I fantasmi d’Ismael

I fantasmi d’Ismael


Arnaud Desplechin

Commedia, Drammatico | Francia
(2017)
Curioso come due degli esponenti più importanti di quel cinema francese che rinasceva tra anni 80 e 90, a distanza di un anno l’uno dall’altro, affrontino dei fantasmi. Olivier Assayas in “Personal Shopper” si concentra sulla materializzazione ectoplasmatica e la smaterializzazione del mondo circostante, mentre Arnaud Desplechin in “Les fantômes d’Ismaël” si confronta, attraverso l’ennesimo alter-ego, sui fantasmi del passato.
Ismaël Vuillard è un regista di mezz’età che sta lavorando a un film ispirato al fratello che non vede da molti anni. La pellicola si apre proprio sulle immagini del film-nel-film in cui si parla di un certo Ivan Dedalus, funzionario diplomatico venuto da chissà dove e chissà dove sparito; il montaggio sincopato, i dialoghi allusivi, il tono cospirativo rimandano al primo segmento di “Trois souvenirs de ma jeunesse“, in cui Dedalus veniva scambiato per una spia. Il fratello che mai si vedrà, se non attraverso il volto dell’attore Louis Garrel, è naturalmente legato a doppio filo all’esistenza del protagonista: “lui era quello sensato” dirà Ismaël, alludendo alla propria irragionevolezza, alla propria spericolatezza di artista. L’uomo è roso poi da un altro fantasma, quello di Carlotta, la moglie scomparsa nel nulla ventun anni prima lasciando disorientati e disperati lui e il di lei padre, l’ormai anziano regista Henri Bloom (altro cognome joyceiano), che di notte è svegliato dall’incubo di vedere la morte della sua bambina.
Ismaël è riuscito a trovare un equilibrio grazie a Sylvia, conosciuta tre anni prima a una festa: insieme, i due passano dei giorni di vacanza in una villa al mare, cosicché lui possa concentrarsi e finire di riscrivere la sceneggiatura. Mentre Sylvia è sulla spiaggia a prendere il sole, una figura si avvicina dallo sfondo, in riva al mare, e si presenta quale Carlotta. Spiazzata, Sylvia porta la donna a casa e richiama il compagno, assorto dal suo lavoro, che, incredulo, riconosce immediatamente il volto della moglie sparita due decenni prima. “Sei invecchiata” le dice quasi a bruciapelo. E non “Dove sei stata?” , né “Perché torni ora?”, domande che porrà solo in un secondo momento, quando scemerà lo sbigottimento e monterà la rabbia.
Il regista realizza l’ennesimo saggio di bravura tra decoupage mandato in frantumi e avvolgenti pianisequenza, contrasti luce/buio, l’iride come occhio cinematografico che proietta ricordi, lo schermo bianco come unica tela su cui è possibile dipingere, i corpi femminili come unica figura a cui abdicare. Non sono i semplici personaggi a condurre la narrazione, poiché al centro della messa in scena ci sono soprattutto i loro sentimenti, è il loro sentire interiore che domina la forma cinematografica battendo il tempo e mutando i generi (dal mystery al dramma, dal sentimentale al comico). Per Desplechin ogni scelta di stile ha una eco emotiva e questo suo marchio di fabbrica lo si nota nel modo in cui dirige il trio di grandi interpreti protagonisti, ossia sfruttando i dettagli: lo sguardo febbricitante di Mathieu Amalric, l’aria via via più mesta di Charlotte Gainsbourg, la libertà che esprime Marion Cotillard con gli occhi sognanti e un sorriso enigmatico sono il baricentro fisico-emotivo intorno a cui gravita quest’opera. Un’opera, va detto, imperfetta e probabilmente incorreggibile che, dopo uno sviluppo compiuto sul comeback di Carlotta e al dissesto affettivo che comporta, deraglia disperdendo quella magica concentrazione di talento appena costruita. “Les fantômes d’Ismaël” diventa quasi una commedia degli equivoci e, nella linea tramica dedicata al protagonista eponimo, la comicità ha connotati esagerati, slapstick. Desplechin, forse, dopo aver toccato nuove corde del suo spettro emotivo, fa marcia indietro per nascondersi e mascherare quanto realizzato, ristabilendo un equilibrio demiurgico soltanto nel finale. È un regista equamente coraggioso e avventato, perché con assoluta libertà e sprezzo del pericolo riesce a mandare all’aria la coerenza di un film solo per portare avanti delle intuizioni secondarie: Ismaël e il senso di persecuzione che lo assilla; la spy-story su Ivan le cui complicazioni cospirative sono i viluppi della mente ingarbugliata del regista; il produttore che cerca di riportare sul set il regista e fargli terminare il lavoro. 
Infine c’è Carlotta, nome dalle ascendenze letterarie come tanta onomastica desplechiana ma che, in questo caso, non può non essere un omaggio a “Vertigo” di Hitchcock, poiché Carlotta è innanzitutto un’immagine che si incarna: la foto di una bambina, il ritratto di una giovane donna. La donna è il parto della fantasia del regista, una sorta di sidestory della sua sceneggiatura? La linearità narrativa conferma l’effettiva presenza del personaggio, la sua tangibilità. È il valore a rimanere simbolico ed è sul significato da attribuire al simbolo che il regista un po’ si incarta, un po’ svia, sbilanciando la pellicola verso la nevrosi autosabotante del protagonista. Come ogni protagonista di Desplechin, anche Ismaël è un autoindulgente narcisista: si compiange, accusa la moglie di averlo lasciato con ventun anni di irredimibile solitudine, eppure, si capisce che pur amando Sylvia continua ad avere relazioni con le proprie attrici.  Se “Trois souvenirs de ma jeunesse” era il racconto del perduto amore, fatto a pezzi e poi idealizzato e rimpianto, prima della caduta nell’autocommiserazione della vecchiaia, “Les fantômes d’Ismaël” è un film su cui aleggia lo spettro della morte e, proprio per questo, l’aspetto della genitorialità e della rinascita emerge in primo piano. “Sono troppo vecchio” dice spesso il protagonista, anche se forse non lo pensa davvero. Ma poco importa: Desplechin firma l’ennesimo tassello della sua autobiografia in pellicola, l’unica che veramente pare contare per questo regista che continua a esporsi nascondendosi dietro la macchina da presa. 

20/06/2017

Cast e credits

Titolo Originale
Les fantômes d’Ismaël
Distribuzione
Europictures
Durata
114'
Produzione
Canal+, Ciné+, France 2 Cinéma, Why Not Productions
Sceneggiatura
Arnaud Desplechin, Léa Mysius, Julie Peyr
Fotografia
Irina Lubtchansky
Scenografie
Toma Baquéni
Montaggio
Alexandre Nazarian
Musiche
Grégoire Hetzel

Trama

È la storia di Ivan, un diplomatico che attraversa il mondo senza capire nulla. È la storia di Ismaël, un regista che passa attraverso la sua vita senza capirci a sua volta nulla. È la storia del ritorno di una donna dal mondo dei morti. È anche un film di spionaggio… Cinque film compressi in uno, come i nudi femminili di Jackson Pollock. Ismaël è frenetico, e lo scenario diventata frenetico come lui. Tuttavia, nella sua soffitta, Ismaël cerca di tenere insieme i fili del racconto…
Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria