The Social – Il prezzo della verità

The Social – Il prezzo della verità


Aaron Sorkin

Drammatico, Thriller | USA
(2026)

Nel 2010, Aaron Sorkin sceneggia per la regia di David Fincher “The Social Network”, storia romanzata della nascita di Facebook e della genesi del miliardario dietro la sua invenzione, Mark Zuckerberg, che da geniale studente universitario nonché nerd dell’informatica si trasforma in breve tempo in un capitalista senza scrupoli.
Sedici anni dopo, egli ritorna “sulla scena del crimine” in qualità (anche) di regista, per raccontare sotto forma di lungometraggio la storia di Frances Haugen, ovvero la whistleblower che a partire dal dicembre del 2020 rivelò al Wall Street Journal informazioni riservate e fondamentali per portare avanti un’inchiesta contro Facebook. Indagando si dimostrò infatti come, pur essendo a conoscenza dei potenziali rischi che l’aggiornamento dei suoi algoritmi avrebbe comportato per l’Informazione e, più in generale, per la Società, l’azienda avesse comunque preferito proseguire nel solco della massimizzazione dei suoi profitti.

Una scelta di questo tipo non è da intendersi, anche se si sarebbe facilmente portati a pensarlo, come una mera “operazione nostalgia” nei confronti di un film che negli anni dalla sua uscita è diventato un vero e proprio cult. L’interesse anzi che Hollywood riserva nel disvelare le controversie delle figure apicali emerse dalla Silicon Valley è sempre stato a onor del vero abbastanza florido (altro esempio del genere è infatti “Steve Jobs” di Danny Boyle, 2015, che di nuovo vedeva Sorkin alla sceneggiatura) e lo è ancora tutt’oggi (per l’inizio del 2027 è prevista in Italia la distribuzione di “Artificial”, nuovo film di Luca Guadagnino sulla figura di Sam Altman, fondatore di OpenAI).
La domanda da porsi quindi guardando al “sequel” della pellicola del 2010 non è tanto se possa o meno essere considerato necessario, dal momento che l’attenzione alle potenziali problematiche insite nell’utilizzo dei social network negli anni è andata solo aumentando, quanto piuttosto cosa questo mostra a schermo e, soprattutto, come lo fa.
In altre parole, la portata “rivoluzionaria” di film simili non si misura col soggetto della storia, invero sempre molto stimolante, quanto piuttosto tramite le modalità con cui esso viene adattato per il mezzo Cinema.

Un regista “di mestiere”

Dal 2017, anno della distribuzione nelle sale di “Molly’s Game”, Sorkin è anche il regista dei film che sceneggia, il che gli consente di avere un certo controllo sulla resa effettiva delle trame che intesse per i suoi personaggi.
Se però normalmente questa sarebbe l’occasione, per qualsiasi altro collega del settore, di osare maggiormente con la propria creatura e provare a smarcarsi dalle convenzioni del (sotto)genere di riferimento, in questo caso il cinema d’inchiesta, Sorkin pare al contrario attenersi ancor più scrupolosamente a canoni del political thriller. La cosa sembra quasi dichiarata nelle battute del film che fanno seguito al prologo, ovvero nel colloquio conoscitivo che i dirigenti del Wall Street Journal intavolano con Jeff Horwitz (interpretato da Jeremy Allen White), durante il quale quest’ultimo chiarisce che la faccenda sulla quale è stato chiamato a indagare è di natura politica, prima ancora che tecnologica, e dunque come tale deve essere trattata.

Coerentemente con questa “presa di posizione” artistica, il film ricalca pedissequamente la struttura di un classico procedural drama: è infatti diviso in capitoli oltre il prologo, quattro per la precisione, a loro volta dipanati nei quattro anni che vanno dal 2018 al 2021, ovvero dall’introduzione del nuovo algoritmo alla base del funzionamento di Facebook alla testimonianza di Frances Haugen (Mikey Madison) davanti ai giudici preposti del Senato degli Stati Uniti.
Lo scandire in maniera così definita tempi e sequenze dell’azione è funzionale a due scopi: mantenere la suspense dell’intreccio su livelli sufficientemente alti lungo tutto l’arco della narrazione e rafforzare l’idea che si stia assistendo alla cronistoria di una “storia vera”, come spesso sono le vicende da cui è tratto questo tipo di film. Il problema nasce quando l’adesione totale a questo genere di messinscena sopprime la vena creativa dell’impianto, la quale quando prova a emergere finisce per risultare forzata.
Esempio di questa tendenza lo si ha con gli scambi di battute nonsense che intervallano le fasi dell’indagine portata avanti durante la narrazione, non sempre purtroppo pienamente riusciti: si pensi, tra tutte, alla domanda sulla presunta origine yiddish di una parola che la redazione del WSG non riesce a dipanare, talmente decontestualizzata da potersi considerare, di fatto, completamente inutile ai fini narrativi.
Oppure anche a quello che, per scrive, è il punto più basso della pellicola, e cioè alla sequenza che fa da raccordo al trasferimento della protagonista dagli USA a Porto Rico. Esso taglia (letteralmente) a metà un dialogo tra Horwitz e i suoi collaboratori, visivamente innestandosi con una ripresa aerea dello skyline della capitale dell’isola. Subito dopo compare Haugen che, dal balcone del suo nuovo appartamento, osserva il sole tramontare all’orizzonte sul mare. In sottofondo, un ritmo reggaeton riecheggia fornendo la perfetta omofonia al tono generale della scena.
Il risultato finale complessivo è talmente pacchiano da ricordare certi momenti della saga di “Fast & Furious”, con la differenza che nell’esempio citato una scena del genere risulta perfettamente coerente con la natura “canzonatoria” dell’opera, mentre in un film “serio” come si propone di essere “The Social – Il prezzo della verità” essa risulta solo (molto) fuori luogo.

