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recensione di Antonio Pettierre
5.0/10

La regista (e anche interprete) di “Don’t Worry, Darling” nell’aprile di quest’anno, in un’intervista rilasciata a “Variety.com”, ha dichiarato che per il suo lavoro si è ispirata per i temi a “Inception” di Christopher Nolan, “Matrix” delle sorelle Wachowski e “The Truman Show” di Peter Weir.
Già partendo da questa dichiarazione capiamo quanto l’operazione messa in piedi da Olivia Wilde possa essere derivativa. Attenzione che questo non è necessariamente un aspetto negativo di per sé: il cinema, in particolare quello contemporaneo degli ultimi vent’anni, ha prodotto moltissimi film che s’ispirano a opere precedenti e gli omaggi non si contano. Del resto, ormai, ogni regista che ha un minimo di ambizione autoriale – e la regista americana ce l’ha, vista anche la partecipazione della pellicola alla 79ª Mostra internazionale d’arte cinematografica Venezia fuori concorso - che si voglia definire tale, deve fare i conti con la storia della Settima arte.

Detto questo, se i temi sono rielaborati con uno sguardo personale e, conseguentemente, con la ricerca di uno stile di messa in scena che porti avanti l’esperienza cinematografica, il fatto di essere derivativo può essere un punto di partenza per arrivare ad altro. Cosa, diciamolo subito, che non succede in “Don’t Worry, Darling”, con cui la Wilde si rivela una regista che porta a casa un compito furbo e velleitario.

Se vogliamo dirla tutta, però, forse più degli omaggi alle tre pellicole dichiarate dalla Wilde, che ambiva a ripeterne la grandezza ma fallendo nell’intento, i debiti sono riferiti in modo esplicito ad altre due pellicole.
La prima è “La fabbrica delle mogli” (1975) di Bryan Forbes, uno dei capolavori della fantascienza sociale degli anni 70, con il tema della critica a un mondo maschilista, in cui le donne sono sottomesse a mogli ubbidienti ai desideri dei mariti, che si devono realizzare nel mondo del lavoro, e ridotte a perfette governanti del nido familiare e concubine sempre disponibili.
La seconda pellicola è “Il tredicesimo piano” di Josef Rusnak con cui i maggiori richiami sono: la concezione del mondo ricreato – lì, la Los Angeles era degli anni 30, qui quello degli anni 50 ricostruito però in un villaggio, appunto, alla “Truman show”; come la protagonista Alice Chambers (interpreta da Florence Pugh) nel film della Wilde appare simile, per comprensione dell’inganno, a Jerry Ashton (Vincent d’Onofrio) della pellicola di Rusnak.

Da quanto abbiamo detto finora si può ben comprendere la trama di “Don’t Worry, Darling”.
Alice, con il suo bel marito, vive a Victory, un villaggio paradisiaco con tutte casette e famigliole felici, in una zona desertica distante da “una città” pericolosa, citata ma mai nominata esplicitamente. Le giornate passano tra feste serali in cui l’alcol scorre a fiumi, con gli uomini impegnati a discutere di un lavoro ultrasegreto per produzione di materiali innovativi per l’azienda che ha fondato la cittadina e il cui leader è il misterioso e carismatico Frank (Chris Pine), mentre le donne sono occupate in ameni dialoghi su figli, shopping, cura della casa, preparazione di pasti appetitosi e lezioni di ballo.

Fin dall’incipit appare tutto costruito, perfetto e sincronizzato. La scenografia e i costumi dei personaggi sono da “casa delle bambole” ed è chiaro l’intento della Wilde di dare da subito allo spettatore l’informazione di quanto sia del tutto falso ciò che appare sullo schermo. Non ci sono interazioni con eventi esterni, non ci sono elementi differenzianti che non riconducano il tutto sempre e comunque al mondo plastificato di Victory. La regista utilizza molte inquadrature oggettive dall’alto, con dolly e droni che schiacciano i personaggi e uno sguardo esterno demiurgico, che fa apparire la quotidianità dei personaggi dei partecipanti a un esperimento sociale.

Lo sguardo entomologico è rafforzato da un montaggio ripetitivo di sequenze in cui è protagonista Alice: la preparazione della colazione, la pulizia della casa, ascoltare le trasmissioni “motivazionali” di Frank all’unico canale televisivo visibile, lo shopping, le lezioni di danza, la preparazione della cena e l’attesa dell’arrivo del marito con un bicchiere di whisky in mano, come una perfetta geisha. Fino a che Alice percepisce dei piccoli scarti, delle anomalie alla tranquilla e monotona vita di Victory, dopo l’incidente accorso alla sua amica Margaret che straparla di vivere in un mondo che non esiste.

La presa di coscienza di Alice viene messa in scena attraverso inquadrature in cui sono sempre più presenti, soprattutto nella seconda parte del film, vetri, finestre e specchi. E inquadrature di dettagli su cerchi liquidi oppure danze di donne bionde con il volto sorridente o deformate. In questo caso, il reiterare queste immagini è una metafora della prigione circolare in cui la donna è rinchiusa. Poi, non è casuale il nome della protagonista che richiama quello del personaggio dei romanzi dello scrittore inglese Lewis Carroll: da “Alice nel paese delle meraviglie” ad “Alice nello specchio” il passo è breve, visto che proprio attraverso uno specchio sulla montagna, dove si nasconde il quartier generale dell’azienda degli uomini – e a cui le donne è espressamente proibito andare – troverà la libertà finale.

La costruzione della scoperta di cosa si nasconde dietro Victory arriva a un climax che è la parte più riuscita di “Don’t Worry, Darling”, così come l’interpretazione di Florence Pugh è degna di nota nel delineare la crescita dei dubbi del suo personaggio. Ma al di là di questo, oltre a tutto ciò che abbiamo detto sopra sul fatto di essere derivativo, il film non si discosta di un’inquadratura da già visto e rivisto, con dialoghi che spesso sono risibili e affronta il tema del dominio maschile sul femminile trattato in modo pacchiano rispetto alla realtà odierna sulle problematiche gender. Infine, la sceneggiatura ha scarti drammaturgici repentini e una risoluzione finale semplificata.

“Don’t Worry, Darling” potrebbe piacere principalmente a un pubblico che vede un film con questi temi per la prima volta (ma vi consigliamo di andare a recuperare le pellicole citate) e, forse, non del tutto a torto, alle molte (e molti) fan della pop star Harry Styles (che interpreta Jack, il marito di Alice), ex della boy band One Direction e adesso impegnato in una carriera da solista (di cantante e attore).


02/10/2022

Cast e credits

cast:
Florence Pugh, Harry Styles, Olivia Wilde, Gemma Chan, Kiki Layne, Chris Pine


regia:
Olivia Wilde


titolo originale:
Don't Worry Darling


distribuzione:
Warner Bros.


durata:
122'


produzione:
New Line Productions, Vertigo Entertainment


sceneggiatura:
Katie Silberman


fotografia:
Matthew Libatique


scenografie:
Katie Byron


montaggio:
Affonso Gonçalves


costumi:
Arianne Phillips


musiche:
John Powell


Trama
Victory è una città paradisiaca dove la vita scorre tranquilla nei ricchi e opulenti anni 50. I mariti lavorano a un progetto segreto e le mogli curano le case e la famiglia. Ma è solo apparenza e Alice inizia a dubitare del mondo in cui si trova.
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