Tokyo Tribe

Tokyo Tribe


Sion Sono

Horror, Musical, Yakuza | Giappone
(2014)

“Tokyio Tribe” è un live-action del fortunato manga di Santa Inoue, “Tokyo Tribe 2” che fu anche adattato in una serie animata.

Presentato in anteprima nazionale al Torino Film Festival 2014 e non (ancora) distribuito, è uno musical che si sviluppa in forma di battle, quelle lotte tra crew che mimano il combattimento fisico (detto up-rock) e si fronteggiano a colpi di dissing.

Sfruttando l’indeterminatezza temporale della ucronia, siamo in un futuro imprecisato ma molto simile al nostro presente. Di regola questa finzione si basa sul presupposto di un evento catastrofico, più o meno nucleare, che ha fatto regredire la società in una sorta di anarchia controllata dall’alto, tossica, violenta, tecnologica, amorale e idolatra. A questi elementi, che ci sono tutti, si aggiungono delle sottili incursioni nel genere erotico (Pinku-eiga), così facilmente riconoscibile coi suoi topos, dettagli e feticismi.

Tokyo (se stessa) è divisa in clan (tribù), ognuno ghettizzato nel suo piccolo territorio e caratterizzato da un preciso stile hip hop che svaria dal West Coast al Gangsta. Tutti sono cattivi tranne i Musashinokuni, la crew di Kay (il giovane rapper Young Dais) che oltre al talento del flow ha avuto in regalo da Madre Natura una notevole dimensione del pene, un particolare che in questa storia grottesca avrà un peso di grande importanza.

La storia si sviluppa in gran parte nelle ore notturne, scosse dalla grancassa del sesso e della droga a buon mercato; il tempo è scandito da una vecchia DJ che lancia dai piatti dei veri e propri inni di battaglia.

Le bande sono quattro: si distingue quella tutta al femminile, le Gira Gira Girls, mentre la più agguerrita risulta quella dei Wu-Ronz, dediti allo spaccio e alla prostituzione e capitanata da Merra (Ryohei Suzuki), un gigante ossigenato che dopo aver dato un’occhiata dentro una sauna all’arnese di Kay se ne è adontato e adesso lo vuole morto.

I Wu-Ronz hanno un leader che viene presentato come la persona più terribile di Tokyo, il cannibale Lord Buppa (il miikiano Riki Takeuchi) che è l’unico anello di congiunzione tra un mondo preistorico e una classe dirigente corrotta e viziosa, rifornita di fanciulle giovanissime. Se Buppa è il capo militare di questo mondo alla rovescia, un fantomatico sacerdote che ci appare in forma di ologrammi è il leader spirituale, un santone cinese formato new-age, sentina dei peggiori sincretismi e in confidenza con il Diavolo in persona cui tributa sacrifici di vergini. La sua favorita è la sua stessa figlia, Sunmi (Nana Seino) che le è fuggita e diventa il pretesto di un’Armageddon con tanto di carro-armato per le strade di Tokyo. Riuscirà il Bene eccetera eccetera?

Il film scorre con la velocità tipica dei live-action cui si aggiunge il naturale talento di Sono Sion a plasmare materiali eterocliti, metterli in comunicazione, farli scontare prima cromaticamente per poi farli esplodere a colpi di cannone o di katana o anche di ventilatore.

Il ritmo del film è già chiaro dalla prima sequenza, nella quale una gru scende sempre più veloce da un posto in galleria dove due ragazzini sembrano pronti a godersi lo spettacolo che sta per cominciare e si tuffa in un piano-sequenza che abbraccia un mondo post-apocalittico, rintronato e violento, scandito dai rap e dove nulla può la polizia, usata al più come una cartina dove disegnare le zone e i punti caldi delle gang. Sono Sion ha affinato nel tempo una sua poetica che è barocca e colorata fino al parossismo, vertiginosa nei movimenti di macchina, convulsa nelle persone e nelle cose che sono fatte agire con velocità grottesche e acquisiscono significati inediti, come l’attenzione mostrata sia in questo film sia in “Love Exposure” (2004) per un indumento intimo, le mutandine bianche che producono in chi recepisce il segnale delle epifanie mariane. Dopo tutto, nell’adolescenza avevamo visto lo stesso feticismo nel cartone animato di “Gigi la trottola”.

Anche la meteorologia è una cifra stilistica del nostro, un segno dell’imponderabilità che in “Tokyo Tribe” è il terrore sismico così come in “Himizu” (2006) era stata la tragedia di Fukushima, conseguenza dello tsunami. Sono Sion quindi pare seriamente lanciato nell’esplorazione di quella miniera d’oro che sono i manga e gli anime, i cui mondi paradossali e grotteschi esaltano la sua poetica distruttiva in una sorta di nichilismo cui strizzare l’occhio in virtù della purezza dei suoi giovani protagonisti, in perenne attesa della Cultura che li strapperà allo stato di natura. E infatti il suo uso della violenza è così fuori delle righe da risultare un balletto, come le schermaglie di arti marziali che non procurano mai un graffio e ben si integrano con la simulazione dell’up-rock della West Coast. Lo stesso mondo di Lord Buppa è più una dimensione morale, assomiglia fortemente al Paese dei Balocchi, più che un luogo fisico da evitare; al suo interno avvertiamo anche la doppia simulazione, sotto forma di una precisa ricostruzione del Korova Milk Bar, il celebre ritrovo dei drughi di “Arancia Meccanica” (S. Kubrick, 1971) in cui le architetture post-umane di quella celebre ucronia sono riproposte pari pari dal degenere figlio di Buppa, Nkoi (Yosuke Kubozuka) che utilizza giovanetti e giovanette reali, svestiti e impanati nella vernice dorata per far loro svolgere il ruolo di persone-mobili, lampadari, sedie, tavolini, in un delirio di parossismo fotografato con il filtro rosso del quasi-incubo.

