Lo Hobbit – La desolazione di Smaug

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug


Peter Jackson

Fantasy | Gb, Nuova Zelanda, Usa
(2013)

Nel cliffhanger conclusivo del drago che vola libero borbottando “Io sono fuoco”, finale aperto come un ordinario episodio di un tv serial, c’è tutta l’ambiguità che imputiamo alla nuova opera di Peter Jackson. Il tentativo di serializzare le avventure di Bilbo Baggins, infatti, continua a lasciare come minimo perplessi di fronte alla costrizione degli autori: sì perché, sarà pure una critica che va avanti da dodici mesi imperterrita, ma diluire in tre lungometraggi da due ore e mezza l’uno un’avventura che Tolkien aveva concepito in un unico volume, agile e veloce, è la pietra angolare di tutti i difetti che “Lo Hobbit” cinematografico porta come peso.

Più compatto da un punto di vista narrativo e più aderente allo spirito scanzonato e ironico del romanzo originario, il secondo capitolo “La desolazione di Smaug” conferma le contraddizioni del suo predecessore. Fondamentalmente, sono due le questioni che Jackson affronta e su cui perde la partita. In primo luogo, restando strettamente legati a un discorso di coerenza narrativa, l’intreccio degli eventi appare superficiale e improvvisato: molte, troppe sequenze sono prolungate nel minutaggio senza una reale motivazione logica interna all’opera nel suo complesso, se non per giustificare il profluvio di effetti speciali amplificati dal 3D.

E in secondo luogo, esiste un controsenso di fondo fra le intenzioni del regista neozelandese e quelle dello scrittore britannico. Il racconto tolkeniano era, prima di tutto, un romanzo per adolescenti, una storia di avventura venata da un registro brillante, ironico, spesso comico nelle sue vicissitudini affrontate con leggerezza. Molto diverso sulla carta, insomma, il tono de “Lo Hobbit” rispetto alla mastodontica epica de “Il signore degli anelli”, intrisa di metafore e similitudini con il Novecento reale e caratterizzato da un’ambizione narrativa senza precedenti nel suo tentativo di ricreare ere e territori che andassero a comporre un unico universo altro e parallelo.

Sullo schermo, invece, questo scarto linguistico si perde per la noncuranza con cui Jackson & soci rimettono in scena il prequel della precedente trilogia utilizzando lo stesso stile, le stesse scelte di messa in scena, la stessa contrapposizione di personaggi eroici e di quelli invece capitati casualmente nel pieno degli eventi. Insomma, è nella capacità di reinventare un mondo nuovo e non uguale a se stesso che il film fallisce.

Se dimentichiamo tutto ciò, invece, e lasciamo da parte la stravagante idea di introdurre personaggi inediti rispetto al romanzo per esigenze di spettacolarità nel film, e consideriamo la pellicola come un fantasy senza pretese autoriali (come invece sarebbe lecito fare), il divertimento è assicurato. Prendendo la storia già nel pieno del suo dipanarsi, senza doversi preoccupare di “perdere tempo” nell’accompagnare lentamente lo spettatore nella realtà della Contea o nel ricollegare i fatti a quelli che diedero il via a “La compagnia dell’anello”, Jackson può sprigionare tutto il suo talento visivo partendo con il ritmo sostenuto in media res: straordinario nelle scene d’azione, impareggiabile nel creare un continuo crescendo di partecipazione emotiva, il regista di “King Kong” fa della reiterazione delle azioni e dell’insistenza sui particolari più terrificanti la cifra della sua messa in scena.

Per 160 minuti riesce nell’impresa di distrarre lo spettatore più attento dalle incongruenze di cui dicevamo e lo fa regalando in più occasioni sequenze action da manuale; una su tutte, valga citare la fuga dei nani sui barili nel fiume dal regno elfico, scena in cui la macchina da presa di Jackson rotea, salta, si tuffa e si innalza come un giocattolo nelle mani di un bambino. Ecco forse è in questo che ci aspettavamo quel “qualcosa” in più che siamo soliti avere dal cinema fantasmagorico di questo pazzo cineasta: pur mantenendo l’innocenza del bimbo che si immerge in un mondo spettacolare e fantastico, l’adattamento de “Lo Hobbit” meritava una cura filologica più onesta, quella che “Il signore degli anelli” aveva avuto e che anche questo episodio “minore” della bibliografia tolkeniana aveva il diritto di ottenere. 

13/12/2013

Cast e credits

Titolo Originale
The Hobbit: The Desolation of Smaug
Distribuzione
Warner Bros
Durata
161'
Produzione
MGM, New Line Cinema, Warner Bros, WingNut Films
Sceneggiatura
Guillermo Del Toro, Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens
Fotografia
Andrew Lesnie
Scenografie
Dan Hennah, Alan Lee, John Howe
Musiche
Howard Shore

Trama

Il film è il proseguimento delle avventure del personaggio di Bilbo Baggins, in viaggio con il Mago Gandalf e i tredici Nani, guidati da Thorin Scudodiquercia, in un'epica battaglia per la riconquista della Montagna Solitaria e il perduto Regno dei Nani di Erebor. Dopo essere sopravvissuti all'inizio del loro viaggio inaspettato, la Compagnia continua ad andare verso Est, incontrando lungo la strada Beorn il cambia-pelle e uno sciame di ragni giganti, nella minacciosa foresta di Mirkwood. Dopo essere sfuggiti alla cattura da parte dei pericolosi Elfi della Foresta, i Nani arrivano a Laketown e finalmente alla Montagna Solitaria, dove si troveranno ad affrontare il pericolo più grande - la creatura più terrificante di ogni altra - che non solo metterà a dura prova il loro coraggio, ma anche i limiti della loro amicizia e il senso del viaggio stesso: il Drago Smaug.
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