Rocco Schiavone

Rocco Schiavone


C’è una scena dall’impatto fortemente iconico nella prima puntata di “Rocco Schiavone”. Anzi, più che di una vera e propria scena, si tratta di una semplice ripresa del protagonista. Siamo nei pressi di uno snodo autostradale nei pressi di Aosta, sta albeggiando e sul ciglio della strada il vicequestore Rocco Schiavone, con la faccia di bronzo di Marco Giallini, imbraccia un kalashnikov e si fuma una lunga canna di marjuana. A grandi boccate.

Rewind. Coadiuvato da un manipolo di criminali, suoi amici d’infanzia, il vicequestore di Aosta ha appena fermato un tir contenente marjuana, armi di contrabbando e un numeroso gruppo di immigrati illegali provenienti dall’Africa centrale. Dopo aver requisito il carico, Rocco ne ha reso una parte ai suoi amici criminali, del resto non mancherà di aiutarli in numerose occasioni, e ha lasciato invece che gli immigrati raggiungano la loro destinazione.

Braccio un po’ violento della legge, all’occorrenza bandito, sorta Robin Hood postmoderno, il personaggio nato dalla penna di Antonio Manzini (i romanzi dai quali è ispirata la serie sono editi da Sellerio) è una figura iconoclasta, un ceffo che proprio non ti aspetteresti di incontrare in prima serata sulla Rai. Già solo per questo, per la forza anticonformista del suo protagonista, “Rocco Schiavone” rappresenta uno strappo deciso, per certi versi violento, alla fiction Rai classica. Proprio per questa stessa ragione, risulta però anche l’occasione in parte perduta, da parte dell’emittente pubblica nazionale, di realizzare un prodotto davvero riuscito e originale, se non addirittura rivoluzionario. Con le smorfie della sua faccia segnata dalle rughe, con l’inconfondibile parlata romanesca e i modi bruschi di chi soffre regole e protocolli più di ogni altra cosa, Giallini ha dato vita a un personaggio magnetico e stratificato. Al poliziotto insofferente all’autorità, al capo che spesso e volentieri bullizza i suoi sottoposti, corrisponde però un animo tormentato e romantico, che patisce il distaccamento dalla terra natìa, incapace com’è di sentirsi a casa in un’Aosta che vive quasi come un esilio, e intollerante alle ingiustizie, siano esse perpetrate da un “infame” o dallo stato che rappresenta. Ad angustiare più di ogni altra cosa Rocco è però Marina, l’adorata moglie rimasta uccisa tra le sue braccia dagli spari di un criminale in cerca di vendetta. Interpretata dalla suadente Isabella Ragonese (e a partire dalla quinta stagione da Miriam Dalmazio), la donna appare a Rocco nei momenti di sconforto e solitudine. È un fantasma amorevole, ma allo stesso tempo impedisce al vicequestore corroso dai sensi di colpa di voltare pagina.

Un personaggio del genere, e la sua interpretazione da parte di Giallini, avrebbero meritato una messinscena e una cifra stilistica all’altezza, che invece non sono pervenute, se non a sparuti sprazzi. Impedendo così al risultato finale di andare oltre la mera piacevolezza. Il personaggio Rocco Schiavone è troppo potente per la regia ordinaria, da fiction Rai verrebbe per l’appunto da dire, dei vari Soavi, Manfredonia e Spada e per un linguaggio televisivo in fin dei conti conformista. Finisce così per cannibalizzare tutto quello che lo circonda, per sovrastare ad esempio i pur interessanti gialli che il vicequestore e la sua squadra devono risolvere di episodio in episodio. Neanche la presenza dello stesso Manzini in sede di sceneggiatura è riuscita a circoscrivere la problematica.  A catalizzare l’attenzione di chi guarda non sono dunque i fatti, piuttosto le azioni, le reazioni e le metodiche del protagonista a essi.

Non aiuta una fotografia impersonale che riesce soltanto in alcuni frangenti a trasformare la nevosa Aosta in un luogo dell’anima, indugiando invece nelle solite inquadrature delle cime innevate e del teatro romano viste in mille pubblicità turistiche patrocinate dalla regione. Le cose vanno ancora peggio quando la produzione tenta sotterfugi abusati come l’inframezzo onirico dell’incontro tra Schiavone e Marina durante il proverbiale stato di incoscienza del poliziotto ferito, che finisce col risultare estremamente posticcio e amatoriale.

