peggio di lui. Che è un po' un'abitudine femminile, lo fanno in tante. Diciamo che ho lavorato partendo da un rapporto straniante per farlo diventare un rapporto affettuoso, quasi materno, di protezione. Poi è curioso lavorare con Gifuni con cui ho fatto tanti film, con un ex-fidanzato come Fabrizio, con un amico come Paolo, con cui aspettavo da tanto di lavorare. È strano farlo in famiglia".

Mentre è tutta un'altra storia per i signori uomini protagonisti. Dice Bentivoglio, nel film immobiliarista pronto a tutto pur di scalare un non-scalabile gradino sociale: "Il mio Ossola è un mostro, ma non sa di esserlo, perché pensa di fare tutto per il bene di sua figlia e della sua compagna. Abbiamo voluto dargli dei tratti eccessivi ma nella sua normalità, proprio per mostrare che è uno come tanti, come troppi".
E Gifuni, qui squalo della finanza sporca made in Italy: "Io mi sono molto divertito a recitare in questo ruolo. È stata una delle mie più eccitanti esperienze cinematografiche. Sino ad ora il cinema non mi aveva mai chiesto di mettere in campo la parte più sporca, livida, storta di me. Succede solo a teatro. Ma è una grande cosa per un attore. Io poi ci ho messo un pizzico di violenza in più che è la violenza che viene dalla disperazione di un uomo abituato a controllarsi perché vive di numeri, di algoritmi, di finanza tossica. Un uomo abituato a portare avanti la baracca e convinto, anche lui, di non far del male, anche se è il campioncino di una tremenda umanità che ormai ha invaso il mondo. Fotografarlo nel momento in cui il suo mondo crolla è stato eccitante. Anche io avevo una gran voglia di lavorare con Virzì e questo film mi è sembrato un'occasione perfetta, perché, rispetto agli altri suoi lavori, è il più dark, il più livido".
E che cosa ha da dire Lo Cascio, qui intellettuale piccolo piccolo, usato e gettato via dall'inquieta riccona? "Quando lavoro cerco col personaggio i tratti di lontananza e di vicinanza. Qui credo che il personaggio non mi somigli affatto, già dall'aspetto fisico. Allora mi sono domandato, con tutto l'amore che ho per me stesso, il perché una donna bella, ricca e affascinante si innamori di me e mi son dato solo una risposta: il motivo per cui io piaccio viene fuori campo, piaccio solo per un capriccio, sono lo strumento per far credere a questa donna di entrare in contatto con la cultura che io rappresento".

E non provate a chiedere (come puntualmente ha fatto qualcuno) dove sta il messaggio del film: "I messaggi li dà il Papa - replica giustamente Virzì - un regista non deve darne, suggerisce temi... stavolta la domanda è: quale può essere per questa società il prezzo di ognuno di noi?". E come dargli torto?
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