Bucking Fastard

Bucking Fastard


Werner Herzog

Avventura, Drammatico | Irlanda, USA
(2026)

“Tutti dovrebbero scavare un tunnel in una montagna” dicono le sorelle Holbrooke. Se poi quella montagna è una cava di roccia nel cuore della campagna irlandese, allora forse porta a una grotta ancora più grande, piena di stalattiti e stalagmiti, cioè il luogo perfetto in cui celebrare un matrimonio e raggiungere il vero amore. Se poi a raccontare di questa storia è Werner Herzog, i confini del film diventano ancora più instabili, nonostante si parli di una vicenda realmente accaduta, quella delle gemelle Chaplin, condannate da un tribunale britannico negli anni ’80 per stalking nei confronti dell’uomo che sostenevano di amare – e che hanno amato fino alla fine, fin dentro la cava irlandese, almeno secondo Herzog e il suo nuovo “Bucking Fastard” presentato a Venezia83. 

Stalking ed Ecolalia

Forse parte tutto dallo spoonerismo con cui le sorelle Jean and Joan (Kate e Rooney Mara), mischiano le consonanti “f” e “d” e regalano a Herzog un titolo parlante – “Bucking Fastard” appunto -, mentre vorrebbero insultare l’uomo che a parer loro le ha tradite (Orlando Bloom). È, infatti, su questa inversione che Herzog costruisce un itinerario metalinguistico del tutto innovativo, tra i finti contro-plongee che ritraggano le due sorelle parlare all’unisono, in un inglese robotizzato che ricorda quello di Bella in “Povere creature!”. L’individualità è raddoppiata, ribaltata, trasformata in una formula generativa che anima questa “poetica dello stalking” con cui Herzog resta in bilico tra parossismo e realismo, tra utopia e disincanto.

“Bucking Fastard” è fatto di ecolalia: al contempo nuovissimo e in una certa misura la summa della monumentale filmografia del regista tedesco, che sceglie l’Irlanda come locus amoenus, in cui le due sorelle provano a realizzare il sogno di raggiungere le Orcadi, questa terra immaginaria (neanche troppo) in cui l’amore con Bloom è possibile. O, forse, dove il loro doppio è possibile. Per certi versi, “Bucking Fastard” sembra il controcampo de “L’uomo duplicato” di Saramago: se nel romanzo il protagonista si confronta con il proprio sosia, nella pellicola di Herzog il gioco è trovare il grado di separazione.

A questo si lega il tema presentissimo in Herzog della materia, come fosse un topos nostalgico, irrinunciabile nella sua dialettica: il dato fisico non è immutabile; al contrario, la sua metamorfosi trasporta altrove, quasi fosse una necessità archetipica. In questo senso, non può non venire in mente “Fitzcarraldo”, in cui sempre una montagna (e una macchina) è protagonista. Ma se in “Fitzcarraldo”, il miracolo accade al di là, o al di sopra, in “Bucking Fastard” la quête è decisamente endogena, verso l’interno. Di conseguenza, la messa a fuoco sbiadita con cui si apre il film trova una morfologia nel tentativo drammatico delle due donne di dare forma alla solitudine, l’ingranaggio con Herzog direziona questa storia, sempre a mezza altezza, come la sua camera, a fotografare un ritratto che diventa paradossalmente bidimensionale, sopratutto quando l’espressione di una delle due ripropone analetticamente quella dell’altra. 

Non potete uscire perché non siete dentro!

Com’era prevedibile (gli indizi c’erano tutti), nell’epilogo della pellicola si consuma il dramma delle due sorelle, che alla fine, da quel tunnel non possono più scappare: “Non potete uscire perché non siete dentro!”. Si tratta dell’ennesimo paradosso che la storia messa in scena da Herzog racconta: non si può scappare, perché per farlo serve identificare un confine, e tra le due donne non c’è nessuna distanza, se non quello che prova a tracciare l’assistente sociale Timothy (Domhnall Gleeson). 

“Bucking Fastard” allora degrada verso un realismo magico a là Marquez che sa tantissimo di eterotopia, o quantomeno ne è alla ricerca, di un luogo cioè che rovesci gli spazi della società, che rovesci lo stalking, l’ossessione e renda possibile l’amore delle sorelle per Bloom. Una il riflesso dell’altra, tracciate nel corso della loro parabola con occhio quasi documentaristico, le due sorelle diventano allora l’oggetto di un cinema impossibile che miscela l’anima grottesca a quella mitica, in un dialogo quasi irriverente, destabilizzante. 

Herzog, insomma, si confronta con un tema classicissimo come quello del doppio, per rovesciare e riscrivere la funzione tradizionale dell’agnizione – forse racchiusa nel momento in cui Jean and Joan ammettono per un secondo di non sopportarsi. Il riconoscimento, anziché ricomporre l’identità, ne rivela la frattura e apre a una dimensione ambivalente che ingloba l’intera storia delle sorelle Holbrooke, leggerissima eppure abissale. Si tratta, in fondo, di una tensione antichissima, sin dai tempi di “Aguirre, furore di Dio”, quella tra l’uomo e l’impossibilità di rompere e trascendere i limiti fisici che lo circondano. Ecco, forse “Bucking Fastard” fa questo, dà l’illusione di trascendere, come quando Jean and Joan si alzano da terra sulla forca di un muletto. 

05/09/2026

Cast e credits

Distribuzione
I Wonder Pictures
Produzione
Gateway to Orkney, Providence Road Entertainment
Sceneggiatura
Werner Herzog
Fotografia
Peter Zeitlinger
Scenografie
Derek Wallace
Montaggio
Marco Capalbo
Musiche
Ernst Reijseger
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