Non ci è dato sapere quanto di quello che accade sullo schermo si attiene alla realtà dei fatti, e nemmeno ci interessa molto. Fatto sta che la vicenda del personal trainer Daniel Lugo-Mark Whalberg (e dei suoi nerboruti collaboratori Paul Doyle – Dwayne “The Rock” Johnson e Adrian Doorbal – Anthony Mackie) pare uscire direttamente dalla mente dei fratelli Coen, e la galleria di idioti rappresentati da Bay non ha nulla da invidiare a quella dei registi de “Il grande Lebowski”. La parabola al testosterone del palestrato che “crede nel fitness” e nel mito tutto americano della “seconda occasione” è una ghiotta occasione per smontare e fare a pezzettini l’american dream. Certo, Michael Bay lo fa con il suo stile, che può esaltare o irritare sin dai primi minuti. E’ uno stile, come ben sanno i suoi fan e detrattori, all’insegna dell’eccesso e dell’iperbole. Che però si sposa bene con l’assurdità grottesca della vicenda di questi muscolosi e stupidi rapinatori. Colori saturi e accecanti, riprese al ralenti, macchina da presa incapace di stare ferma per un solo secondo, con lunghi piani sequenza improbabili e digitali (compreso un movimento di macchina “circolare” preso di peso da “Transformers – La vendetta del caduto“).
Ma anche tutto il resto è sopra le righe, dalla direzione del ricco cast, all’umorismo spesso greve, alla messa in scena della violenza, cruda e senza fronzoli. Tutto ciò contribuisce però a restituire un’immagine grottesca e decadente degli Usa di metà anni ’90 (che poi sono gli stessi di oggi), dove ogni simbolo dell’american way of life viene fatto implodere con conscia autoironia. L’ideale del successo e della realizzazione di sé stessi garantito dalla stessa costituzione, il mito del corpo perfetto e della cura del sé sono i bersagli primari, ma Bay prende in giro collateralmente anche il fondamentalismo religioso (in questo caso nello spassoso personaggio dell’ex detenuto interpretato da Dwayne Johnson, convertitosi al cristianesimo, ma propenso a ricadere in tentazione senza problemi, tra droga, alcool e sesso a go go), l’inefficienza delle istituzioni (i poliziotti sono dei cretini pari ai protagonisti, e difatti a far catturare i colpevoli ci penserà un investigatore privato disilluso e fuori dagli schemi, interpretato da Ed Harris), irridendo la virilità maschile (l’impotenza del personaggio di Doorbal), insistendo con sarcasmo e misoginia (altro topos del regista) sullo stereotipo degli Usa come terra delle opportunità (si veda la stripper rumena e oca, che si fa abbindolare dai protagonisti credendoli agenti della C.I.A.).
In questa divertente pochade, tutto pare governato dalla stupidità e dal caso come nei momenti più memorabili della filmografia dei Coen, e Bay si diverte a raffigurare questa carneficina degli ideali con uno humour nero che da lui non ci aspettava, che non sempre funziona, ma quando ingrana, regala momenti indimenticabili (come i goffi, inutili, tentativi dei protagonisti di ammazzare il ricco ebreo che hanno rapito e derubato). Certo, ribadiamolo, è tutto eccessivo e portato all’estremo (a partire dalla durata, come accade sovente con questo regista), ma l’esito finale è funzionale e amaro. Come non capitava da parecchio nel cinema a stelle e strisce. Non male per un regista presunto reazionario e guerrafondaio. Notazione di merito per l’intero cast, che si presta con coraggio e generosità, strappando parecchie risate (tra quelli non ancora citati ottimi Tony Shaloub nel ruolo della prima vittima dei muscolosi rapitori, e il Ken Jeong di “Una notte da leoni“, che interpreta un viscido guru dell’ideologia del self made man).
18/07/2013