Non sorprende che l’unico film in concorso diretto in solitaria da una donna (May el-Toukhy) sia tutto incentrato su una sofferta esperienza femminile, e considerando questa sua amara unicità non gli si può biasimare una certa mancanza di ottimismo. Siamo in Danimarca ed è appena finita la Seconda Guerra Mondiale, ma l’atmosfera è ancora grigia e opprimente, la quotidianità ancora non risanata dal trauma dell’occupazione nazista. La protagonista Marie (Mathilde Arcel) fa la domestica e bambinaia, ma è fidanzata con il padrone di casa, un vedovo, e il matrimonio promette un’emancipazione, quantomeno dal lavoro. All’inizio sembra che l’interesse sia nello strano rapporto di potere e imbarazzo tra Marie, le altre domestiche e il promesso sposo. Ma le cose si complicano quando si imbatte in un vecchio conoscente che minaccia di disturbare la sua nuova vita: i danesi infatti sono ferocemente a caccia di “delatori” da punire e Marie nasconde un passato compromettente.
Non è neanche chiaro in che città si svolga la storia, le scene in esterna sono pochissime, e anche quando ci sono corpi e personaggi occupano spazi limitati, forse non si vede mai nemmeno il cielo. Il senso di soffocamento di Marie è sottolineato fino allo sfinimento: è sempre incorniciata, stretta tra muri, porte, specchi e finestre. C’è in tutto un rigore molto nordico, con una luce sempre naturale e spenta, movimenti della macchina da presa ridotti al minimo. Il punto è evidentemente la frustrante impotenza della protagonista, il cui futuro difeso con tutte le sue forze prevede al massimo una vita da moglie e matrigna dipendente dal freddo imprenditore Christian. In realtà la freddezza è condivisa da tutti, abitanti impassibili (perfino nei muscoli facciali) di un mondo deprimente, se pur con buona ragione. Un’eccezione fugace è rappresentata dalla vicina di casa, madre single che anche nei vestiti non sembra negli anni ’40 come gli altri. La vita “moderna” della vicina è quella che Marie non può avere, e perciò non può che finire male.
Tra i colori spenti spicca solo il rosso, che ricorre nei vestiti della protagonista, nella bandiera danese, il sangue, e soprattutto quella svastica, una “lettera scarlatta” impressa sul portone di casa e sui corpi delle donne accusate di favoreggiamento ai nazisti. E alla fine è anche il colore del sangue esito inevitabile di una caccia alle streghe nata come reazione alla barbarie nazista e diventata strumento di repressione, noncurante dell’ipocrisia dei benpensanti industriali. Ma grazie a un certo tatto non sono i singoli Christian e Karl a essere “cattivi”, perché a perpretare il male è un sistema del tutto impersonale (non vediamo nemmeno i volti degli aguzzini), basato su una concezione distorta del decoro e del rinnovamento sociale. Non è solo il desiderio femminile ma ogni espressione libera del corpo a essere punita, con umiliazioni osservate da uno sguardo che finalmente sembra farsi più partecipe. Infatti a un certo punto il rigore comincia a essere eccessivo, l’abisso si fa troppo profondo. L’unica possibilità di redenzione è stroncata sul nascere, perché “queste cose succedono solo nelle fiabe”. “Woman Unknown” è quindi un anti-fiaba sulla castrazione femminile in cui il negativo permea ogni elemento, finendo per deumanizzare sia i carnefici che le vittime nel tentativo di sottolineare una stortura evidente, che diventa sempre meno comprensibile.
08/09/2026