Butterfly Jam

Butterfly Jam


Kantemir Balagov

Drammatico | Belgio, Francia, Germania, Usa
(2026)

Al suo terzo lungometraggio, Kantemir Balagov vola negli States, in New Jersey, ma continua a parlare della sua gente, i russi del Caucaso, già protagonisti del folgorante esordio “Tesnota“. Se il film del 2017 era incentrato sulle comunità degli ebrei russi e dei cabardi, questa volta al centro delle vicende è un gruppo di circassi emigrato negli Usa per coltivare il sogno americano, pur mantenendo stretti legami intracomunitari. Un’emigrazione dalle forti tinte autobiografiche, dato che rispecchia quella del regista, che ha abbandonato la Russia nel 2022, a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Balagov avrebbe voluto infatti ambientare la storia di “Butterfly Jam” a Nal’čik, capoluogo della Cabardino-Balcaria, e invece si è ritrovato a doversi trasferire a Los Angeles – e a produrre i suoi film fuori dalla madrepatria – dopo aver criticato pubblicamente l’operazione militare speciale di Putin.

Un accenno di trama, prima di proseguire. Azik fa il cuoco nel ristorante di cucina circassa della sorella Zalija, e frequenta regolarmente la sua gente, tra cui l’amico Marat. Il figlio di Azik, Pyteh, si diletta nella lotta greco-romana e si è invaghito della giovane Alika, anch’ella una wrestler. Quando un uomo d’affari di loro conoscenza, Aslan, metterà in mostra i propri successi imprenditoriali, facendo trapelare la necessità di assumere un bravo cuoco per il nuovo ristorante che sta aprendo, Azik andrà a proporsi per quel posto.

Nell’estrema periferia di New York, ben visibile in alcune inquadrature di ambientazione, ma lontana come un miraggio, si intrecciano le vicende di due loser alle prese con il loro American Dream. Azik è un rassegnato di natura, un uomo che prova a spingere più in là i propri sogni, salvo poi fare retromarcia. Marat è invece un inetto a tutto tondo, con inclinazioni violente che saranno al centro del film. Ad interpretarli, due attori ormai consacrati come Barry Keoghan e Harry Melling, che con Riley Keough (nei panni di Zalija) formano un cast di tutto rispetto per l’esordio in lingua inglese di Balagov. Il regista padroneggia l’ambiente urbano di provincia come già in “Tesnota” – sebbene a tutt’altre latitudini – e si abbandona ad alcune sequenze tragicomiche evidentemente tratte dalle usanze circasse (la moderna prèfica che, con altoparlante bluetooth al seguito, intona un circostanziato lamento funebre).

Il tema del rapporto tra padri e figli è centrale tanto quanto quello delle verità e delle menzogne: le menzogne che si raccontano per salvaguardare la dignità, propria o altrui; le verità a cui non si è disposti a credere (la confessione di Marat); le verità che ci si costruisce (l’accusa di Pyteh ad Aslan); le menzogne che si è disposti a costruire per dare sfogo al dolore altrui (l’offerta di Alika di prendersi la colpa del misfatto). Il discorso pare piuttosto centrato, non fosse che Balagov esagera con gli espedienti, a partire da quel pellicano che introduce plurimi escamotage narrativi, ma anche visivi (la macchina dello zucchero filato attivata fortuitamente), e finendo con quel cameo un po’ telefonato e un po’ kitsch (non si dirà di chi per non rovinare la sorpresa).

Quel che non è nuovo in Balagov sono le scene madri particolarmente intense (basti ricordare la cena in cui la protagonista di “Tesnota” rivela la perdita della verginità, oppure la morte del piccolo Paška in “La ragazza d’autunno“). In tal senso, la sorte che tocca ad Azik è del tutto in linea con la cifra del regista, che espone situazioni estreme senza mai rendere insostenibile la visione.

Se da un lato Balagov mostra una certa maturità nella messa in scena, non comune per la sua giovane età (35 anni), dall’altro la sensazione è che la trasferta (forzata) in Occidente abbia ridotto le possibilità creative di un autore che faceva del legame con la propria terra un punto di forza (in “Tesnota” e – in chiave retrospettiva – in “La ragazza d’autunno”).

In un’America posticcia (il film è in realtà girato in Europa), il rischio è quello di alimentare cliché e immagini già viste (vedi l’incipit in stile gangster movie), soltanto con una nuova etnia protagonista.

26/05/2026

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