C’è un momento, in “The Drama – Un segreto è per sempre”, in cui la traiettoria del racconto si incrina senza possibilità di ritorno e ciò che fino a quell’istante sembrava inscriversi nei codici rassicuranti della commedia romantica si rivela per quello che è sempre stato: una costruzione fragile, un dispositivo di rappresentazione pronto a collassare sotto il peso di ciò che tenta di rimuovere. Kristoffer Borgli lavora esattamente su questa soglia, orchestrando un film che si alimenta di slittamenti percettivi e di un continuo riposizionamento dello sguardo, mai del tutto stabile, mai davvero affidabile.
L’incontro tra Charlie ed Emma – rispettivamente Robert Pattinson e Zendaya – è già inscritto in una dinamica di finzione: una menzogna minima, quasi innocua, che però anticipa la struttura profonda del film. Borgli dissemina indizi sin dall’inizio, costruendo un universo in cui ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio apparentemente marginale partecipa a una rete di significati che vengono ridefiniti retroattivamente. Non si tratta tanto di un racconto sull’inganno, quanto piuttosto di un’indagine sulla natura stessa della verità, sempre mediata, sempre filtrata da uno sguardo altro.
Quando la rivelazione di Emma irrompe nella narrazione, il film non si limita a cambiare tono: cambia statuto. Il racconto si ripiega su sé stesso, trasformandosi in una macchina del sospetto che investe non solo i personaggi ma anche lo spettatore, chiamato a interrogare continuamente la propria posizione. Borgli evita deliberatamente la spettacolarizzazione del trauma, scegliendo invece una strategia ellittica, fatta di omissioni e rilanci, in cui il non detto pesa più del mostrato. È in questo spazio di ambiguità che il film trova la sua dimensione più perturbante, suggerendo come il passato non sia mai un dato oggettivo, ma una costruzione narrativa continuamente riscritta.
La messa in scena riflette coerentemente questa instabilità. L’occhio registico si mantiene a distanza, quasi a ribadire la propria estraneità rispetto al contesto culturale che mette in scena, e tuttavia proprio questa distanza diventa uno strumento analitico. L’America evocata dal film non è tanto un luogo geografico quanto un sistema simbolico, un insieme di codici e ossessioni – la violenza, il giudizio, la costruzione dell’identità attraverso lo sguardo altrui – che agiscono sui personaggi come forze invisibili ma pervasive. In questo senso, la scelta di affidare il punto di vista a un protagonista straniero non è neutra: Charlie diventa il vettore di uno sguardo esterno che tenta di comprendere, senza mai riuscirci pienamente, la logica interna di quel sistema.
È proprio nella progressiva disgregazione di questo sguardo che si gioca una delle traiettorie più interessanti del film. Pattinson lavora per accumulo, costruendo una deriva che non esplode mai in maniera plateale, ma si insinua gradualmente nei gesti, nelle esitazioni, nelle ossessioni del personaggio. Il suo Charlie è incapace di sostenere l’ambiguità, costretto a tradurre l’incomprensibile in categorie rassicuranti, e proprio per questo destinato a fallire. Zendaya, al contrario, costruisce Emma come una presenza opaca, refrattaria a ogni tentativo di definizione: il suo lavoro si gioca sulla sottrazione, sull’ambivalenza, su una costante oscillazione tra adesione e distanza che impedisce allo spettatore di stabilire un rapporto univoco con il personaggio.
Attorno a loro, il film articola una costellazione di figure che funzionano come dispositivi di rifrazione, amplificando e distorcendo le tensioni della coppia. Ma è soprattutto nella gestione del tono che Borgli rivela la propria ambizione: il continuo attraversamento tra registro comico e perturbante, tra grottesco e analisi psicologica, produce un effetto di straniamento che impedisce qualsiasi identificazione lineare. L’umorismo, lungi dall’alleggerire il racconto, ne diventa parte integrante, uno strumento per mettere a nudo le contraddizioni dei personaggi e del contesto che li circonda.
Eppure, proprio questa proliferazione di livelli e di suggestioni finisce per rappresentare anche il limite del film. La struttura tende a disperdersi, a moltiplicare le direzioni senza sempre riuscire a ricondurle a un centro coerente. Alcuni passaggi risultano più illustrativi che realmente necessari e la gestione del ritmo – anche a causa di un montaggio che non sempre calibra efficacemente accumulo e rarefazione – produce una sensazione di discontinuità che indebolisce l’impatto complessivo.
Resta tuttavia un’opera che, pur nelle sue oscillazioni, conserva una notevole capacità di interrogazione. “The Drama” non offre risposte, né sembra interessato a farlo: preferisce sostare nell’incertezza, nel dubbio, nella zona grigia in cui le categorie morali si rivelano insufficienti. È un film che chiede allo spettatore di confrontarsi con ciò che non è facilmente assimilabile, accettando l’idea che alcune fratture non possano essere ricomposte.
In questa tensione irrisolta tra ambizione e dispersione, tra rigore teorico e fragilità formale, si definisce la natura di un’opera che non sempre raggiunge i propri obiettivi, ma che proprio per questo continua a generare pensiero, lasciando dietro di sé una traccia inquieta, difficile da archiviare.
04/04/2026