La “teoria dell’incongruenza” (espressa in questi termini, fra gli altri, da John Morreal, uno dei massimi esperti sull’argomento) spiega il riso individuandone la causa nella percezione di una contraddizione. Per incongruenza, dunque, si intende un evento o una cosa, da noi pensati o percepiti, che disattende le nostre aspettative o infrange i nostri modelli mentali. Tramite questo processo, due schemi mentali vengono azionati contemporaneamente, dando luogo all’umorismo e, di conseguenza, alla commedia. Jonás Trueba, classe 1981 e originario di Madrid, firma il suo ottavo film con “Volveréis”, una commedia strutturata sul dispositivo dell’incongruenza o, usando dei sinonimi, sull’accostamento ossimorico degli opposti.
Questo meccanismo è evidente sin dalla trama del film: Alex e Ale, una coppia che sta insieme da quindici anni, si separa e decide di celebrare questo evento organizzando una festa. Dunque, il lutto, co-implicato alla separazione perché momento in cui si dice addio a una persona amata, viene accostato al concetto di festeggiamento, che si associa invece alla celebrazione del vitalismo e all’esaltazione dei piaceri e dell’energia vitale.
Al contempo, anche altri elementi costitutivi del film si rifanno a questa dinamica basata sulla congiunzione degli opposti, come il fatto che la verosimiglianza della rappresentazione (elemento tipico in una commedia sentimentale, per il cui funzionamento è necessario che lo spettatore si identifichi con i personaggi che, dunque, devono essere realistici) viene accostata a una marcata tendenza metacinematografica (che, all’opposto, dichiara senza mezzi termini la natura finzionale del film). Questa componente metalinguistica si esplica nel fatto che la protagonista femminile è una regista che sta montando un lungometraggio il cui protagonista è il compagno e, inoltre, alcune sequenze girate dal film nel film si sovrappongono a quelle che Jonás Trueba propone allo spettatore per continuare la narrazione. Dunque, è inevitabile che il pubblico si chieda cosa sta guardando: il lungometraggio che la protagonista-regista sta realizzando o la vita di Ale e Alex?
Ma non finisce qui: l’intento metafilmico comprende anche e soprattutto il genere del lungometraggio, cioè la commedia sentimentale. Jonás Trueba realizza un adattamento contemporaneo e, allo stesso tempo, un ribaltamento (in modo da dare luogo, ancora una volta, ad un accostamento ossimorico degli opposti) della cosiddetta “commedia del rimatrimonio” descritta nel saggio fondativo di Stanley Cavell. Si tratta di un sottogenere hollywoodiano caratterizzato dai tentativi di una coppia di riunirsi dopo essersi momentaneamente separati ed è un filone a cui appartengono grandi capolavori del periodo classico del cinema americano, come “Susanna“, diretto nel 1938 da Howad Hawks. Jonás Trueba, invece, situa il proprio film in questo modello ma distorcendolo dall’interno, dato che celebra la separazione evitando di concludersi con la riappacificazione.
È possibile tradurre “Volveréis” in italiano con “ritornerete”: il titolo del lungometraggio si fa esplicativo non tanto della storia in esso contenuta ma del suo principio costitutivo. Il film, infatti, si basa su un unico nucleo centrale comico: la reiterazione della medesima scena umoristica fino all’esaurimento del suo senso. Le risate degli spettatori sono generate dalla stessa situazione surreale e paradossale (perché incongrua) in cui si trovano i protagonisti: la conversazione fra la coppia e un personaggio esterno, a cui viene comunicato il proposito di separarsi e, subito dopo, il proposito di fare una grande festa per celebrare questa decisione, generando le reazioni più diverse da parte delle persone con cui conversano. È questo il micro-nucleo narrativo ripetuto in continuazione e con piccole variazioni determinate dalla personalità dell’individuo a cui vengono date queste notizie contraddittorie. Jonás Trueba, così facendo, finisce per realizzare una sorta di “Esercizi di stile” di Raymond Queneau in salsa agrodolce.
Concludendo, da un punto di vista stilistico il regista opera tramite la sottrazione, dando luogo ad un film minimale: basato sulla ripetizione dello stesso nucleo narrativo, caratterizzato dalla preponderanza dei dialoghi (sempre gli stessi con minime varianti proprio per la reiterazione della stessa gag) e collocato in ambienti minimali, in particolare stralci di paesaggio urbano e set domestici (appartamenti ricolmi di oggetti) usati in modo intelligente per sottolineare alcuni messaggi che il film vuole veicolare. Ad esempio, l’uso dell’architettura delle ambientazioni casalinghe al fine di separare i due protagonisti così da evidenziarne la rottura sentimentale: i membri della ex coppia, infatti, sono spesso ritratti mentre qualcosa li divide, come un pezzo di muro o una finestra: oppure sono ripresi da soli, circondati dalle mura di una stanza al fine di significare la loro solitudine nell’ambiente domestico.
14/07/2025