Exit 8

Exit 8


Genki Kawamura

Drammatico, Horror | Giappone
(2025)

Non ignorare nulla di insolito. Se scopri un’anomalia,

torna immediatamente indietro. Se non la trovi, prosegui.

Poi esci dall’uscita 8.

 

“Exit 8” di Genki Kawamura (2025), presentato alle Proiezioni di mezzanotte di Cannes, è tratto dall’omonimo [1] videogioco prodotto da Kotake Create. Lo si capisce immediatamente, perché il film inizia con una lunga soggettiva del protagonista in piano sequenza che richiama la modalità di gioco fps dell’originale videoludico. Durante quest’ininterrotta soggettiva il nostro sguardo – il quale, ovviamente, coincide con quello del personaggio – è per la gran parte del tempo attirato dallo schermo di un cellulare, che è lo strumento attraverso cui apprendiamo delle minime nozioni di contesto che servono a orientarci: l’ex ragazza del protagonista lo chiama per comunicargli che è incinta (e si presume, perciò, che il figlio sia suo); lui deve uscire dalla stazione della metropolitana per raggiungerla in ospedale. E qui sta l’inghippo, perché il ragazzo, distratto continuamente dal cellulare, a un certo punto realizza che l’uscita gli è impedita, come se fosse rimasto bloccato in un labirinto. Qui il piano sequenza si interrompe e il punto di vista slitta dalla soggettiva a una tradizionale inquadratura oggettiva che inaugura un secondo piano sequenza, dando avvio al primo capitolo, intitolato “The Lost Man”.

Come è evidente, l’intero incipit è costruito come se ci trovassimo all’interno della scena iniziale di un videogioco che stiamo cominciando a giocare, fino a raggiungere il primo tutorial, corrispondente al messaggio posto in calce a quest’articolo: “Non ignorare nulla di insolito. Se scopri un’anomalia, torna immediatamente indietro. Se non la trovi, prosegui. Poi esci dall’uscita 8”. È chiaro, dunque, che “Exit 8” si presenti come un film-puzzle da risolvere, esattamente come “The Exit 8” era un gioco-puzzle, con la differenza che mentre nel gioco siamo noi in prima persona a dover risolvere gli enigmi, nel film siamo semplici spettatori dei tentativi di risoluzione del protagonista.

L’ambiente che ci troviamo di fronte è immerso in un bianco asettico che lo rende molto simile ai corridoi di un ospedale, con un fin troppo evidente richiamo alla condizione del “Lost Man”, che deve raggiungere la futura madre di suo figlio proprio in ospedale. Questa è la prima di una lunga serie di quelle che è davvero il caso di chiamare metafore urlate, simbolismi esasperati che si propongono come sofisticati ma che in realtà non fanno altro che ribadire l’ovvio. Altri esempi sono il bambino che piange disperatamente a inizio film – suscitando una reazione aggressiva da parte di uno dei passeggeri della metro, che urla scompostamente addosso alla madre nell’indifferenza generale – e che il protagonista decide bellamente di ignorare indossando le cuffie per ascoltare la musica; o ancora, dopo un secondo capitolo intitolato “The Walking Man”, il sopraggiungere in scena di un bambino che nel terzo capitolo (“The Boy”) accompagnerà il “Lost Man” provocando in lui una serie di riflessioni – a dire il vero molto scontate e prevedibili – sulla propria esistenza. Perché è questo che “Exit 8” vorrebbe significare: un loop temporale e ambientale – simbolizzato anch’esso in maniera urlata dall’insistito inquadrare un manifesto contenente l’opera di Escher “Nastro di Möbius II (Formiche rosse)” che raffigura, guarda un po’, un 8, figura dell’infinito e rimando all’uscita che il protagonista deve trovare – che tuttavia diventa esistenziale, metafora della vita del salaryman giapponese inetto e costretto (anche da sé stesso) a ripetere a ciclo le stesse azioni perdendo l’attenzione sulle cose davvero importanti, come la famiglia e la vita sociale.

In generale, comunque, “Exit 8” vuole continuamente puntare l’attenzione sulla paura del protagonista di diventare padre. Da questo punto di vista, tuttavia, le sue motivazioni non sono bene a fuoco, se escludiamo gli elementi di contesto iniziale a cui facevamo riferimento in precedenza: in altre parole riesce difficile empatizzare con i personaggi in scena, perché il film ci butta immediatamente all’interno del puzzle da risolvere e gli altri elementi narrativi perciò appaiono come una serie di simbolismi fini a sé stessi – anche fuori contesto e non chiari dal punto di vista semantico: i mostri metà topo e metà pipistrello, in questo senso, cosa dovrebbero significare? Oppure l’onda di fango che cita direttamente “Shining” (Stanley Kubrick, 1980) cos’è se non una mera citazione? Può darsi, comunque, che questi elementi apparentemente idiosincratici provengano dal videogioco, ma sfugge allora il motivo per cui inserirli nel film.

In fin dei conti “Exit 8” sembra una sorta di escape room in formato cinematografico e proprio per questo si potrebbe obiettare che le metafore disseminate lungo il percorso di fuga diventino a loro volta parte del gioco, enigmi da risolvere per riuscire a sfuggire al loop infinito che è diventata la vita dell’impiegato medio giapponese; ma in realtà è il film stesso a dimostrare che quest’affermazione è falsa, visto che per trovare l’uscita dal tunnel è sufficiente seguire le indicazioni che il protagonista riceve all’inizio (“Non ignorare nulla di insolito. Se scopri un’anomalia, torna immediatamente indietro…”).

È un peccato, perché le premesse erano più che buone, ma il regista (che nasce come romanziere e dirige qui il suo secondo film dopo “N’oublie pas les fleurs”, del 2022) non riesce mai a far lavorare in sinergia l’impianto videoludico con il contenuto narrativo. Un’opera tutto sommato indifferente, come il suo protagonista.

[1] A voler essere precisi, il titolo del videogioco è “The Exit 8”.

11/05/2026

Cast e credits

Distribuzione
Neon
Durata
95'
Produzione
AOI Pro., Story Inc.
Sceneggiatura
Genki Kawamura, Kentaro Hirase
Fotografia
Keisuke Imamura
Scenografie
Yutaka Motegi
Montaggio
Jimmy liu
Musiche
Yasutaka Nakata, Shohei Amimori
Costumi
Daisuke Iga

Trama

Un uomo scende alla fermata della metropolitana; mentre raggiunge l'uscita dalla stazione riceve una telefonata dalla sua ex ragazza che gli comunica che è incinta e lui allora decide di raggiungerla in ospedale. Tuttavia, all'improvviso si accorge che non riesce ad uscire, rimanendo incastrato in un loop che deve risolvere per raggiungere l'uscita.
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