L’unico elemento di “Rocco Schiavone” che sembra anelare a una cifra stilistica propria e definita è la colonna sonora di Corrado Carosio e Pierangelo Fornaro che punta su struggenti linee blues di chitarra in linea con la ruvidità del protagonista. Del resto, i titoli di testa sono accompagnati dalla voce e la chitarra del bluesman londinese Duke Garwood – insieme a Mark Lanegan tra i cantautori preferiti di Giallini. La colonna sonora poteva però essere parte di un disegno stilistico più grande, come accadeva ad esempio ai motivi poliziotteschi de “L’ispettore Coliandro”, tanto per usare un paragone di casa Rai, che insieme ai personaggi fumettosi e le storie stravaganti ne hanno fatto una delle serie più originali della recente storia seriale italiana. Probabilmente a “Rocco Schiavone” è mancato dunque un retroscena autoriale, che invece due fini autori di film di genere come i Manetti Bros hanno potuto conferire alla serie dedicata allo stralunato poliziotto bolognese.

L’ombra lunga del vicequestore giganteggia per carisma e spessore anche su tutti i personaggi su cui si staglia. Una rosa che, pur variegata, raramente supera lo steccato dello stereotipo. La squadra di Rocco è difatti composta da veri e propri archetipi della commedia all’Italiana. C’è il “tonto” D’Intino (Christian Ginepro), lo sveglio e “sciupafemmine” Scipioni (Fabio La Fata), l’eccentrico medico legale Fumagalli (Massimo Reale), l’ombroso incline a smarrirsi Italo (Ernesto D’Argenio) e il dolce e riflessivo Casella (Gino Nardella) – tutti personaggi dei quali sarebbe un esercizio facile trovare il corrispondente in altre serie italiane similari, a partire ovviamente da “Il commissario Montalbano”.

Non va meglio se spostiamo la lente sulle numerose fiamme che nel corso delle stagioni cascano tra le braccia del tenebroso poliziotto, praticamente una serie di figurine, ciascuna egualmente inefficace nel suo ruolo di scaccia-fantasma (di Marina) di turno. Anche qui parliamo di caratterizzazioni tagliate con l’accetta, come la talpa suo malgrado Caterina (Claudia Vismara) o la ricca ereditiera che si riscatta facendo la giornalista d’assalto Sandra (Valeria Solarino). È invece foriero delle gag più divertenti e scorrette il trio di amici d’infanzia criminali di Rocco, i romanacci Sebastiano (Francesco Acquaroli), Brizio (Tullio Sorrentino) e Furio (Mirko Frezza).

Nel corso delle 5 stagioni (alle quali se ne aggiungerà presto una sesta, già in fase di pre-produzione), “Rocco Schiavone” è riuscita a diventare uno dei prodotti più seguiti della televisione nazionale, allargando il suo raggio di interesse anche verso frange di pubblico più esigenti. Proprio per la libertà che solo un pubblico altamente affezionato garantisce, la sensazione è che la produzione avrebbe potuto osare molto di più.

La serie rimane comunque un prodotto superiore alla media della fiction nostrana, che sia grazie alle trame gialle dei singoli episodi che al plot noir che la percorre per l’intera durata (la faida tra Schiavone e i fratelli Baiocchi), porta in prima serata Rai tematiche importanti come la ludopatia, la solitudine, l’elaborazione del lutto e la nostalgia del nido. Il tutto con un discreto ritmo e una bilanciata alternanza tra momenti mistery e divertenti gag.

01/11/2023

Cast e credits

Titolo Originale
Rocco Schiavone
Canale
Rai 2
Canale Italiano
Rai 2
Creatore
Antonio Manzini
Produttori Esecutivi
Cross Production, Rai Fiction

Trama

La serie che sin dalla prima messa in onda del 2016 ha affezionato milioni di telespettatori e rinfrescato il panorama asfittico delle fiction Rai, rimanendo però ben lontana dal rappresentare una vera rivoluzione

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