Una scomoda circostanza – Caught Stealing

Una scomoda circostanza – Caught Stealing


Darren Aronofsky

Drammatico, Thriller | Usa
(2025)

Il baseball è uno dei grandi giochi di squadra americani (con il football, il basket e l’hockey su ghiaccio). Molti sostengono che sia il gioco che rappresenti meglio lo spirito del paese: la squadra che attacca manda sul piatto il battitore che da solo cerca di lanciare la palla fuori campo o mettendo in difficoltà la quadra avversaria che è in difesa. Quindi, alternandosi, chi difende è in gruppo disposta sul diamante, chi attacca manda a battere il singolo giocatore. Metafora della società capitalista in cui l’individuo lotta per conquistare un successo e tornare alla “casa base”, supportato dall’intera squadra, la “comunità” americana. Tanti film hanno raccontato le gesta dei giocatori e ci piace citare due titoli che rappresentano sia il gioco sia la sua profondità spirituale: “Il migliore” (1984) di Barry Levinson, con uno straordinario Robert Redford, e “L’uomo dei sogni” (1989) di Phil Alden Robinson con un ispirato Kevin Costner.

Questa introduzione perché l’ultimo film di Darren Aronofsky, “Una scomoda circostanza – Caught Stealing”, utilizza il baseball per mettere in scena la storia di Henry “Hank” Thompson, della sua sconfitta come uomo, giovane promessa del baseball con un futuro brillante che, per un incidente d’auto da lui causato, uccide il suo più caro amico e si rompe un ginocchio, perdendo l’occasione della sua vita. Del resto, il titolo originale “caught stealing” richiama proprio un’azione di gioco del baseball: il giocatore che cerca di “rubare” una casa, sfruttando la disattenzione della squadra in difesa, se viene toccato da un avversario prima che si metta in salvo, è eliminato perché “sorpreso a rubare”.

Ed è quello che succede ad Hank. Vive a New York in un palazzo fatiscente, in un quartiere degradato, barista in un pub, bevitore accanito e fidanzato con una giovane infermiera. Il suo vicino una sera gli dà le chiavi dell’appartamento per badare al suo gatto perché improvvisamente deve recarsi a Londra al capezzale del padre morente. Da qui parte una vicenda dalle tinte forti, con il povero Hank che viene quasi ammazzato di botte da una coppia di mafiosi russi, in una girandola di fughe, scontri, sparatorie, assassini, una poliziotta corrotta, una coppia di killer composta da due fratelli rabbini, il tutto per ritrovare un sacco pieno di dollari da spartirsi frutto di un traffico di droga organizzato dal gruppo.

Aronofsky spiattella come il baseball sia la grande metafora della vita fin dall’incipit,  con la sequenza di una partita mentre si vede un giocatore “rubare una base”.  E Hank, come la madre che sente tutti i giorni al telefono, è ossessionato dal gioco, sia la sua religione e la sua condanna, spingendolo a correre tra le varie “basi” del campo metropolitano, mentre la squadra avversaria, composta da assassini e spacciatori, cerca di eliminarlo fisicamente per recuperare il denaro.

In “Caugh Stealing” (il titolo italiano non c’entra nulla, ma il termine sportivo sarebbe stato incomprensibile per chi non conosca un minimo il baseball) Aronofsky riprende temi a lui cari: il destino avverso, il tentativo dell’individuo di affrancarsi da una vita che lo ha schiacciato e privato della felicità, il corpo come oggetto di sofferenza fisica. Il personaggio di Hank ricorda i giovani di “Requiem for a Dream” o il lottatore protagonista di “The Wrestler” (Leone d’Oro alla 65 Mostra di Venezia), dove anche lì uno sport tipicamente americano era utilizzato come strumento metaforico per raccontare il combattimento quotidiano alla sopravvivenza dell’individuo in una società alienante.

Tratto da un romanzo dello scrittore Charlie Huston (anche sceneggiatore del film), “Caugh Stealing” appare come il contraltare del film precedente del regista americano, “The Whale“, in cui il melodramma concentrazionario con il protagonista all’interno di un unico spazio è sostituito da un violento thriller con molteplici personaggi e la città di New York trasformata in un naturale spazio geografico per le gesta di Hank e compagni, quasi come se il regista avesse voluto sfogarsi e liberarsi dalla proprie pesantezze.

Ma, appunto, il film esplicita la parabola discendente di Aronofsky che, da autore con una propria voce e visione di cinema, si è ridotto a imitatore di altri. Così, “Caugh Stealing” appare più un cugino dei film di Guy Ritchie come “Lock & Stock – Pazzi scatenati”, “Snatch – Lo strappo” o “RocknRolla“, i personaggi rimandano a quelli coeniani e la messa in scena sembra un ritorno al passato di molto cinema pulp anni Novanta. Un film che nei suoi cliché rielaborati svogliatamente risulta stantio nella sua visione, con interpretazioni che appaiono tutte sopra le righe, situazioni reiterate allo stremo e un happy end molto forzato.

Ci sono però due elementi divertenti. Uno è Bud, vero co-protagonista interpretato dal gatto Tonic che recita persino facendo finta di avere una zampa rotta – e qui siamo dalle parti in cui se in un film recitano animali l’umano, se non è all’altezza, perde sempre. L’altro sono i titoli di coda originali che si muovono al ritmo della musica degli Idles, gruppo post-punk inglese alla loro prima colonna sonora. Un po’ poco però per salvare l’ultima pellicola di Aronofsky.

29/08/2025

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