Da questo punto di vista, “Kong: Skull Island” offre qualche spunto di riflessione: la produzione del film è infatti il risultato dell’ulteriore alleanza tra la Warner Bros. e la Legendary Pictures, che nella doppia veste di produttori e distributori hanno pensato bene di dare vita a un universo a sé stante, già denominato Monster Universe, che a partire dal primo di quattro titoli (“Godzilla, 2014) è destinato a svilupparsi e a culminare nell’incontro-scontro tra i protagonisti assoluti della serie, ovvero Godzilla e appunto King Kong, il gigantesco primate a cui è appunto dedicato il film diretto da Jordan Charles Vogt-Roberts. Apparentemente innocua sotto il profilo cinematografico la svolta produttiva influenza non poco l’estetica del film e i suoi contenuti. Il fatto di doversi confrontare (nel quarto capitolo della serie) con il “dinosauro atomico” portato per la prima volta sullo schermo nel 1954 da Ishirō Honda fa sì che il King Kong di Vogt-Roberts non sia più soltanto un gorilla di dimensioni fuori dal normale ma un vero e proprio “mostro”, alto come e più di una montagna, e soprattutto in grado di camminare in posizione eretta. In più – e qui passiamo agli aspetti legati alla mitologia del personaggio – l’esigenza di mantenere in vita il nostro (per farlo arrivare vivo e vegeto al cospetto dell’altro contendente) implica che, al posto della tragica fine prevista dalla tradizione narrativa, l’epilogo della storia si trasformi in un trionfante arrivederci da parte di Kong, il quale, dopo aver sconfitto i cattivi (in questo caso e in analogia con il Godzilla di Gareth Edwards, non più gli uomini ma i mostri che minacciano la razza umana), si allontana dalla scena da assoluto dominatore. Una delle conseguenze più vistose di questa rivoluzione è, da una parte, la ridotta empatia del “mostro” che, avvolto da una sorta di saggezza universale appare più distaccato e meno disposto a dialogare con gli esseri umani; dall’altra, il ruolo da comprimari toccato in sorte agli altri personaggi della vicenda: primo fra tutti quello della fotoreporter interpretata da Brie Larson, non più oggetto di platonico amore da parte della “Bestia” ma considerata alla stregua dei compagni di viaggio che compongono la spedizione scientifica messa in piedi dall’ufficiale governativo Bill Randa (John Goodman di molto dimagrito) a cui si deve il coinvolgimento dell’ex ufficiale dell’aviazione inglese James Conrad (Tom Hiddleston) in veste di guida e del manipolo di militari chiamati a proteggere l’incolumità del drappello.
Detto che la storia, fatte salve le debite differenze, procede in maniera speculare a quella del lungometraggio di Gareth Edwards, bisogna dire che “Kong: Skull Island” fa sua la moda di traslare la vicenda in un arco temporale diverso da quello abituale (da “X-Men: l’inizio” a “The Conjuring 2” e ancora “Ouija: Origin of Evil”, solo per fare qualche esempio). In questo caso, la collocazione della storia negli anni settanta (il 1973, per essere precisi) serve al regista per arricchire la trama di una componente citazionista che prende di peso “Apocalypse Now” e la sua fonte letteraria (“Cuore di tenebra” di Joseph Conrad) facendoli rivivere in parte nel contesto ambientale in cui si muovono i personaggi durante il loro viaggio (la giungla, il fiume), in parte nelle tipizzazione dei caratteri (la dark side del tenente colonnello Preston Packar a fare il verso al Kurtz di Brando), come pure in alcuni dettagli sparsi qua e là (il parallelismo tra il personaggio della Larson e quello di Dennis Hopper, legittimato dal comune amore per la fotografia), per non dire della “cavalcata” degli elicotteri con cui gli Sky Devils del Com.te Packar rende omaggio ai ragazzi del Tenente Colonnello William “Bill” Kilgore.
10/03/2017