CAST & CREDITS

cast:
Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Jim Parsons, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Mahershala Ali, Glen Powell

regia:
Theodore Melfi

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
127'

produzione:
Levantine FIlms, Chernin Entertainment, Fox 2000 Pictures

sceneggiatura:
Theodore Melfi, Allison Schroeder

fotografia:
Mandy Walker

montaggio:
Peter Teschner

musiche:
Benjamin Wallfisch, Pharrell Williams, Hans Zimmer

Il diritto di contare | Recensione | Ondacinema

Il diritto di contare

di Theodore Melfi

drammatico, biografico, Usa (2016)

di Stefano Guerini Rocco

Voto: 5.5

Ogni anno, in occasione dell'8 marzo, la distribuzione italiana individua una pellicola (si suppone) ad alto tasso femminista e la eleva a inno celebrativo al coraggio, alla forza e al talento del genere femminile. Nel 2016 fu la volta delle "Suffragette" di Sarah Gavron. Ora tocca alle indomite donne afroamericane (due minoranze al prezzo di una, un affare) che negli anni 60 riuscirono a farsi strada alla NASA, sfidando a testa alta il razzismo pulsante del Profondo Sud americano e sconfiggendo il sessismo serpeggiante dell'ambiente lavorativo.

"Il diritto di contare" si concentra in particolare sulla storia, rigorosamente vera e risolutamente edulcorata, di Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson: matematiche brillanti e ambiziose, insieme contribuirono al successo della celebre missione dell'astronauta John Gleen, i cui esiti riuscirono a capovolgere gli equilibri tra Stati Uniti e URSS nella mitologica stagione della Corsa allo Spazio.

Siamo nel campo del cinema etico e del politicamente correttissimo, dal sapore quasi disenyano, in cui l'intento educativo finisce per scivolare fin troppo facilmente nel didascalico. Da questo punto di vista, la pellicola riporta alla mente numerose analogie con il recente "The Help", dove la segregazione razziale era ridotta a una favola per signorine a favore di una morale più ottimisticamente (e meno controversamente) commercializzabile. Nonostante i filmati di repertorio e i cospicui riferimenti ai programmi spaziali statunitensi degli anni 60, infatti, "Il diritto di contare" rinuncia fin da subito alle tematiche più scabrose, ai toni di denuncia civile e a qualsiasi tentazione provocatoria per imbastire un apologo rassicurante al valore della sorellanza: in buona sostanza, una fiaba sull'emancipazione femminile scevra dal potere eversivo del femminismo contestatario degli anni successivi.

Al pari della pellicola firmata Tate Taylor, dunque, anche "Il diritto di contare" si rivela un women's film leziosetto e affettato, basato su uno script tanto robusto quanto grossolanamente privo di sfumature, impreziosito da una fotografia patinatissima e da una colonna sonora trascinante, in puro stile sixties, ad uso e consumo dello spettatore più impigrito. Quello che però difetta a "Il diritto di contare" è l'afflato epico che la narrazione richiederebbe. Il problema risiede soprattutto in una sceneggiatura grezza e incolore, ignominiosamente nominata all'Oscar, che privilegia il singolo personaggio di Katherine Johnson a scapito della coralità del racconto: è lei quella col passato luttuoso alle spalle, è lei quella che si guadagna la storia d'amore ideale con il bell'ufficiale, è lei quella che deve lottare per affermare la propria professionalità in un ufficio di soli maschi - e pure un po' razzisti. Tuttavia, nonostante una scena madre da bigino del melodramma, con tanto di urla, rivendicazioni, lacrime e pioggia scrosciante, la prova legnosa e sopra le righe di Taraji P. Hanson, di cui si segnalano le smorfie incontrollabili e le sopracciglia improbabili, fallisce clamorosamente l'obiettivo di una qualsiasi comunicazione empatica. Le risultano assai preferibili la spavalderia maliarda di Janelle Monáe e la compassionevole risolutezza di Octavia Spencer, mentre alla quota white del cast non resta che riempire lo sfondo, nonostante l'impegno di nomi prestigiosi come Kirsten Dunst e il redivivo Kevin Costner.

In conclusione, una nota. Durante la serata dei Golden Globes, il titolo originale del film, "Hidden Figures", è stato storpiato per ben due volte in "Hidden Fences", fuso in una specie di crasi insieme al "Fences" (in italiano "Barriere") di Denzel Washington. Ebbene, al netto di ogni retorica, lascia qualche amaro spunto di riflessione constatare che, persino nella notte più liberal della Hollywood progressista, si possa finire tristemente per confondere due film assai diversi, accomunati solo dal colore della pelle dei rispettivi protagonisti.