L’horror psicologico moderno di casa A24 (“Babadook”, “Hereditary – Le radici del male”), il folk horror di “The Wicker Man”, presenze demoniache e invocazioni dei vari “The Conjuring”, il found footage di “The Blair Witch Project” e “Sinister”, ma anche un po’ di body horror (anche piuttosto gore) e di “Final Destination”: in “Something Very Bad Is Going To Happen” c’è dentro di tutto; la citazione è all’ordine del giorno, anzi del minuto. C’è però una cosa che la serie ideata e (in parte) scritta da Haley Z. Boston ricorda più di qualsiasi altra, ossia quel geniale meta-horror firmato da Drew Goddard qualche anno fa, che risponde al titolo di “Quella casa nel bosco”. Questa affinità riguarda due aspetti, che insieme ne fanno un meta-horror travestito da horror vero e proprio.
Il primo aspetto riguarda la maniera in cui la serie gioca con i suoi spettatori. Le citazioni elencate anteriormente non vengono gettate nella mischia dalla sceneggiatura in maniera disorganizzata, come per sollazzare gli impallinati del genere di riconoscimento in riconoscimento – certo, anche questa dinamica è presente. Al contrario, i rimandi sono a tutti gli effetti parte dell’impianto narrativo, al pari della fabula. Ciascuno degli episodi è impostato, infatti, ammiccando a uno o due (in taluni casi anche tre) sottogeneri del cinema horror. Al contempo, la Boston si è divertita a scardinare, di puntata in puntata, tutto quanto ha fatto credere fino a quel momento a chi guarda – aggiungendo al gioco dei rimandi anche l’immancabile Shyamalan.
La seconda analogia con “Quella casa nel bosco” riguarda il fatto che i personaggi, chi prima chi dopo, diventano progressivamente coscienti e convinti della maledizione che pende sulla linea ereditaria di Rachel (Camila Morrone). Quando questi scoprono cosa sta accadendo, si aggiungono al coro delle ipotesi (quelle degli spettatori) e fanno le loro mosse, quasi politiche, per sfuggire al sanguinoso destino in cui potrebbero incappare.
Il problema di “Something Very Bad Is Going To Happen” è molto chiaro e sorge più o meno verso la quinta puntata, quando il gioco della serie, ormai chiaro e dunque neutralizzato, inizia a mostrare la corda e, in alcuni frangenti, finisce per stancare. L’utilizzo di generi e riferimenti non è sempre brillante come all’inizio e finisce con l’impantanare un po’ la narrazione, rendendo alquanto pesante e ripetitivo il cammino verso il finale.
La produzione dei fratelli Duffer si fa sentire quando si viene alla confezione audiovisiva della serie: colonna sonora con grande utilizzo di brani non originali, che dialoga con le immagini; sound design potente; utilizzo di didascalie giganti e catchy. Nulla di originale da questo punto di vista, dunque, ma il compito è stato svolto bene e l’apparato realizzato è di sicuro impatto.
Molto riuscito è anche il casting, a partire dall’attrice e modella (figliastra di Al Pacino) Camila Morrone, che non solo ha il physique du rôle della scream queen, ma interpreta questo ruolo con decisione e afflato femminista. Da citare anche l’ambiguo cognato Jules, affidato al volto di Jeff Wilbusch, e la suocera Victoria, che porta la maschera angosciante di Jennifer Jason Leigh.
La proverbiale sforbiciata avrebbe senz’altro giovato alla riuscita finale di questo giocattolone Netflix, che rimane un prodotto, a lunghi tratti, brillante, intelligente e congegnato con astuzia, capace di trasformare la “solita maledizione” in qualcosa di ben più complesso e divertente. Assolutamente da monitorare l’autrice Haley Z. Boston, che potrebbe avere le carte in regola per diventare la versione femminile di Ryan Murphy – verso le cui serie di matrice horror paga evidentemente dazio.