Un menù che sulla carta potrebbe sconcertare puristi e semiologi, o sembrare un po’ forzato, ma che appare invece più fresco e divertente della maggior parte dei film d’animazione, e di genere, usciti negli ultimi anni (a partire dai fiacchi sequel di “Shrek”). La sarabanda messa in piedi da Miller corre spedita come un razzo, è una vera gioia per i sensi (a partire ad un 3D finalmente utilizzato con attenzione, veramente spettacolare), e ha il pregio di non prendersi mai troppo sul serio. La Tradizione è stravolta con ingenuità e libertà infantile: il gatto non eredita i suoi stivali dal padrone morente, ma sono una ricompensa al suo coraggio da parte della madre (umana) adottiva. L’uovo Humpty Dumpty è un ladro bricconcello che coinvolge l’amico gatto, come lui orfano, nella ricerca dei fagioli magici, che potranno permettergli di arrivare nel castello in mezzo alle nuvole e mettere le mani sulle uova d’oro custodite dai misteriosi giganti, riscattandolo da un’esistenza da outsider e bandito. Prima di diventare un elogio, toccante e sincero, dell’amicizia e della diversità, “Il gatto con gli stivali” regala parecchi momenti indimenticabili, come la sfida di ballo tra felini al ritmo di flamenco (alla colonna sonora hanno contribuito Rodrigo Y Gabriela), o i cedimenti all’istinto naturale del suo protagonista, che suscitano immediata ilarità (insegue, incantato, un fascio luminoso per strada, si lava il muso, fa le fusa) contrapposte al machismo donatogli dal timbro vocale del suo alter ego Antonio Banderas (che lo doppia, perfettamente, anche nella versione italiana), o situazioni rocambolesche ed emozionanti che utilizzano al meglio le possibilità della stereoscopia (la profondità di campo nella parte nel castello tra le nuvole) o della tecnologia digitale (l’inseguimento tra il Gatto e Kitty tra i tetti della città, quasi tutto in riprese “uniche”).
Senza incappare in quel citazionismo pop e “adulto” che contraddistingueva i film della serie “Shrek”, e che da un certo punto di vista limitava il divertimento dei più piccoli, ma rielaborando in maniera genuina e “colta” (compaiono anche i personaggi di Jack e Jill, semisconosciuti da noi, ma molto celebri nella letteratura inglese) un immaginario fanciullesco ormai perduto, contaminandolo con i ritmi forsennati del cinema d’avventura d’un tempo. Ne esce una pellicola d’animazione vitale e spassosa, che non assomiglia a nient’altro in circolazione.
15/12/2011