“Unknown – Senza Identità”, benché sia stato venduto dai distributori come una sorta di sequel di “Io vi troverò” (farsesco action sempre con Liam Neeson, sotto l’egida di Luc Besson), è ben altra cosa, ed esattamente come le precedenti prove del regista catalano, spiazza e intrattiene con intelligenza. La sceneggiatura del duo Butcher-Cornwell, ispirata al romanzo di Didier Van Cauwelaert, mescola abilmente reminiscenze di “Frantic” di Polanski (la città “straniera” in questo caso è Berlino), “Intrigo Interazionale” di Hitchcock, per diventare poi in dirittura d’arrivo una sorta di clone di “The Bourne Identity“: un accumulo talmente parossistico di citazioni-imitazioni e colpi di scena che in altre mani sarebbe risultato ridicolo, ma non in quelle di Collet-Serra. Che non a caso non bada mai alla verosimiglianza e gira conservando una buona dose d’ironia (valga su tutte il confronto tra i “due” dottor Harris all’interno del laboratorio), puntando tutto sul ritmo (davvero serrato dall’inizio alla fine).
Berlino è fotografata benissimo, tra colori freddi ben contrastati, interamente dominata da neon e acciaio, quasi sempre deserta e popolata da facce poco raccomandabili. Il regista ha imparato bene la lezione di Polanski ed è in grado di creare tensione e un clima di paranoia con pochi elementi, ma le citazioni sono eclettiche e gustose, a partire da “La donna che visse due volte”, a cui fa riferimento l’algida bionda-bruna January Jones (la Betty della serie “Mad Men”).
Permane il piacere della visione, che partendo da basi realistiche (l’incidente in cui Neeson rimane in coma, il risveglio con i ricordi offuscati) si colora poi di elementi sempre più assurdi, caratteristici di un cinema fuori dal tempo (i personaggi di Bruno Ganz, che interpreta un ambiguo ex-agente della Stasi, e Frank Langella, killer dai modi eleganti, memore del Max Von Sydow de “I tre giorni del condor”) ben più libero.
Collet-Serra, attraverso una serie di tappe “obbligate” (il rocambolesco inseguimento in auto, il finale esplosivo e action), tesse un complicato intreccio comunque sempre godibile e rispettoso del suo pubblico di riferimento (cosa che invece non fa Nolan nel suo eccessivamente “cerebrale” “Inception“) che riesce a diventare anche una riflessione non banale sul tema dell’identità (quasi una variante sullo schema di “Darkman” di Raimi, solo che in quel caso il protagonista non aveva un volto e si appropriava di quello degli altri), della finzione e dell’interpretazione (l’agente Jason Bourne era un sicario governativo che aveva perso la memoria, in questo caso il killer si è totalmente immedesimato con la sua identità fittizia e di copertura, in un cortocircuito sensoriale senza via di ritorno).
28/02/2011