Il mito di Frankenstein appartiene a quella ristretta costellazione di narrazioni che il cinema continua a rielaborare perché al loro interno convivono già, in forma embrionale, alcune delle questioni centrali della modernità: la creazione artificiale della vita, la responsabilità del creatore, la solitudine della creatura, il desiderio di riconoscimento. Nel passaggio dalla letteratura allo schermo queste tensioni si sono spesso concentrate sulla figura del mostro, trasformato in icona tragica della diversità. Con “La sposa!”, secondo lungometraggio da regista di Maggie Gyllenhaal, lo sguardo si sposta invece verso la creatura che nella tradizione cinematografica è rimasta quasi sempre una presenza fugace: la compagna immaginata dal mostro nel finale di “Bride of Frankenstein” di James Whale.
L’operazione della regista non consiste tanto nel riprendere la vicenda originaria di Frankenstein, quanto nel compiere uno slittamento di prospettiva: la creatura femminile, qui incarnata da Jessie Buckley, diventa il centro di un racconto che mette in discussione l’idea stessa di identità imposta. Ambientato in una Chicago degli anni Trenta febbrile e artificiale, il film segue il mostro interpretato da Christian Bale mentre chiede alla scienziata Euphronious di riportare in vita una donna che possa diventare la sua compagna. L’esperimento riesce, ma il risultato sfugge immediatamente al controllo dei suoi creatori: la Sposa non accetta di essere il completamento di qualcuno, né il prodotto di una volontà altrui.
È in questo gesto di rifiuto che Gyllenhaal innesta il proprio discorso. Più che un horror gotico, “La sposa!” si presenta come un oggetto ibrido, attraversato da registri diversi: il melodramma romantico, il gangster movie, la fuga criminale alla maniera di “Bonnie and Clyde“, fino a una vena ironica che non nasconde la consapevolezza cinefila dell’operazione. Il film sembra dialogare contemporaneamente con il cinema espressionista, con le derive pop del gotico contemporaneo e con una certa estetica della New Hollywood, producendo una stratificazione che a tratti appare volutamente eccentrica.
La regia insiste su questa natura instabile anche sul piano visivo. La fotografia costruisce una Chicago che non cerca il realismo storico ma una dimensione quasi mitologica: interni notturni saturi, luci elettriche che tagliano lo spazio, ambienti che oscillano tra laboratorio scientifico e teatro decadente. In questo contesto la figura della Sposa diventa un corpo scenico prima ancora che un personaggio narrativo: i costumi, i colori accesi, gli stivali rossi che attraversano i bassifondi trasformano la creatura in un’icona visiva, una presenza che rifiuta la neutralità.
Il film trova il proprio centro nella dinamica tra le due creature. Il mostro di Bale non è la figura tragica del cinema classico ma una presenza malinconica, quasi dimessa, che porta sulle spalle il peso di una lunga sopravvivenza. La relazione con la Sposa nasce da una menzogna – l’idea di un destino comune costruito artificialmente – e si sviluppa come un rapporto instabile tra desiderio di appartenenza e bisogno di libertà. In questo senso Gyllenhaal ribalta il paradigma romantico: l’amore non è la soluzione della mostruosità ma il luogo in cui essa diventa ancora più evidente.
Attorno alla coppia si muove una costellazione di figure secondarie – il detective incaricato di inseguirli, la sua compagna più lucida di lui, la scienziata che ha reso possibile la resurrezione – che ampliano il racconto trasformandolo progressivamente in una sorta di parabola sociale. Il mondo che circonda i protagonisti appare incapace di comprendere ciò che ha generato: la creatura femminile non è semplicemente un errore scientifico ma un elemento perturbante, una presenza che mette in crisi le gerarchie su cui si regge l’ordine sociale.
10/03/2026