Presence

Presence


Steven Soderbergh

Drammatico, Horror, Thriller | Usa
(2024)

La capacità sperimentale di Steven Soderbergh non è di certo una novità. Un regista che, sin dal suo esordio con “Sesso, bugie e videotape”, ha dimostrato a più riprese di sapersi muovere con versatilità tra i generi, passando senza difficoltà dall’intrattenimento hollywoodiano a progetti low budget indipendenti. Come la maggior parte dei suoi lavori più recenti, è in questa seconda categoria che si inserisce “Presence”, con cui Soderbergh amplia ulteriormente la sua filmografia affacciandosi per la prima volta all’horror soprannaturale.

Dopo che la figlia minore Chloe viene sconvolta dalla morte della sua migliore amica, la famiglia Payne decide di trasferirsi in una nuova casa, inconsapevole del fatto che è già abitata da una misteriosa presenza pronta a interferire con le loro vite. Un punto di partenza che non brilla di certo per originalità narrativa, ma il pericolo di trovarsi di fronte a un’opera puramente derivativa viene immediatamente soppresso dalla peculiarità con cui si presenta sullo schermo. Il film è infatti interamente girato con una soggettiva grandangolare, attraverso cui la camera aleggia silenziosamente tra le stanze dell’abitazione per mostrarci tutta la storia con gli occhi del fantasma.

La scelta tecnica non è però soltanto un mezzo utile al film per garantirsi un posto distintivo nel filone paranormale, ma in primis uno strumento che permette a Soderbergh di farci indagare la psicologia dello spettro, con un’operazione che rimanda idealmente allo splendido “Storia di un fantasma” di David Lowery. Siamo costretti a identificarci con una figura muta e invisibile, non sapendo chi ci sia realmente dietro al nostro sguardo, né quali siano le sue intenzioni. Quello che si instaura è un processo di graduale costruzione identitaria, in cui ogni immagine si tramuta in indizio a seconda di come si muove la camera sui personaggi, dell’attenzione riservata ai vari componenti della famiglia e soprattutto dei momenti in cui la presenza decide di manifestarsi per interferire nella quotidianità domestica.

L’abilità registica di Soderbergh spicca nell’imbastire sequenze funzionali a mantenere viva l’attenzione e un pervasivo senso di imprevedibilità, specie nei confronti della giovane Chloe, con cui il fantasma sembra empatizzare profondamente fino a dimostrare un atteggiamento costantemente in bilico tra senso di protezione e possessività. Un’ambiguità diffusa e presente per gran parte del film, almeno finché la sceneggiatura di David Koepp continua a centellinare i propri snodi narrativi. Il ritmo cambia invece leggermente nella parte finale, quando la trama accelera in maniera un po’ precipitosa e a tratti didascalica per condurre a una spiazzante chiave interpretativa degli eventi, che con poesia e una certa complessità esistenziale assegna un significato definito a tutte le immagini precedenti.

La sinergia tra Soderbergh e Koepp (alla terza collaborazione dopo “Kimi” e “Black Bag“) compone così un lavoro ingegnoso e stratificato, attraverso una sottile non-linearità temporale che confluisce nella riflessione sul rapporto tra visibile e invisibile, per rinnegare l’idea di predestinazione dell’essere e dell’animo umano. Ciò non esclude il mantenimento di alcuni elementi tradizionali nella cultura cinematografica delle case infestate (il legame indissolubile dello spettro con l’abitazione, la necessità di risolvere una questione rimasta in sospeso per poter “passare oltre”, il ruolo intermediario di una sensitiva), ma la soggettiva offre la possibilità di un’innovativa rielaborazione, decostruendo il più classico antagonismo esoterico. Non si ha mai l’impressione che la presenza sia una figura diabolica o malvagia, al contrario è proprio l’uso del suo sguardo che mette in primo piano il male come un oggetto terreno, radicato visceralmente nel mondo dei vivi.