C’è qualcosa di “realistico” in Tokyo Tribe?

Difficile pensare che qualcosa possa essere realistico stricto sensu in un giocattolone visionario come “Tokyo Tribe”, ma come sempre Sion Sono nasconde, al di sotto dell’immediato livello di lettura delle sue storie deliranti, isteriche e raccontate a ritmi travolgenti, un’attenta analisi della realtà. Magari non della Realtà con la R maiuscola, ma piuttosto di una tra le tante realtà possibili all’interno di un universo composto da una moltitudine di alienazioni poco comunicanti tra loro com’è quello della società giapponese contemporanea.

Una società che vede aumentare lo iato di comprensione fra le generazioni, con il rischio di lacerare un senso comunitario che, per tradizione e commoventi prove sul campo come la solidarietà dimostrata dalla popolazione nell’immediato post-Fukushima, meriterebbe di venire preservato come tesoro nazionale. La perdurante depressione economica che ha segnato l’ultimo ventennio di storia nipponica (con le aggressive ricette dell’Abenomics come tentativo, secondo alcuni disperato, di uscire dalla crisi) ha portato un paio di generazioni di giapponesi a convivere con l’idea di un’esistenza molto meno agevole, dal punto di vista delle prospettive economiche, rispetto a quella dei genitori cresciuti negli anni del boom. Ed è proprio a questi ragazzi che si rivolge la rigogliosa e ramificatissima (e, in effetti, non sempre coesa) scena hip-hop nipponica.

Senza addentrarsi in disamine che travalicano l’oggetto del film in questione, il fatto che “Tokyo Tribe” sia ambientato completamente di notte riecheggia gli orari in cui i club hip-hop giapponesi vengono frequentati, con concerti che raramente cominciano prima dell’una di notte e jam session capaci di protrarsi fino alle prime luci dell’alba.

La musica che scandisce ogni attimo del film di Sion Sono, quasi che i protagonisti vivessero in preda a un horror vacui sonoro che gli permette di fissare il mondo come fosse incapsulato in una sola, frastornata e coloratissima prospettiva, è quella che si è imposta in modo significativo sul secondo mercato musicale del mondo, creando un’enorme nicchia di cultori devoti negli ultimi 25 anni. L’hip-hop è la musica che meglio di tutte ha saputo parlare ai lavoratori non stabilizzati, ai disoccupati e ai giovani che non riescono a trovare un’occupazione all’altezza dei propri studi e delle proprie aspettative (vi ricorda qualcosa?). La sgargiante, frenetica caoticità del film fa muovere, come controllati da un’invisibile forza centripeta, una gran quantità di personaggi abbozzati (del resto, si parte da un manga) su cumuli di macerie e architetture improvvisate che tanto ricordano, metaforicamente, lo stato precario della società giapponese. E che alla fine ci si azzuffi – per usare un eufemismo… – per l’invidia del pene la dice lunga, beffardamente, su quanto poco ci separa dal totale scollamento dai valori comuni di riferimento. La vita notturna dei seguaci dell’hip-hop è proprio una sorta di mondo alternativo, in cui diventa persino naturale immaginarsi leggi diverse rispetto a quelle che regolano un mondo diurno dal quale molti trentenni giapponesi d’oggi si sentono legittimamente esclusi. E l’impiego un po’ storpio dell’inglese – faccenda che lega trasversalmente buona parte della storia evolutiva della musica giovanile nipponica – tradisce la scarsa affezione per la cultura tradizionale di un Paese che non sa più cosa promettere ai suoi figli. Assai curioso il trattamento che nel film è riservato al tema razziale, che naturalmente riveste un ruolo centrale anche nella poetica del rap giapponese (benché tra i temi-chiave si possa oscillare dalle impegnate e molto critiche prese di posizione contro il sistema scolastico giapponese, fino a blande ironie riservate all’abuso della tecnologia domestica o alle alienazioni degli otaku, patiti dei manga in primis).

Il Giappone è un Paese piuttosto razzista e naturalmente il j-hip-hop ha cementato tra la gioventù del Sol Levante anche grazie alla denuncia di questi atteggiamenti, al punto di aver generato mode estreme e di solito anche poco consapevoli come quella dei blackface, ragazzi che si dipingono la faccia di nero per generica solidarietà con gli afroamericani, visti come popolo vessato e discriminato di default. Così, non stupisce che nel film il personaggio più temuto e potente sia un vecchio santone cinese un po’ maiale, e tra i suoi sgherri quello colored impressiona per potenza nel combattimento. Ancora una volta, insomma, si ribaltano i valori del mondo diurno (che, appunto, è percorso da una certa xenofobia) e dall’altra parte, però, Sion Sono smaschera la malmostosa sudditanza (economica ma non solo) dei giapponesi del ventunesimo secolo rispetto al gigante cinese, al cui cospetto tocca star proni, condividendo pure qualche difettaccio con l’odioso usurpatore.

13/05/2016

Cast e credits

Titolo Originale
Tōkyō Toraibu
Distribuzione
Nikkatsu
Durata
116'
Produzione
Django Film - From First Production Co. - Nikkatsu
Sceneggiatura
Santa Inoue (manga) – Sion Sono (sceneggiatura)
Fotografia
Daisuke Sôma
Scenografie
Akira Sakamoto
Montaggio
Jun’ichi Itô
Musiche
B.C.D.M.G.
Costumi
Chieko Matsumoto

Trama

Tokyo è divisa in tribù, ognuna ghettizzata nel suo piccolo territorio e caratterizzata da un preciso stile hip hop che svaria dal West Coast al Gangsta. Tutti sono cattivi tranne i Musashinokuni
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi