Le reazioni di Annie, del marito e dei suoi due figli di fronte alla scomparsa della madre della donna e, soprattutto, alle sconcertanti scoperte sul misterioso passato della defunta fanno infatti da apripista a una tipologia di messinscena che, emulando il rapporto tra realtà e rappresentazione messo in campo dalla sequenza iniziale, depotenzia le caratteristiche fenomenologiche degli avvenimenti, per favorire una visione autoreferenziale degli stessi nella quale ciò che accade potrebbe essere riferito a dati oggettivi, esterni alla coscienza degli interessati (l’inquadratura fissa sulla casupola), oppure a una proiezione mentale degli stessi (gli ambienti della casa) e delle loro distorsioni (i modellini a cui si faceva riferimento sopra). Un’impostazione, questa, tanto più efficace nella considerazione che si sta parlando di un film a basso budget e di un genere, da sempre abituato (anche per questioni economiche) a lavorare sul fuori campo, lasciando al “particolare” – concentrato in poche location (in questo caso gli interni delle abitazioni) – il compito di evocare quel “tutto”, normalmente emarginato fuori dal quadro anche per l’impossibilità di ricrearne – visivamente e per mancanza di soldi – la complessità. E, ancora, in ragione di una prospettiva che, almeno nella prima parte, bandisce quasi del tutto l’azione, preferendo ad essa un passo più contemplativo e un approfondimento di tipo esistenziale degli sconvolgimenti provocati dai lutti che colpiscono la famiglia di Annie. Non è dunque un caso se quella che dovrebbe essere la classica storia di possessione e di sette sataniche si trasforma in vero e proprio cinema d’autore, con movimenti avvolgenti della mdp, carrellate dal sapore metafisico (dei corridoi, destinati a diventare recessi della mente) e campi lunghi che, azzerando la profondità degli spazi e rendendo incerta la loro perimetrazione (di fatto inesistente), sembrano rimandare direttamente all’artificialità dei modellini iniziali, facendo del non luogo il territorio principe degli eventi descritti nel film.
Se clima e contesto evocano il David Lynch di “Eraserhead – La mente che cancella” accade che, mentre l’autore di “Twin Peaks” è disinteressato a qualunque spiegazione, preferendo ad esse le fantasie surreali escogitate dal suo estro, Aster, al contrario, non si limita a far sentire la follia dei personaggi ma decide pure di raccontarla con una coerenza che purtroppo non riesce ad avere la stessa efficacia di ciò che l’ha preceduto. Forzando la logica di certi passaggi (come quello relativo ai poteri da medium di Annie) e palesando piccole ma evidenti incertezze nella costruzione della trama, “Hereditary” retrocede a lavoro di seconda fascia, pur mantenendo inalterata l’eccellenza della confezione, valorizzata dalla fotografia iperreale di Pawel Pogorzelski.
28/07/2018