CAST & CREDITS

cast:
Asa Butterfield, Chloe Moretz, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Jude Law, Emily Mortimer

regia:
Martin Scorsese

distribuzione:
01 Distribution

durata:
127'

produzione:
GK Films, Infinitum Nihil

sceneggiatura:
John Logan

fotografia:
Robert Richardson

scenografie:
Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo

montaggio:
Thelma Schoonmaker

costumi:
Francesca Lo Schiavo

musiche:
Howard Shore

Hugo Cabret | Recensione | Ondacinema

Hugo Cabret

di Martin Scorsese

avventura, drammatico, Usa (2011)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0
Ce lo ripetono da così tanti anni che quasi quasi cominciavamo a crederci anche noi: cioè che Martin Scorsese fosse finito, che dopo l'Oscar (e forse pure prima) avesse preso una china irreversibile. Noi eravamo titubanti, il suo cinema non raggiungeva più i vertici di un tempo (in verità nemmeno così lontano, si pensi a "Al di là della vita" o allo stesso "Gangs of New York"), però anche il più bistrattato "Shutter Island" ci aveva convinto. L'acquisizione dei diritti di un romanzo illustrato pubblicato da Bryan Selznick nel 2007, che prendeva la direzione del prodotto natalizio per famiglie in 3D non era la notizia migliore del mondo. E il più volte rimandato progetto "Silence" che l'avrebbe dovuto riunire a Robert De Niro dov'era andato a finire? Tutte domande lecite, soprattutto quando ti ritrovi in sala a dover fare la fila con dei bambini, cosa impensabile "per un film di Martin Scorsese". Però i tempi cambiano. Cambiano così tanto che si sente la necessità di rifugiarsi nel passato, ed è quello che ha fatto il regista italo-americano nella sua traduzione cinematografica de "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret", in un anno, il 2011, che ha visto più registi andare indietro, alle radici delle loro passioni (vedi la trans-temporalità di "Midnight in Paris"), o del cinema stesso (il muto di "The Artist").

Siamo a Parigi all'inizio degli anni Trenta. Il dodicenne Hugo vive nella stazione di Montparnasse e all'insaputa di tutti è il tecnico orologiaio da quando suo zio non s'è fatto più vedere; nel frattempo il suo vero scopo è quello di aggiustare un automa al quale aveva iniziato a lavorare insieme al padre, orologiaio di professione, morto durante l'incendio di un museo. Il ragazzino crede che l'automa scrivano contenga l'ultimo messaggio del genitore e pur di sistemarlo sottrae dei pezzi ad alcuni giocattoli guasti dal negozio dell'anziano giocattolaio, finché non viene colto in flagrante e costretto a lavorare per riparare al suo danno.

L'ambientazione principale è quella di un moderno non-luogo, una stazione ferroviaria che, come dice la guardia Gustav, serve soltanto a salire o a scendere dai treni, a comprare qualcosa nei negozi e niente di più. Sotto gli occhi vispi di Hugo sembra protrarsi l'eterno stallo della vita quotidiana che come un orologio rotto segna sempre la stessa ora: il signor Frick non riesce mai ad avvicinarsi alla sua amica del bar perché il cane lo morde, il capostazione, a causa del suo gramo passato e di un presente violento non sorride mai, e camminando claudicante per via di una ferita di guerra, con una protesi che cigola o si blocca, raccoglie solo imbarazzo e frustrazione dalla sua infatuazione per la fioraia che (come un personaggio chapliniano) rimane un lontano miraggio. E' tutto fermo alla stazione, meno che il tempo, che il giovane controlla tutti i giorni con totale dedizione. Hugo, infatti, ama aggiustare le cose, ogni ingranaggio fuori posto, ogni guasto è per lui fonte di tristezza e di disagio, tutto deve essere oliato, ogni rotella girare nel modo giusto e con precisione: le lancette segnare l'ora esatta. Scorsese fa un film sugli ingranaggi dietro il cinema, sull'artigianato della fantasia: il fantastico in "Hugo Cabret" non è reso da fantasmagorie fantasy, bensì il è cinema stesso innestato, citato e rigirato dal maestro. 
Hugo Cabret (Asa Butterfield), eroe del racconto, non ne è il vero protagonista: come la chiave a forma di cuore tenuta inconsapevolmente da Isabelle (Chloe Moretz, divoratrice di libri e innamorata di David Copperfield) che ridà vita all'automa, il ragazzino serve a svelare il segreto dietro il giocattolaio Georges. Nonostante il nostalgico happy ending, "Hugo Cabret" è un film pieno di tristezza e rimpianti, poiché ha il suo nucleo centrale nella figura di un anziano genio che non crede più in se stesso, rinnegando quello che ha fatto. E, a latere, di un'arte che è andata avanti insieme al mondo, dimenticando i suoi padri fondatori (cosa realmente accaduta).