Uno sceneggiatore “servizievole”

Se quindi il regista Aaron Sorkin non si dimostra all’altezza del compito, la situazione migliora (a tratti) prendendo in esame solo lo sceneggiatore, a conferma di come lo statunitense risulti più abile nella fase di scrittura piuttosto che non in quella di messa in scena.
L’esempio più evidente lo si ha nel dialogo tra Haugen e Horwitz nella camera d’albergo di quest’ultimo, occasione nella quale i due possono confrontarsi riguardo la personale visione che hanno del concetto di “libertà d’espressione”. Per Haugen, che lavora per Facebook perché sinceramente convinta dell’importanza della missione originaria alla base della sua fondazione, ovvero connettere le persone, questa consiste nel dare voce anche a chi normalmente non la possiede, anche a costo di concederla agli individui che esprimono idee estreme o antiscientifiche. Non farlo rischierebbe di mettere a tacere le persone affette da ansia sociale o semplicemente timide, che invece magari si trovano perfettamente a loro agio davanti a uno schermo e con in mano una tastiera.
Horwitz non è dello stesso avviso invece, dal momento che per lui la moderazione (intesa nell’accezione moderna di “controllo contenuti”), la regolamentazione e, se necessario, anche la censura, sono strumenti indispensabili per garantire che la libertà d’espressione si preservi e non si indebolisca, proprio perché tramite essi è possibile dare maggiore risalto alle voci più autorevoli e, di conseguenza, limitare la circolazione di fake news.
Il dialogo tra i due, quindi, si fa epitome di uno scontro generazionale nonché di approccio all’informazione: Horwitz, che non a caso a inizio film viene rivelato non aver mai usato un navigatore satellitare, rappresenta la “vecchia scuola” di chi ancora si tiene aggiornato sul mondo tramite i canali d’informazione tradizionali, i giornali per cui lavora appunto e per i quali solo una ristretta cerchia di persone (la redazione) ha diritto di scrivere. Haugen dal canto suo simboleggia quelle persone che invece apprendono le notizie principalmente tramite i social network, piazze virtuali nelle quali praticamente chiunque ha diritto di parola, a prescindere dall’effettiva conoscenza degli argomenti in dibattito.
Al di là di chi abbia effettivamente ragione (la pellicola nel finale si schiera apertamente da una delle due parti) è intelligente la scelta di Sorkin di tratteggiare il personaggio di Haugen ammiccando alla Generazione Z e quello di Horwitz come se fosse appartenente alla X se non addirittura ai Boomer, nonostante nella realtà i due siano di fatto due coetanei millennial. In questo modo il contrasto tra le visioni della coppia risulta amplificato e lo spettatore si trova coinvolto in un gioco che gli richiede di decidere da che parte stare, riflettendo nel contempo però sulla legittimità di entrambe le posizioni.
Altra scelta divertente di Sorkin è quella di approfittare della sensualità dell’attrice Mikey Madison quando il personaggio di Haugen va a trovare Horwitz nella sua camera d’appartamento a San Francisco, suggerendo una sorta di tensione erotica tra il giornalista e l’insider di Facebook. È impossibile infatti non notare la strizzata d’occhio agli spettatori cinefili che, guardando Mikey in eleganti e scollati abiti da sera, inevitabilmente finiscono per pensare alla Ani di “Anora”, ovvero al ruolo che di fatto ha reso celebre la Madison al grande pubblico.
In altre parole Sorkin, oltre che mettersi al servizio della sceneggiatura adattandola agli scopi del messaggio che vuole veicolare, si concede sornione anche al fanservice dei suoi spettatori, in barba alle possibili critiche di oggettificazione femminile a cui i generosi décolleté della protagonista possono mostrare il fianco.

In conclusione, “The Social – Il prezzo della verità” è un film ambivalente, che non riesce a dirsi pienamente risolto nella sua forma perché di fatto spaccato tra le due anime di chi lo ha scritto e poi diretto. Incredibilmente, però, questa sua caratteristica finisce per farlo risultare ancora più in coerenza con l’oggetto che prende in esame, ovvero quel Giano Bifronte delle nostre vite contemporanee che risponde al nome di Facebook.
Una scelta grafica del lungometraggio sembra in qualche modo suggerirlo. L’interfaccia che salta da un anno all’altro sulla linea temporale degli eventi, infatti, assomiglia molto a quella di un’applicazione per cellulare, una sorta di calendario su cui fare swipe a sinistra e destra per muoversi negli anni in cui si svolgono gli eventi narrati. Curiosamente, l’estremo superiore dell’intervallo arriva fino al 2022, anche se gli ultimi fatti di cronaca hanno luogo nel 2021.
Quasi a voler sottolineare che, sebbene una delle controversie che riguardano l’ormai Meta possa dirsi conclusa, altre molto probabilmente si affacceranno all’opinione pubblica in futuro.
Un po’ come questo film, la cui (in)conclusione potrebbe, forse, riverberarsi sul futuro della Settima Arte: solo il tempo saprà decretarlo.

18/10/2026

Cast e credits

Distribuzione
Sony Pictures Italia
Produzione
Alcon Entertainment, Columbia Pictures, TSG Entertainment
Sceneggiatura
Aaron Sorkin
Fotografia
Jeff Cronenweth
Scenografie
Shannon Gottlieb
Montaggio
Alan Baumgarten
Musiche
Alexandre Desplat

Trama

Frances Haugen, una giovane ingegnera di Facebook, chiede aiuto a Jeff Horvitz, un reporter del Wall Street Journal, per intraprendere un pericoloso "viaggio" che si conclude con la rivelazione dei segreti più riservati del social network.
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