Dopo il grande successo in Belgio, la presentazione al festival di Berlino 2013 nella sezione “Panorama”, esce in Italia il quarto film di Felix Van Groeningen, regista belga trentasettenne, che ha soffiato il César 2014 come miglior film straniero a Paolo Sorrentino, e da Sorrentino si è visto soffiare l’Oscar per la stessa categoria. Tratto da un’opera teatrale di Mieke Dobbels e Joan Heldenbergh, sceneggiato dallo stesso regista assieme a Carl Joos, “The Broken Circle Breakdown” viene brutalmente tradotto in “Alabama Monroe”, titolo spoiler cui si affianca la solita didascalia dell’italiano distributore, preoccupato che i connazionali non capiscano si tratti di “una storia d’amore”.
Dunque sì, una storia d’amore, che per certi versi ricorda quella passionale e tormentata di Johnny Cash e June Carter in “Walk The Line” di James Mangold. Anche Joan Heldenbergh e Veerle Baetens (come nel caso di Joaquin Phoenix e Reese Whiterspoon) interpretano tutti i pezzi della colonna sonora. Il “bluegrass” secondo Didier è il country nella sua forma più pura: un violino, un contrabbasso, un mandolino, una chitarra e un banjo. Solo strumenti a corde, acustica pura, e voci. La musica segue i picchi emotivi degli eventi, celebra la passione fra Didier ed Elise, accompagna la loro discesa nel dolore, fino a diventare requiem.
La struttura narrativa riprende invece la scomposizione temporale di “Blue Valentine” di Derek Cianfrance. Anche il film di Van Groeningen è un continuo andirivieni fra passato e presente, che però non si presta ad assecondare o spiegare le emozioni dei personaggi, quanto piuttosto a mostrare una visione d’insieme del regista. Il presente, ogni presente, è un cerchio che si chiude e al tempo stesso la sommatoria di tutti i cerchi già chiusi.
La canzone “Will the circle be unbroken” che accompagna i titoli di apertura prima ancora che compaiano le immagini, è anche una domanda – se il cerchio sarà rotto oppure no – a cui alla fine ognuno troverà la propria risposta.
Il cast è davvero sopra le righe. Sia i due protagonisti che la bambina sono pienamente nella parte, tempestivi e senza orpelli, dritti al cuore. Il personaggio di Didier, uomo buono redneck e cowboy, col pallino di Bill Monroe e dell’America, poteva scadere facilmente nel patetico, specialmente nei punti in cui si accanisce contro il bigottismo reazionario di Bush Jr. e il potere oscurantista della religione. Ma invece ne esce, anche nei momenti di maggior intensità, con una “leggerezza” che arricchisce l’interpretazione. Lo stesso vale per il film in sé, che evita di essere retorico, pur affrontando argomenti e situazioni molto gravi, sempre grazie a un tocco delicato che ben si accorda alla scelta musicale. Un plauso in particolare a Veerle Baetens – miglior attrice al Tribeca Film Festival 2013 – una personalità catalizzatrice, combinazione di tecnica e fascino.
Soltanto verso la fine i flashback cedono a un corso lineare del tempo. Il film prende velocità, resta coerente a se stesso e anziché sottrarre rilancia pathos su pathos, ci mette l’anima, mantenendo però sempre un ritmo spensierato, una leggerezza che ha dentro meraviglia e consapevolezza. Un altro cerchio si chiude, in questo ultimo presente, non privo d’amore, né di lacrime, né di musica.
10/05/2014