Killer Joe

Killer Joe


William Friedkin

Noir | Usa
(2011)

Texas. Un giovane e squattrinato pusher, Chris, ha un grosso debito da saldare il prima possibile. Venuto casualmente a sapere che sua madre – che da tempo ha lasciato la sua famiglia per un altro uomo – ha una polizza di assicurazione sulla vita che basterebbe a coprire la somma, decide di ucciderla. Dopo essersi consultato col padre, dato che nessuno dei due ha intenzione di svolgere il lavoro sporco, assume Joe Cooper, poliziotto che arrotonda lo stipendio facendo l’assassino su commissione. Non potendo provvedere a un pagamento anticipato, come nei patti, accorda col killer un insolito acconto: gli consente di sfruttare sessualmente la giovanissima sorella Dottie finché non sarà in grado di saldare il conto. Qualcosa però va storto. Il sangue non tarderà a scorrere, copioso e inarrestabile.

Dalla prima inquadratura, Friedkin intercala lo spettatore in medias res, senza inutili preamboli. Gli basta un’inquadratura per comporre un tetro, magnifico preludio. E così una baracca fatiscente, l’oscurità della notte, il tamburellare costante della pioggia, il ringhio aspro e feroce di un cane sono i pochi mezzi sufficienti a rapire l’indifeso spettatore, solo in un abisso orrido e magnetico. Ma è così bello essere prigionieri dell’arte di Friedkin che subito, tra il regista-carnefice e lo spettatore-vittima, si instaura una morbosa complicità, una condivisione di intenti. Da testimoni si diventa silenziosi complici di una cupa, nerissima spirale di atroce, violenta quotidianità.

Infatti il perno di “Killer Joe” è proprio la violenza. Sembra quasi che il regista ne abbia fatto un oggetto di analisi, concependo tutta la materia filmica come uno studio programmatico e graduale della brutalità umana. Una brutalità che non è anomala e granguignolesca come nei tanti neoslasher alla “Hostel“, ma è banalmente ordinaria, perché frutto di comunissimi rapporti umani (addirittura, in questo caso, della vita familiare). Perciò la violenza diventa fisica solo alla fine della pellicola, mentre nel resto del film resta implicita o solo verbale; anzi, a fine visione, si può concludere che la forma di crudeltà maggiore sia proprio di natura etica. I personaggi, a partire da Chris, Dottie e dal padre, essendo per primi vittime di violenza, si autoconvincono che l’unica via risolutiva sia ricorrervi, necessariamente, facendo del male principalmente a se stessi. È per questo che si rivolgono a Joe, personaggio iconico perché carnificazione metaforica di una ferocia tanto gelida e controllata quanto primordiale e istintiva. Se poi si tiene conto che l’assassino di mestiere fa il detective nel corpo di polizia, cioè è di fatto un rappresentante ufficiale dello stato, diventa inevitabile leggere l’opera sotto un’ottica diversa e più ampia, dandole una valore non solo sociale, ma anche profondamente politico.

Per tutte queste ragioni, non sarebbe un azzardo considerare questo “Killer Joe” il capolavoro della maturità  di William Friedkin che, noto al grande pubblico soprattutto per “L’esorcista” (film-codice – insieme a “Psycho” – della moderna concezione dell’horror) riesce in un’impresa non da poco. Grazie a uno sguardo essenziale, asciutto, finissimo, il cineasta di Chicago rigenera i meccanismi tipici del noir americano, ripartendo dal linguaggio classico (soprattutto dal Wilder de “La fiamma del peccato” e dall’Hitchcock del primo periodo americano), senza ignorare affatto i (relativamente) giovani emblemi del cinema di genere, in particolar modo i Coen e Tarantino, ma con finalità diverse e con un nuovo respiro. Inoltre, affiancato dalla penna potente e affilata come un rasoio di Tracy Letts (Premio Pulitzer nel 2008), tiene costantemente in bilico l’intera messinscena tra cinema e teatro (come già accadeva nel bellissimo e dimenticato “Bug“). Un’ambiguità di codici che viene ulteriormente enfatizzata in un finale indelebile e sardonico, devastante quanto un sorso di acido muriatico, che chiude l’opera con un’improvvisa ondata di sangue, sadismo e follia.

Inutile soffermarsi troppo sulle prove degli interpreti, tutti grandiosi. È però doveroso citare il monumentale Matthew McConaughey, freddissimo e perversamente sanguigno, e il livido, inconcludente, talentuoso Emile Hirsch. Mentre, nel comparto femminile, sarebbe ingiusto dimenticare entrambe le coraggiose, eccellenti protagoniste: Gina Gershon e Juno Temple.

Squisitamente descrittivo quanto il miglior Chandler, irresistibilmente magmatico come i racconti di Joe Lansdale, “Killer Joe” è un congegno perfetto che sintetizza linguaggi, temi e forme espressive di tutta la produzione noir passata e presente e che è destinato inevitabilmente a diventare un piccolo, lucente classico contemporaneo.

Per saperne di più: Hirsch, Friedkin – Speciale Killer Joe

04/07/2012

Cast e credits

Titolo Originale
Killer Joe
Durata
103'
Produzione
Nicolas Chartier
Sceneggiatura
Tracy Letts
Fotografia
Caleb Deschanel
Scenografie
Franco-Giacomo Carbone
Montaggio
Darrin Navarro
Musiche
Tyler Bates
Costumi
Peggy A. Schnitzer

Trama

Un giovane e squattrinato pusher, Chris, ha un grosso debito da saldare il prima possibile. Venuto casualmente a sapere che sua madre, una donna perversamente crudele che da tempo ha lasciato la famiglia per un altro uomo, dispone di una ingente somma di denaro, decide di ucciderla, credendo di potersi accaparrare l’eredità. Dopo essersi consultato col padre, dato che nessuno dei due ha intenzione di svolgere il lavoro sporco, assume Joe Cooper, poliziotto che arrotonda lo stipendio facendo l’assassino su commissione. Non potendo provvedere a un pagamento anticipato, come nei patti, accorda col killer un insolito acconto: gli consente di sfruttare sessualmente la giovanissima sorella Dottie finché non sarà in grado di saldare il conto. Qualcosa però va storto. Il sangue non tarderà a scorrere, copioso e inarrestabile.
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