D’altro canto, “Presence” non è un’opera esente da difetti, dovuti soprattutto alla necessità di concentrare un substrato tanto imponente in un minutaggio piuttosto ridotto. Non rimane infatti molto spazio per la caratterizzazione dei personaggi, delineati principalmente sulla base degli eventi traumatici che li affliggono (la figlia Chloe in lutto per la morte della migliore amica Nadia, la madre Rebekah alle prese con un possibile reato finanziario e la correlata crisi con il marito Chris), limitandosi a separare la famiglia in due fazioni confliggenti: da un lato Rebekah e il figlio Tyler, egoisti e moralmente discutibili, dall’altro Chris e Chloe, più compassionevoli e abbastanza vittimizzati. Una struttura essenziale e manichea, nel quale si inserisce Ryan, un amico di Tyler che nel suo arco narrativo piuttosto estremo appare probabilmente come l’elemento più debole del film. Per questo bisogna rimarcare la bravura di Soderbergh nell’articolare efficacemente il suo discorso complesso e nel trasmettere un vivido sentore di caoticità insito nelle relazioni famigliari, pur partendo da una base imperfetta.

In ultima analisi, “Presence” implica degli interessanti spunti dal punto di vista metacinematografico, proprio per l’utilizzo della prospettiva in prima persona. La stessa tecnica si è vista recentemente in un altro film di spessore come “I ragazzi della Nickel“, ma l’operazione sinestetica ricercata da RaMell Ross non ha molto in comune con l’opera di Soderbergh, che attraverso un protagonista effimero rimanda a un piano decisamente più concettuale.

Una prima lettura che se ne può trarre riguarda la figura del cineasta come vero e proprio deus ex machina della scena. La presenza del titolo è prima di tutto quella dello stesso Soderbergh, in questo caso anche cameraman (oltre che direttore della fotografia e montatore, con i soliti pseudonimi di Peter Andrews e Mary Ann Bernard), che indirizza prepotentemente l’osservazione degli spettatori e ne sospinge il giudizio sui protagonisti del racconto, restando indistinguibile dietro le fattezze di una creatura eterea. Assume quindi vigorosa concretezza l’idea del regista come presenza fantasmatica nell’opera, tanto onnipresente quanto furtivo nel determinare lo sguardo altrui e l’intera esperienza cinematografica che ne deriva.

La seconda lettura speculare è inevitabilmente incentrata sul voyeurismo dello spettatore. Inizialmente lo spettro è esattamente come noi, un occulto testimone delle vicende e un impercettibile intruso, che si limita a guardare la vita della famiglia Payne da una posizione privilegiata. In questo senso, la fluidità dei movimenti di “Presence” è in parallelismo con l’opposta staticità adottata da Zemeckis in “Here” nel generare un’osservazione invasiva e distaccata, che però qui si interrompe quando il poltergeist si manifesta e la soggettiva viene esplicitata; ma a quel punto, l’empatia e la piena identificazione con un effettivo personaggio si scontrano con la contestuale impossibilità di controllarne le azioni, quasi a volerci sottolineare la nostra posizione di meri e impotenti voyeur. Una sensazione ancor più rafforzata dalla scelta di posizionare a più riprese e con fare lynchiano la macchina da presa dentro l’armadio della giovane Chloe, lasciandoci come i Jeffrey Beaumont di turno a scrutarne curiosamente l’intimità, con la scomoda e morbosa voglia di continuare a guardare.

24/07/2025

Cast e credits

Titolo Originale
Presence
Distribuzione
Lucky Red
Durata
84'
Produzione
Extension 765, The Spectral Spirit Company
Sceneggiatura
David Koepp
Fotografia
Peter Andrews
Scenografie
April Lasky
Montaggio
Mary Ann Bernard
Musiche
Zack Ryan
Costumi
Marci Rodgers

Trama

Dopo un tragico evento che colpisce la figlia minore Chloe, la famiglia Payne si trasferisce in una nuova casa, dove si aggira silenziosamente una misteriosa entità.
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