ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi;
ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo,
mi preparo a morire a poche leghe dall’esagono in cui nacqui.
”(J.L. Borges, La biblioteca di Babele)
(M.C. Escher, Incontro)
Odissea
L’Odissea di Kubrick dialoga con Borges e con Escher in allegorie che hanno assimilato da tempo il tramonto delle illusioni razionaliste e la crisi del positivismo ottocentesco; non ne sono più annichilite. In “2001: Odissea nello spazio” si respira piuttosto una positività figlia degli anni ’60, anni di conquiste tecnologiche quanto di fermenti sociali. La consapevolezza che l’uomo può decretare la propria distruzione (l’olocausto nucleare, oggetto del precedente film di Kubrick, “Dottor Stranamore“) convive con l’entusiasmo che accompagna la vigilia dello sbarco sulla luna.
A partire dal celeberrimo stacco sull’osso che “diventa” astronave con un’ellissi di milioni di anni, sino al finale in cui a David moribondo si sostituisce un feto, “2001” è film che osa attraverso il montaggio. Come il montaggio, anche la struttura di “2001” è s-composta da scarti improvvisi. Di questi scarti è figura principe il monolito: qualcosa che un istante prima non c’era, che all’improvviso c’è. Proprio come in uno stacco di montaggio. E la comparsa del monolito prelude a una sorta di evoluzione jump-cut, un passaggio improvviso al di là di ciò che era ordinato. Scompagina ogni programma.
Attorno al monolito, i simboli si addensano come attorno a un archetipo junghiano (quale il monolito appare, per ammissione dello stesso Kubrick). Con la sua forma fallica indica forza, si pone come oggetto di adorazione. E’ totem, menhir. Ma anche stele funeraria.
La morte è commutazione immediata. La coscienza c’era, improvvisamente non c’è più. Senza un lamento muoiono i membri ibernati dell’equipaggio, uccisi da Hal. Ad avvertirci dell’evento solo i monitor su cui leggiamo “life functions terminated“, mentre loro rimangono impassibili, nella “divina indifferenza” dell’universo. Nient’altro che uno stacco di montaggio. Si va avanti.
Come la morte, anche l’intuizione è commutazione immediata. Così si accende la scintilla nel cervello dell’ominide che studia le ossa del tapiro per farne strumento di guerra. L’enfasi trionfante dell’intuizione, sottolineata dalle note ascendenti di “Così parlò Zarathustra”, è esaltata da Kubrick sempre attraverso il montaggio: l’ominide apprende l’uso dell’osso come arma, e in montaggio alternato vediamo quello che intende farne. Qui il montaggio serve a entrare nella mente dell’ominide: a restituire la capacità – letterale – di “immaginare”. Dalla capacità di immaginare alla nascita della scienza (e alle astronavi), il passaggio è chiaro e immediato. Sì, per Kubrick la civiltà umana si accompagna alla violenza: ma qui Kubrick non ci sta dicendo che il progresso umano si fonda sulla violenza. Ci sta dicendo piuttosto che il progresso è fondato sulla capacità di immaginare. La prevaricazione – la violenza – c’è già in natura, ed è collaterale. Con quell’osso non nasce la violenza: nasce l’immaginazione.Nell’immediato, tuttavia, quell’osso che non cadrà mai è come un bambino che si regge in piedi per la prima volta. L’uomo ha imparato a volare. Vola nello spazio cosmico. E’ il trionfo di Icaro. Viene in mente un famoso aforisma di Kubrick: “non sono sicuro che il significato del mito di Icaro sia ‘non tentare di volare troppo in alto’ come inteso in genere, e mi chiedo se non si possa interpretarlo invece in modo diverso: ‘dimentica la cera e le piume, costruisci ali più solide’”.
Come la campata di un arco, o la parabola di una freccia scagliata in cielo, all’ascesa corrisponde fatalmente la caduta. Il cognome di David, protagonista dell’ultima parte del film, è Bowman: significa sia arciere (come archer), sia uomo-arco. Decidendo di disattivare Hal, David (il cui nome rimanda anche al Davide biblico che sconfisse Golia) scaglia una freccia oltre l’infinito, scommette sull’ignoto totale. Rompe la gabbia in cui Hal l’ha costretto. Alla fine della parabola si ritroverà in un ambiente familiare, la stanza rococò, una specie di Itaca (una gabbia da dove, stavolta, non può più uscire), ma intanto spezza il cerchio per la linea, si lancia oltre le colonne d’Ercole.
Pur costruito da improvvisi balzi in avanti, il film riporta continuamente alla figura del cerchio. Come nel nastro di Moebius, come nelle incisioni di Escher, si torna sempre al punto di partenza. Come negli esercizi di jogging di Frank Poole sul Discovery: procede in linea retta, ma torna sempre su se stesso. Consideriamo però le differenze fra Frank e David. Frank occupa il tempo in attività ripetitive (appunto la corsa) oppure gioca a scacchi (e perde) con Hal. David ha un temperamento più creativo: si diletta a disegnare e, a parere di Hal, opera dei miglioramenti. Il cerchio di Frank potrebbe per David essere una spirale, che nella sua evoluzione torna su di sé, ma progredendo (5).
