A riprova di ciò vi è l’utilizzo di sonorità che si rifanno a quelle carpenteriane ma le arricchiscono con elementi vicini a sonorità glitch e a tratti quasi industrial (il collegamento con John Cage fatto dal giovane compositore non sembra essere così velleitario) che intensificano l’elemento di disturbo già presente nel resto dell’opera di Mitchell, sottolineando al contempo le grosse differenze che stanno tra le opere del maestro (ma anche Wes Craven va considerato) e “It Follows”. Ciò contribuisce alla creazione di una colonna sonora frammentaria e volutamente ridondante, adeguata all’opera di David Robert Mitchell e al suo andamento circolare e pertanto indissolubile dal film per il quale è stata concepita. Non si pensi però che questo la renda una OST totalmente anciliare nei confronti della pellicola, dato che sono proprio le influenze emotive causate dalle composizioni di Vreeland a rendere indimenticabili certe sequenze di quella. A riprova di ciò basti citare l’efficace traccia d’apertura (“Heels”), degno contraltare dell’incipit cinematografico, oppure “Father”, uditivamente devastante apice del climax emotivo del film e del soundtrack.
Tra i due culmini sonori ed emotivi del film si sviluppa una serie di temi, presentati in buona parte già nelle tracce iniziali “Title”, “Jay” e “Detroit” per poi venire riproposti nel corso delle successive “Old Maid” e “Company” (la cui esplosione sonora anticipa quelle presenti in “Doppel” e “Father”) che accrescono l’inquietudine grazie a suoni acuti di matrice glitch. Quest’ultimi, insieme alle sempre più ricorrenti distorsioni, si confermano nella seconda parte della colonna sonora uno degli elementi più caratteristici dell’intera OST, come si nota in tracce come “Relay” o “Snare”. A queste si alternano nuovi temi, in realtà brevemente anticipati in precedenza, presenti in “Lakeward”, “Greg” e “Pool”, che assumono un compito di contestualizzazione determinate situazioni all’interno dei ritorni narrativi di questo secondo segmento, fino al già citato culmen rappresentato da “Father”, in cui dopo che le esplosioni di violenza raggiungono l’apice la tensione annega in un mare (di sangue) di synth.
“Linger” riprende poi due tra i temi principali (come due tra i protagonisti) e li immette dentro una traccia composta in buona parte dal silenzio, un protagonista di tutta la colonna sonora, che è presente quasi in ogni traccia ed è non solamente utilizzato per preludere alle esplosioni sonore che corrispondono ai climax emotivi ma anche per far alludere alla presenza di vuoti che è uno dei principali leitmotive della pellicola di Mitchell, così come della OST di Disasterpeace. Proprio per questa ragione la colonna sonora in questione emerge dalla media per la profondità del legame che la lega al film per il quale è stata composta di cui è un perfetto contrappunto musicale che, replicandone lo stesso andamento narrativo lento e al contempo ricco di asperità, lo perfeziona (nel senso etimologico). Per questa ragione la “Original Soundtrack” di “It Follows” merita di essere annoverabile tra le più riuscite degli ultimi anni. E, per il momento, unico metodo (legale) per perdersi nella cupa e malinconica odissea horror degli adolescenti del film di David Robert Mitchell.