Rafiki Fariala, regista congolese classe 1997, realizza un’opera prima autobiografica e assolutamente convincente, capace di coniugare il realismo documentaristico con una struttura narrativa solida e arricchendo inoltre il tutto tramite inseriti lirici derivati dal musical.
Iniziamo dal primo aspetto: la storia di “Congo Boy” ripercorre le vicende realmente accadute al regista e sceneggiatore Rafiki Fariala, che per questo si caratterizzano per un portato autentico e quasi diaristico. Anche lo stile converge verso il realismo documentaristico: la macchina da presa segue e pedina il soggetto principale del film, Robert, alter ego del regista, sfruttando la luce naturale del momento ed esibendo tremolii e movimenti involontari mentre l’obiettivo si incolla al protagonista. Questi viene seguito finendo con il raffigurare la sua realtà quotidiana, immersa nella vita pulsante della società centrafricana, di cui descrive con dovizia di particolari attività e abitudini, tra espedienti finalizzati a racimolare un po’ di soldi per nutrire la famiglia, le visite ai genitori in galera, la guerra civile, le abitudini serali e i divertimenti centroafricani.
Questo stile realistico si pone all’interno di una struttura narrativa solida perché di natura classica: il film riprende infatti la forma del romanzo di formazione, raccontando il sogno di Robert, le sfide attraverso cui deve passare e il trionfo finale. Il protagonista, nella migliore delle tradizioni del buildungsroman, finisce per essere una persona diversa rispetto all’inizio del film: più maturo perché affrancatosi dalla figura paterna e dalle aspettative sociali che questi nutriva su di lui, essendo dunque in grado di scegliere la sua strada e di delineare il proprio destino in modo consapevole e autonomo.
Lo stile registico cambia quando Robert canta e si esibisce: improvvisamente compaiono luci colorate da discoteca e balli corali, che la macchina da presa accarezza e sottolinea muovendosi in sinergia con il protagonista e il suo pubblico. In questo modo, la regia realizza un forte processo di assimilazione tra l’obiettivo, i personaggi che ballano e il pubblico, determinando una forte stimolazione sensoriale di quest’ultimo tramite l’intensificazione della sua esperienza di fruizione. Ciò si verifica sia stabilendo una connessione emotiva fra il protagonista e lo spettatore (cosa che viene realizzata attraverso la forma narrativa del romanzo di formazione) sia tramite le performance musicali di Robert, in grado di indurre reazioni senso-motorie involontarie nel pubblico, grazie alla sincronizzazione del corpo di quest’ultimo con i ritmi e le melodie dello schermo.
Le canzoni e le musiche si pongono così come un momento di evasione dalla dura realtà in cui il protagonista è immerso, riprendendo la natura propria del genere musical, cioè la capacità di dare luogo a una dimensione altra rispetto alla realtà e di configurarsi come un sogno a occhi aperti. Questo si verifica non solo nelle discoteche e nelle esibizioni di Robert, ma anche nella sua quotidianità più immediata, ad esempio quando rappa con un gruppo di ragazzi per strada, oppure quando canta con le sorelle o mentalmente, mentre cammina immerso nelle proprie preoccupazioni e con il pensiero intona una melodia. Le canzoni diventano quindi sia un momento di trasfigurazione e di alleggerimento del peso della realtà, sia un elemento proprio della punteggiatura del film, costituendo cioè un leitmotiv, un fattore ricorrente fra le scene.
Infine, è da sottolineare la grande performance di Bradley Fioma Dembeasset, l’attore che interpreta il protagonista, giustamente insignito del premio come Migliore Attore nella sezione Un Certain Regard presso la 79° edizione del Festival di Cannes. L’attore dà infatti luogo a una grande interpretazione: delicata e intimistica ma convincente perché caratterizzata da una espressività del viso minimale e rimarcata dalla postura del corpo, in grado di esprimere alla perfezione la complessità delle emozioni di Robert, diviso tra paura, ansia e desiderio di rivalsa sociale.
11/08/2026