Possono far pensare a una spirale anche le scelte musicali più ardite. Tre brani, tra loro diversissimi, condividono un movimento ascendente: il valzer “Sul bel Danubio blu” di Johann Strauss (nella versione morbida e sontuosa di Herbert von Karajan), l’introduzione del “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss, e il “Requiem per soprano, mezzosoprano, cori misti e orchestra” di György Ligeti. Il valzer che si ascolta sulle prime sequenze spaziali accompagna la “danza” dei satelliti e della navicella PanAm (suggerendo un’apparente condizione di perfetta armonia raggiunta dall’uomo), e scandisce la sincronizzazione fra la navicella appuntita e la stazione orbitante, che culmina nella penetrazione “sessuale” della prima nell’altra. Nella successiva ripresa del valzer (sul volo di Floyd verso la luna), il tema musicale si conclude in un tripudio orgasmico, con l’ingresso della navicella, come spermatozoo in un ovulo, nelle viscere della stazione lunare che si apre ad accoglierla.
Il brano di Richard Strauss ispirato a Nietzsche, così come il requiem di Ligeti, sono i leitmotiv del film, legati il primo alle congiunzioni astrali e ai balzi in avanti dell’evoluzione, il secondo alle apparizioni del monolito.
Questi tre brani hanno in comune una “costruzione in innalzamento, sviluppo e crescendo” (6) verso note e accordi acuti, che procede attraverso ripetizioni delle stesse frasi su ottave via via più alte, dando precisamente la sensazione di una spirale che s’innalza su se stessa.
Sin dalla musica, la “missione Giove” si apre all’insegna della discontinuità. Prima di lasciare spazio solo a rumori, parole e silenzio, la sequenza in cui Frank fa jogging è accompagnata dall’Adagio del “Gayaneh” di Aram Khačaturjan: un brano in minore, la cui struggente malinconia infonde il senso di nostalgia che si proverebbe dopo l’addio definitivo alla propria terra. Non potrebbe essere introdotta meglio la claustrofobica solitudine del Discovery, che si è lasciato alle spalle la Terra e si allontana perdutamente nel vuoto siderale. Non c’è qui più alcuna ascensione. L’Adagio impone subito lo scarto con i voli precedenti: quello diretto verso l’ignoto è un viaggio di solitudine e abbandono. Le comunicazioni con la Terra sono affidate a monologhi video (gli auguri di compleanno a Frank dei genitori): non sono più dialoghi com’era la videotelefonata di Floyd alla figlia. Persino gli scambi fra David e Frank sono ridotti al minimo. L’atmosfera è funebre: e il Discovery, con quelle specie di sepolcri, somiglia da subito alla necropoli che diventerà.
La sequenza finale, ambientata nella stanza settecentesca “rococò” (o “régence”), è caratterizzata dall’uso più innovativo del controcampo mai concepito. Assistiamo allo svolgersi della vita di David sino alla sua estrema vecchiezza attraverso gli sguardi di un David più giovane che scopre un sé più anziano, e, nei controcampi successivi, scompare. Attraverso il semplice raccordo di campi e controcampi, il montaggio effettua salti temporali abissali pur nell’apparente unità di tempo e luogo. David è accompagnato dalla sensazione che vi sia qualcun altro oltre a lui (si alza da tavola per andare a scrutare nel bagno; gli pare di aver sentito qualcosa, ma si trattava del sé passato, che si è volatilizzato), una sensazione accentuata dai rumori riverberati che accompagnano la sequenza (l’informale “Adventures” di Ligeti opportunamente alterata). Non vi sono presenze invisibili che osservano David: in effetti, la presenza invisibile non è che lo stesso David. Questa sequenza traduce in termini cronologici la paradossale continuità di mondi dentro altri mondi tipica delle incisioni di Escher (8).
“La cosa più spaventosa riguardo l’universo non è che esso sia ostile, ma che sia indifferente.
(2) E. Carrère, Il Regno, Adelphi, p. 202.
(3) M. Chion, Un’Odissea del cinema. Il ‘2001’ di Kubrick, Lindau, 2000, p. 204 (anche in: M. Chion, Stanley Kubrick. L’uomano, né più né meno, Lindau).
(5) L’idea di evoluzione, in “2001” somiglia a una spirale: lo suggeriscono anche dettagli secondari come la figlia di Floyd che desidera per compleanno una scimmietta: è palese l’allusione all’evoluzione intercorsa da quando gli uomini erano ominidi. Nel 2001 l’istinto di dominio risulta del tutto assimilato nell’innocenza di una bambina.
(6) M. Chion (compositore e teorico dell’audiovisione), cit., p. 137.
(7) Nella stesura originaria, le musiche avrebbero dovuto sostenere anche le sequenze drammatiche della parte del film dedicata alla “missione Giove”. Lasciandole invece prive di musica, Kubrick ha anche disatteso la “regola” secondo la quale, al cinema, la musica dovrebbe accompagnare le scene più ricche di pathos: al contrario, nella “missione Giove” (come ne “l’alba dell’uomo”), le scene più drammatiche del film sono accompagnate solo da un’ampia gamma di rumori, versi e respiri, o dal silenzio assoluto. L’ossessione di Kubrick per il controllo totale della sua opera non contemplava la rispondenza a idee chiare e precostituite: il processo creativo rimaneva aperto sino all’ultimo ad ogni nuova intuizione.
(8) Escher tornerà a ispirare Kubrick nelle geometrie impossibili – spaziali e temporali – di “Shining”.
(9) M. Chion, cit., p. 183.
06/05/2015