drammatico | italia (2025)
Sapere se il racconto che sta alla base del nuovo film di Laura Samani sia in qualche modo il resoconto di un'esperienza personale oppure il ricavato di una fantasia diventata reale nel momento in cui i fantasmi della mente sono assurti a personaggi impressi sulla carta non fa differenza nella comprensione dell'opera che si può amare o meno al di là di questa informazione. Certo è che la comprensione del rapporto che esiste tra l'autrice e la sua creazione offre la possibilità di entrare in sintonia con lo sguardo della regista e con la sua poetica, riuscendone a cogliere il grado di mascheramento operato sulla rielaborazione della realtà.
"Un anno di scuola" fin dal titolo afferma la volontà del film di rimanere generico sui riferimenti spazio temporali in cui si svolge la storia. Il tempo scolastico scandito dalla ripresa delle lezioni fino al momento della conclusione sancita dall'esame di maturità è per sua natura un rito di passaggio che in quanto tale assume su di sé il senso intero dell'esistenza dei personaggi e dello stesso film. A parte le note di produzione in cui troviamo riscontro sul tempo e sul luogo dei fatti - siamo nella Trieste del 2007 - non esiste menzione all'interno del film che ci aiuti a collocare con precisione la vicenda di Fredrika detta Fred, diciottenne svedese che si ritrova a essere l'unica ragazza di una classe maschile, e di quella dei tre amici con cui finirà per formare una specie di confraternita. Questo perchè ancora una volta - dopo "Piccolo corpo" - Laura Samani affida alla forza delle immagini e non a quella delle parole il compito di parlare al cuore e alla mente dello spettatore.
Così succede anche in "Un anno di scuola" attraverso la circolarità che unisce il piano-sequenza iniziale all'analogo che conclude il film in cui l'inizio e la fine della storia sono suggellati dall'entrata e l'uscita di Fred dall'edificio in cui ha trascorso l'ultimo anno degli studi superiori. Quelle che di solito sono scene di raccordo in "Un anno di scuola" diventano qualcosa di più profondo poiché nell'insieme il movimento interno alle due sequenze assumono la forma di un viaggio nell'anima della protagonista per raccontarne il prima e il dopo della sua esperienza. Scegliendo di mostrarne la soggettiva nascondendone il corpo l'inizio del film traduce il sentimento di inadeguatezza di Fred; la volontà di sparire dal mondo in quello che è il giorno di presentazione ai suoi nuovi compagni.
Al contrario la sequenza finale - rafforzata nel significato dalle note di "Niente più" dei Prozac+ - fa di tutto per segnalare il cambiamento d'umore, con la baldanza della ragazza, felice per essere venuta a capo di un apprendistato sentimentale sofferto ma necessario per mettersi alle spalle le difficoltà dei mesi appena trascorsi. La potenza delle immagini però è anche quella di farci entrare dentro lo sguardo del film con uno scarto - creato dal fatto di mostrare improvvisamente Fred davanti alla mdp (in realtà vediamo prima i ragazzi che la spiano dal buco della serratura per poi avercela davanti quando si apre la porta dell'aula) alla conclusione del piano sequenza d’apertura - che fa della falsa soggettiva allo stesso tempo lo sguardo del regista e della ragazza dichiarando così la vicinanza della Samani - biografica e/o emotiva - alla materia filmica.
Partendo da una situazione archetipica, quella dell'arrivo dello straniero destinato a rompere gli equilibri preesistenti, "Un anno di scuola", pur lavorando su un soggetto simile a precedenti come "Tutto l'amore che c’è" di Sergio Rubini e "Fino alla fine" di Gabriele Muccino, ne prende subito le distanze per mettersi nella stessa prospettiva dei ragazzi e creare quella distanza dal mondo con cui di solito l'adolescenza si rivolge al contesto che lo circonda. In questo modo la scelta di evitare rimandi alla cronaca contemporanea così come la decisione di non mostrare il rapporto tra studenti e professori e quello tra figli e genitori (quello di Fred con il padre è appena accennato), diventano anche il modo per dare conto della bolla esistenziale in cui si muove la giovinezza, quella che fa sentire i ragazzi impermeabili a qualunque tipo di sollecitazione esterna.
Alle prese con le aspettative dell'opera seconda, rese più alte dal plauso critico ricevuto dal lavoro precedente, "Un anno di scuola" è un film sorprendente non tanto per la scelta di aprire il suo cinema a un genere popolare dopo aver esordito con una storia capace di trasfigurare il reale in senso mistico e simbolico, ma per l'abilità con cui la Samani riesce a mantenere alte le ambizioni pur lavorando all'interno di un contenitore che tende a semplificare la complessità del contenuto.
A dispetto delle apparenze, "Un anno di scuola" condivide con "Piccolo corpo" più di quello che può sembrare, e non parliamo tanto del presentare una volta di più il viaggio iniziatico di una giovane eroina in un mondo sconosciuto e straniero, quanto di continuare a fare delle sue protagoniste l'elemento di rottura chiamato a mettere in discussione i principi di una società poggiata su leggi irremovibili. Lo era Agata ribellandosi all'impossibilità decretata dal parroco di battezzare il figlio morto, lo è Fred nel trasformare l'amicizia in amore, facendo del femminile - come le ricorda il padre - la sostanza che fa sbocciare la vita. Ma non basta, perchè scegliendo di retrodatare la collocazione della storia anche un "Un anno di scuola" ci restituisce un paesaggio umano e sociale altrettanto essenziale, con la rarefazione della componente tecnologica (pc e cellulari), ancora non così preponderante al tempo in cui si svolge la storia, che esalta il fattore umano rendendo possibile girare una scena come quella iniziale in cui la postura dei ragazzi che spiano la protagonista attraverso il buco della serratura è quanto di più distante da un mondo come quello di oggi dov'è sufficiente un click per vedere tutto di tutti.
A completare le analogie è anche la volontà di continuare a regalare al nostro cinema la freschezza e l'energia di corpi e volti ancora da scoprire facendo della meravigliosa Stella Wendick - come già successo per Celeste Cescutti - la stella polare di un'esperienza cinematografica che mette il pubblico nella stessa posizione degli amici della protagonista, facendolo innamorare di lei come di raro succede con un personaggio del cinema. Vederla nella scena della dogana in cui scherza e amoreggia con il ragazzo che le ruberà il cuore, quando la regista le regala un'iconografia memore della Jeanne Moreau di "Jules e Jim" (la cui vicenda il film della Samani in qualche modo ricalca), è un colpo al cuore. Provare per credere.
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 nella sezione Orizzonti, "Un anno di scuola" ha le qualità per soddisfare le esigenze del botteghino e le prerogative del pubblico cinefilo.
cast:
Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno
regia:
Laura Samani
distribuzione:
Lucky Red
durata:
90'
produzione:
Nefertiti Film, Tomsa Films, Arte,
sceneggiatura:
Elisa Dondi, Laura Samani
fotografia:
Inès Tabarin
scenografie:
Catarina Sampaio
montaggio:
Chiara Dainese
costumi:
Loredana Buscemi
musiche:
Francesco Menegat