Si è soliti guardare a “Chi ha incastrato Roger Rabbit” (si scrive proprio così, senza il punto interrogativo) come pietra miliare soprattutto per le sue peculiarità tecniche: non è il primo caso di convivenza tra attori reali e cartoni animati, ma la commistione perfetta che Industrial Light And Magic di Spielberg e Lucas (certificata dall’Oscar) realizza tra l’immagine animata e la pellicola di Zemeckis rende il film, prima che avvincente o riuscito, soprattutto molto affascinante. E il fascino è accentuato dall’unione di universi cinematografici (probabilmente oggi li chiameremmo franchise) mutuamente escludentesi in circostanze “normali”: vedere convivere Bugs Bunny e Topolino nella medesima scena, vale a dire i simboli assoluti di un’intera epoca dell’animazione e icone di due mayor rivali, testimonia da sé come l’esperimento di Zemeckis e Spielberg si sostanzi in primo luogo in un sentito omaggio a serie rivoluzionarie come Looney Tunes o Merrie Melodies, nonché ai classici di Walt Disney. In realtà a stupire oggi non è tanto la compresenza di umano e non umano all’interno di un’immagine ibrida in grado di assimilare forme diverse e opposte, quanto piuttosto l’unione tra il sudiciume del filone hard-boiled e la tradizionale spensieratezza del cartoon, dove morte e sesso (elementi fondanti del noir) vengono di fatto annullati. Il vertice di tale ibridazione cinematografica di chiara matrice post-moderna lo si trova nel personaggio dell’alcolizzato detective interpretato da Bob Hoskins: egli odia i cartoni (uno di loro ha fatto fuori il fratello) e possiede i vizi tipici di chi ha sangue nelle vene, eppure sarà costretto non solo a lavorare per loro, ma a trasformarsi letteralmente in uno di essi per avere la meglio sui cattivi (sarà fondamentale per eliminare le faine al servizio del villain Morton). Il processo che ne regola la trasformazione assottiglia il divario tra cartoni animati e uomini in carne e ossa, omaggiando tra l’altro forme di comicità fisiche che hanno fatto la fortuna di Charlie Chaplin e tanti altri. Una barriera tra due mondi che si disintegra proprio per l’azione comica del protagonista, peraltro già anticipata da una battuta del coniglio Roger (“Vedi, una risata può essere una cosa molto potente…a volte nella vita è l’unica arma che ci rimane”). A tal proposito, da un lato vi è chi ha voluto intravedere nelle modalità di ingresso a Cartoonia un esplicito doppio senso sfacciatamente sessuale (leggasi a tal proposito l’analisi di Marco Toscano presente nel “Robert Zemeckis” curato da Gianni Canova), in linea con le modalità espressive del resto del film (basti pensare al fare “farfallina” in fuori-campo); d’altro canto non è stato da altri mancato di suggerire come il trattamento riservato ai cartoni si rifaccia a un atteggiamento apertamente razzista nei piani alti hollywoodiani, e che se questi vengono confinati nel sinistro distretto dell’animazione gli indizi per una voluta metafora sociale siano ben presenti.
Da anni si discute di un possibile sequel di questo capolavoro e ha fatto capolino persino il nome di J.J. Abrams. Notizie e rumors volevano a un certo punto Zemeckis al lavoro su un fatidico secondo capitolo animato con la motion capture, secondo alcuni lo sceneggiatore Jeffrey Price aveva già pronto lo script. In realtà non se ne è fatto mai nulla, e probabilmente niente verrà fatto. “Looney Tunes: Back in Action” del 2004, girato da Joe Dante, è la cosa più simile al film di Zemeckis che si sia vista sul grande schermo: ne ripropone la tecnica ma anche alcuni assunti di base (i cartoon sono attori professionisti con un’esistenza privata slegata dal loro lavoro), pur facendone un prodotto essenzialmente legato all’infanzia. L’insuccesso di quella operazione ha probabilmente chiuso le porte a un ritorno di Roger e Jessica. Non dobbiamo quindi preoccuparci troppo che qualcuno possa rovinare la memoria di questo gioiello di fine anni 80.
04/03/2018