“L’isola dei ricordi” (Joel Crawford, Januel Mercado, 2026) offre una buona occasione per inquadrare la situazione attutale del cinema d’animazione, il quale sta evidentemente attraversando un periodo di transizione. Lo stile grafico del 3D – assurto a standard qualitativo dopo l’avvento della Pixar e in particolare di “Toy Story” (John Lasseter, 1995) – pare aver fatto il suo corso, in fin dei conti anche perché, dopo un ventennio di praticamente soli film di animazione in 3D, è venuto un po’ a noia; non tanto perché non sia visivamente stimolante, ma perché si è progressivamente sempre più orientato nella direzione di un fotorealismo (vedi, giusto per citarne uno, “Cars 3” del 2017) sì spettacolare ma che forse accantona fin troppo la creatività e la fantasia.
Non è un caso, perciò, che negli ultimi anni gli animatori stiano sperimentando molto col mezzo, affinando nuove soluzioni e aprendo una fase ibrida che più che altro tende a mescolare gli stili. A far da apripista in tal senso fu, ovviamente, “Spider-Man – Un nuovo universo” (2018) e il suo sequel “Spider-Man: Across the Spider-Verse” (2023), i quali hanno portato una ventata di novità impossibile da trascurare per tutti gli altri studi di animazione; infatti, da lì in poi sono usciti sempre più film animati in maniera talvolta anche solo sottilmente diversa: pensiamo a “Goat – Sogna in grande” (Tyree Dillihay, 2026) o a “KPop Demon Hunters” (Maggie Kang, Chris Appelhans, 2025), o ancora a “Mars Express” (Jérémie Périn, 2023), “Arco – Un’amicizia per salvare il futuro” (Ugo Bienvenu, 2025) e “Il robot selvaggio” (Chris Sanders, 2024).
Ciò non significa che prima di “Spider-Man – Un nuovo universo” l’intero panorama del cinema d’animazione fosse una landa desolata di 3D, e nemmeno che il 3D abbia intrinsecamente qualcosa di negativo (in fondo anche questo “L’isola dei ricordi” è in buona parte animato in 3D); ci stiamo semplicemente limitando a individuare una tendenza che nei prossimi anni prenderà sempre più piede – anche la Pixar, ovvero la mamma del 3D impiegato in questo modo, sta invertendo la rotta: nel 2027 uscirà il chiacchieratissimo “Gatto” di Enrico Casarosa, realizzato con uno stile completamente rinnovato e lontano dal classico 3D Pixar.
“L’isola dei ricordi” si inserisce perfettamente in questa fase di transizione e conferma che la DreamWorks, già a partire da “Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio” (girato dalla medesima coppia di registi nel 2022), è probabilmente lo studio di animazione che sta sperimentando maggiormente nel tentativo di trovare una nuova identità visiva. L’opera in questione è infatti per la maggior parte animata in 3D, ma presenta tutta una serie di inserti animati in altri stili tra loro molto disparati. Così descritto parrebbe un pastrocchio, ma la regia di Crawford e Mercado, che deve molto ai due “Spider-Man” sopracitati, è capace di amalgamare molto bene le cose tra loro, dosando gli stili e riservandoli a specifiche situazioni o personaggi.
Questa tecnica, per così dire ibrida, si presta efficacemente alla narrazione, in quanto ne “L’isola dei ricordi” esistono due mondi separati ma comunicanti: il nostro e quello dell’isola di Nakali, sulla quale le due protagoniste, Jo e Raissa, approdano. Il nostro mondo è animato con un 3D molto tradizionale, mentre quando ci spostiamo su Nakali il film diventa un florilegio di stili e soluzioni visive: si rintracciano influenze dagli anime giapponesi, dal fumetto, dall’animazione 2D, dal teatro delle ombre, fino al disegno a grafite.
Questa doppia anima de “L’isola dei ricordi” si riflette anche nella struttura narrativa. Se infatti la prima parte del film risulta essere molto canonica e finanche noiosa e stravista, la seconda al contrario si apre al folklore filippino e inventa un mondo molto suggestivo. Resta il fatto che la storia è molto semplice (seppur abbia un particolare gusto nel vagare alla ricerca di una meta che porta alla conoscenza di nuovi compagni di viaggio), con una trama che, rispetto ad altri film DreamWorks o all’animazione adulta della Pixar, risulta essere particolarmente adatta a bambini che si avvicinano all’età prepuberale; ma questa sembra proprio essere una scelta che permette di concentrarsi maggiormente sul lato, appunto, tecnico e visivo dell’operazione.
La prima parte, che comunque inquadra bene quella fase cruciale della crescita che dall’adolescenza porta all’età adulta, progressivamente (e un po’ troppo lentamente) lascia il posto a una seconda in cui scopriamo il vero cuore del film, ovvero l’importanza della memoria, dapprima individuale – concentrandosi sulla capacità dei ricordi di dar forma alla personalità e al carattere del singolo – ma che assume pieno valore solo nel momento in cui si fa collettiva: è solo nella condivisione e nella conservazione delle esperienze vissute che diventiamo davvero umani – e il film questo lo mostra molto bene nel personaggio di Batiba, una demone avida di ricordi imbruttita dall’incapacità di tessere relazioni umane.
In conclusione, “L’isola dei ricordi” è forse un’opera più interlocutoria rispetto ai precedenti lavori della DreamWorks, ma è interessante proprio nella sua dimensione esplorativa, alla ricerca di uno stile, narrativo grafico o tecnico che sia, che riporti l’animazione alla sua matrice originaria: la fantasia e l’immaginazione di mondi (im)possibili. Ricordandoci che nei momenti difficili non siamo soli, ed è questa la nostra forza: torniamo a dare valore ai momenti vissuti, perché è da questi che si genera la memoria.
15/10/2026