Una zanzara che ronza nel buio, una strada di provincia soffocata dal caldo, tre bambine che osservano il mondo degli adulti come un territorio ostile da decifrare. “Le bambine”, esordio nel lungometraggio di finzione delle sorelle Valentina e Nicole Bertani, nasce da coordinate apparentemente familiari – il racconto di formazione, la memoria degli anni Novanta, l’estate come stagione della scoperta – per approdare invece a un luogo meno rassicurante, dove l’infanzia non coincide con la nostalgia e il passato non viene mai trasformato in rifugio. Presentato al Locarno Film Festival e successivamente al Sicilia Queer Filmfest, il film costruisce infatti una riflessione sorprendentemente aspra sul rapporto tra generazioni, osservando la fragilità degli adulti attraverso lo sguardo di chi, teoricamente, dovrebbe dipendere da loro.
Siamo nel 1997, in una provincia emiliana che potrebbe essere Ferrara come qualsiasi altro angolo della pianura italiana. Linda arriva dalla Svizzera insieme alla madre Eva, donna affascinante e imprevedibile che porta con sé un’instabilità destinata a incrinare gli equilibri del quartiere. Qui incontra Azzurra e Marta, due sorelle con cui instaura immediatamente un legame fatto di curiosità, alleanze spontanee e trasgressioni condivise. Attorno a loro si muove un microcosmo di vicini invadenti, madri distratte, figure adulte incapaci di offrire risposte adeguate alle domande che le bambine iniziano a porsi. È in questo spazio sospeso tra gioco e disillusione che le Bertani costruiscono il loro racconto.
L’operazione più interessante del film consiste proprio nel rifiuto di qualsiasi idealizzazione dell’infanzia. Linda, Azzurra e Marta non sono creature angelicate né simboli di una purezza perduta. Sono bambine vere: curiose, crudeli, generose, testarde, capaci di passare dall’affetto alla rivalità nel giro di pochi minuti. La macchina da presa si pone costantemente alla loro altezza, non tanto per imitare il loro punto di vista quanto per condividerne la modalità percettiva. Gli adulti appaiono così come figure opache, spesso incomprensibili, osservate attraverso frammenti di conversazioni, gesti intercettati dietro una finestra, mezze verità che generano più interrogativi che certezze.
In questo senso, “Le bambine” si inserisce in quella tradizione cinematografica che utilizza l’infanzia non come oggetto di contemplazione nostalgica ma come strumento critico. Le protagoniste comprendono il mondo prima ancora di possedere il linguaggio per definirlo. Colgono le incrinature delle famiglie, le bugie degli adulti, le ipocrisie sociali, e proprio questa comprensione intuitiva diventa la loro forma di resistenza. Le Bertani sembrano suggerire che la vera maturità non appartenga necessariamente agli adulti e che, al contrario, l’età infantile possieda una lucidità che il tempo tende progressivamente a smussare.
Anche la ricostruzione degli anni Novanta evita accuratamente la trappola della celebrazione generazionale. Non ci sono compiacimenti rétro né accumuli di citazioni fini a sé stesse. I riferimenti all’epoca – la morte di Lady Diana, i bar di provincia, le televisioni sempre accese, i gelati, le automobili e le abitudini di un’Italia ancora analogica – servono piuttosto a restituire una precisa condizione esistenziale. È il ritratto di un periodo in cui i bambini venivano lasciati più liberi ma anche più soli, esposti a un’autonomia precoce che generava insieme scoperta e abbandono. Il film osserva quel contesto con uno sguardo ambivalente: senza nostalgia, ma anche senza condanna.
Dal punto di vista formale, le registe dimostrano una notevole consapevolezza. Il formato quadrato comprime lo spazio e trasforma la strada in una sorta di ecosistema chiuso, un piccolo universo dove ogni finestra diventa un punto d’osservazione e ogni cortile un luogo di avventura. La fotografia utilizza cromatismi saturi che spingono la realtà verso una dimensione quasi favolistica senza mai abbandonare del tutto il terreno del quotidiano. Ferrara – o meglio, la provincia immaginata dalle Bertani – assume così le sembianze di un teatro morale in miniatura, popolato da figure che oscillano continuamente tra il grottesco e il malinconico.
Particolarmente riuscita è la gestione del tono. “Le bambine” passa con naturalezza dalla commedia all’inquietudine, dal gioco alla scoperta del dolore, evitando sia il sentimentalismo sia il cinismo. Le sequenze più divertenti convivono con una costante sensazione di precarietà emotiva, come se dietro ogni avventura infantile si nascondesse qualcosa di più complesso e doloroso. Il film sembra muoversi secondo la logica stessa dei ricordi: frammentaria, imprevedibile, costruita per immagini, dettagli e sensazioni più che per una progressione narrativa rigidamente lineare.
A sostenere questa costruzione contribuisce in modo decisivo il lavoro delle giovani interpreti. Mia Ferricelli, Agnese Scazza e Petra Scheggia restituiscono alle loro protagoniste una spontaneità rara, evitando qualsiasi forma di artificio. Le loro interazioni possiedono quella naturalezza imperfetta che rende credibile ogni dinamica di amicizia infantile. Accanto a loro, Clara Tramontano compone una figura materna affascinante e problematica, mentre il resto del cast adulto contribuisce a delineare un universo dove la responsabilità appare spesso un concetto sfuggente.
Ciò che rende davvero significativo il film delle Bertani, però, è la sua capacità di trasformare un’esperienza profondamente personale in una riflessione più ampia sul diritto all’infanzia. Non c’è alcuna retorica della crescita come destino inevitabile. Al contrario, “Le bambine” difende ostinatamente la necessità di restare piccoli per il tempo necessario, opponendosi a un mondo adulto che scarica troppo presto sulle nuove generazioni il peso delle proprie contraddizioni. In questa prospettiva, il film diventa anche un racconto di sorellanza e di comunità elettive, dove l’amicizia assume il valore di una famiglia alternativa capace di offrire ciò che gli adulti non riescono a garantire.
Valentina e Nicole Bertani firmano così un esordio che possiede una voce riconoscibile e una sensibilità autentica. Pur non rinunciando a qualche dispersione narrativa e a una certa tendenza all’accumulo episodico, “Le bambine” trova la propria forza nella coerenza dello sguardo e nella capacità di osservare l’infanzia come un’età piena, attraversata da intuizioni, paure e desideri che il cinema troppo spesso semplifica. Ne emerge un’opera viva, imperfetta e personale, che trova nelle sue tre protagoniste l’immagine più potente: quella di bambine costrette a imparare troppo presto le fragilità dei grandi, senza però rinunciare alla libertà di continuare a essere, semplicemente, bambine.
19/06/2026