A proposito dell’inedito “The Chaser“, avevamo sottolineato la ferocia dirompente di alcune scene di violenza grafica dove protagonista diventava il martello impugnato dall’omicida. L’arma impropria era entrata nell’immaginario collettivo a metà decennio, quando a brandirla c’era uno dei volti-simbolo del cinema coreano, quel Choi Min-sik protagonista di “Old Boy“, secondo capitolo della celebrata trilogia di Park Chan-wook. Kim Ji-woon lo chiama a sé in “I Saw The Devil” nel ruolo di un villain d’eccezione: infatti veste qui i panni del killer psicopatico Kyung-chul, un personaggio malato e malvagio fino al midollo che trascina nella spirale di follia e vendetta il fidanzato addolorato Soo-hyun, interpretato dall’attore feticcio di Kim, Lee Byung-hun (già con lui in “Bittersweet Life” e in “The Good, The Bad, The Weird“).
La ragazza che viene “predata” nell’incipit è colei che scatena la caccia all’uomo: ferma ai lati della strada in attesa di un carro-attrezzi, Ju-yeon viene avvicinata, picchiata e rapita da Kyung-chul. Il suo brutale omicidio sconvolge sia il padre, ex-capo della Omicidi, che il fidanzato, agente dei servizi segreti; Soo-hyun, distrutto dal dolore, si prende un periodo di riposo dal lavoro con l’unica idea di farla pagare all’assassino che ha ucciso e fatto a pezzi la sua donna.
Per l’ennesima volta il cinema coreano sviscera un duello individuale in cui le istituzioni vengono lasciate dietro la furia selvaggia dello scontro personale: da una parte Kyung-chul, che è naturalmente un’incarnazione del male, distillato di sudicia cattiveria, e dall’altra un cavaliere spinto solo dalla sete di vendetta, tanto che nel confronto non c’è alcun netto manicheismo. La vendetta ritratta da Kim Ji-woon è un piatto che si serve freddo, un meticoloso gioco del gatto col topo, dove per ottenere giustizia Soo-hyun si macchia di atti degni del suo rivale: l’idea di perpetrare il male in virtù di un bene superiore, a dispetto di tutto e tutti, e tramite azioni al di fuori della legge, mette in cortocircuito i due mondi. Intrapresa quella strada, sembra dirci “I Saw The Devil”, il diavolo che si va cacciando lo ritroviamo in noi stessi: con Park nel cuore e nella mente – ormai vero e proprio modello del revenge movie – Kim delinea la traiettoria della vendetta nata come esigenza istintiva di raddrizzare le cose, che innesca un meccanismo dalle terminazioni imprevedibili in cui tutto viene messo in discussione in funzione dell’obiettivo finale: per Soo-hyun la sua caccia all’uomo è anche un modo per elaborare il trauma di un lutto devastante.
“I Saw The Devil”, pur riuscendo a impostare un discorso personale sul piano visivo, paga lo scotto di arrivare in un filone saturo, imbrigliato da una sceneggiatura dallo schema abbastanza semplice, reggendosi soprattutto sulla potenza delle interpretazioni e sul talento cristallino di Kim. Il conflitto tra i due personaggi prosegue infatti sul piano attoriale: poco espressivo ma dal perfetto physique du rôle, Lee Byung-hun è il contrappeso del gigantesco Choi Min-sik che denireggia ghignante e rischia di cannibalizzare il film con un personaggio che ricorda da vicino il viscido Max Cady di “Cape Fear” (1992). Più si va avanti più “I Saw The Devil” scava in una società che sembra nascondere una stanza degli orrori dove sfogare impulsi bestiali, una realtà normale solo in superficie perché possiede un secondo livello malato e spaventoso. C’è in tal senso una componente propriamente horror nella messa in scena di Kim, soprattutto nell’uso della profondità di campo e nei cambi di fuoco oltre alla scelta delle location; quando Kyung-chul trova asilo presso l’albergo in cui risiede un amico, si scopre un altro scenario di torture e smembramenti attraversato da Soo-hyun quale ulteriore tappa della sua preda e che Kim filma col gusto grottesco che sembra rimandare alla Cat. III del cinema di Hong Kong e a Miike Takashi.
La regia di Kim Ji-woon sfodera uno stile più asciutto del solito, limitando i virtuosismi ai momenti più intensi, controllando l’escalation di violenza con un montaggio nervoso e l’alternanza dei punti di vista tra cacciatore e preda: si pensi al climax di tensione del primo scontro tra i due protagonisti, sequenza girata in una serra come un duello all’arma bianca, così come la feroce uccisione dei due sprovveduti ladri di taxi da parte di Kyung-chul, che si svolge in modo fulmineo nel tempo di due rotazione di macchina da presa. “I Saw the Devil” conferma lo stato di forma del regista coreano che esce vincitore dal confronto con un altro genere cinematografico.
25/02/2011