Si potrebbe dunque discutere della differenza che intercorre tra "Hugo" e l'altro omaggio alla Settima Arte uscito recentemente, ossia il "The Artist" di Hazanavicius. Al contrario del francese, Scorsese non si nasconde dietro una forma vecchia, realizzando un'opera registicamente contemporanea senza pista sonora, bensì cerca la tecnologia più avanzata, il 3D, per riplasmare il passato nella sua multidimensionalità (molto più vicino quindi al digitale di "Nemico pubblico" di Mann): il film è come un magico libro pop-up che si apre diramandosi in più direzioni, in una costellazione narrativa e metacinematografica. Da Harold Lloyd e "Le Voyage dans le Lune" fino al viaggio nelle origini della Settima Arte, tramite foto e illustrazioni che prendono vita; si tratta di fotogrammi che diventano sequenze, di pezzi di cinema che prendono corpo grazie alla proiezione della fantasia. Chi si aspettava un rutilante film di avventure fantastiche rimarrà abbastanza deluso, o meglio, Scorsese è magnifico a nascondere l'assenza di vera azione o di elementi fantastici sotto la patina del "meraviglioso": al di là della stesse immagini sature di cinema, e degli occhi stupefatti di Isabelle e Hugo, nella narrazione vi è ben poca azione spettacolare e la fabula si risolve in un romanzo di formazione di stampo dickensiano. "Hugo Cabret" conferma Scorsese come regista totale, capace di padroneggiare con perizia registri e tecniche disparate. Conferma (semmai ce ne fosse ancora bisogno) la bravura dei suoi collaboratori di fiducia: l'operatore Robert Richardson infonde con una colorazione virata al blue un tono spesso freddo e inquieto, per poi aprirsi ai colori romantici del cinema (il bianco e nero e i fotogrammi colorati a mano),  e Thelma Schoonmaker, impareggiabile montatrice, dona un ritmo compassato e disteso alla narrazione.
 
Il regista gioca su diversi livelli temporali che costituiscono un differente stato mentale (cosa che per altro aveva fatto nell'opera precedente): le dissolvenze aprono le porte della memoria rimestando nelle ceneri di un glorioso passato ormai occultato. Scorsese compone un enorme puzzle di omaggi, dagli stilizzati campi lunghi di vita minuta che sembrano provenire da Billy Wilder (o da Hitchcock), alle gag del muto, fino a sequenze che rileggono coi suoi movimenti di macchina barocchi alcune opere del passato. Si prenda ad esempio il sogno nel sogno di Hugo: esso è diviso in due parti, di cui la prima non è altro se non una spettacolarizzazione dell'arrivo del treno alla stazione dei Lumière, il quale, stavolta, "investe" davvero il pubblico, mentre la seconda ci sorprende grazie al tripudio di trucchi à la Méliès (ed ecco come si fa un buon uso della vertiginosa profondità di campo del 3D); oppure anche la fuga del ragazzino da Gustav, che si appende alle lancette della torre dell'orologio, esattamente come Harlod Lloyd in "Safety Last" (il film che il ragazzo vede al cinema insieme a Isabelle). La stratificazione di immagini squadernata da Scorsese rende un film per il grande pubblico una favola per cinefili, un compendio di storia del cinema che sembra parafrasare la definizioni che diede Jean-Luc Godard dei padri pionieri Lumière e Méliès: "Hugo Cabret" è il cinema che (ri)scopre lo straordinario nell'ordinario fondendolo all'ordinarietà straordinaria di una fantasia fertile e dalla creatività febbrile che ha regalato al pubblico i suoi sogni.

Curioso il cammeo del regista: è lui che immortala l'immagine del mondo perduto dei teatri mélièsiani, e c'è sempre lui dietro la barba di Michael Stuhlbarg, il professore Tabard, ossessionato dal genio di Méliès. La gioia infantile che si legge nei suoi occhi come in quelli del piccolo Hugo è la stessa del commovente Georges/Kingsley quando ricorda i suoi fasti, e che accompagna da decenni lo sguardo del maestro italo-americano quando, come filmologo, si prende cura dei suoi amori cinematografici. E "Hugo Cabret" è una straordinaria e amorevole re-invenzione dei sogni di celluloide.